ZERO, ZERO COME IL VUOTO, ZERO COME IL NULLA

Zero come il nulla. È possibile che una città abbia zero asili nido? Circolino zero autobus? Non ci sia mensa scolastica? L’assistenza ai disabili sia inesistente?

Purtroppo sì, è possibile: accade in tanti centri, anche popolosi, del Sud Italia. E se ci si chiede il perché, c’è chi ha la risposta facile: «La minore efficienza delle amministrazioni locali, i diffusi fenomeni di corruzione, il radicamento in più aree della criminalità organizzata»1. Il Mezzogiorno, si afferma, è un posto pieno di risorse spese male. E per venirne fuori la ricetta contiene due ingredienti: tagliare la spesa pubblica in eccesso e combattere le inefficienze.

Il federalismo – voluto dal Nord e accettato dal Sud – sembrava una buona soluzione: verifica puntuale dei costi per intercettare gli sprechi e sistema di premi e punizioni per la classe dirigente locale, in modo da far emergere gli amministratori capaci e fermare per tempo con i commissariamenti i dissipatori di denaro pubblico.

Quando però il federalismo fiscale è stato tradotto in cifre, ci si è trovati davanti a un qualcosa di non previsto: lo Stato italiano dopo complessi conteggi ha certificato che il fabbisogno dei territori privi di servizi fosse proprio zero. Esattamente zero. E che quindi il nulla coincidesse con il giusto.

Per esempio a Casoria – 80.000 abitanti ai confini di Napoli – è credibile che il “fabbisogno” di asili nido, con 2.200 bambini entro i tre anni d’età, sia zero? Ovviamente no. Un conto è la quantità dei servizi esistenti, che purtroppo può essere zero, altra cosa è la necessità di un servizio, cioè mamme e papa che porterebbero volentieri il piccolo all’asilo, se soltanto ve ne fosse uno. Eppure in Italia si è stabilito che ci sono migliaia di Comuni con «fabbisogno standard» di asili nido pari a zero. Anzi 0,000000000000.

Uno zero seguito da dodici inutili cifre decimali perché la burocrazia, quando fa di conto, ama esser precisa.

La medicina per curare le inefficienze del Sud, il federalismo fiscale, si è mutata in un veleno a lento rilascio che ne accorcia l’esistenza. Gli zeri sono stati elaborati nel 2013 per essere attuati in modo graduale tra il 2015 e il 2021. Il federalismo si è trasformato da bandiera di campagne politiche – da sventolare in nome del cambiamento e dell’efficienza – in atti concreti, con la verifica puntuale dei costi. La quale, però, ha avuto un esito inatteso.

Lo ha riconosciuto lo stesso governo, come si vedrà: non era vero che al Sud arrivavano troppe risorse. Anzi. «Contrariamente a quanto si pensava» – ammisero ben due sottosegretari utilizzando i medesimi vocaboli – lo Stato scoprì di avere un debito con il Mezzogiorno. Però in tempi di magra e di obbligo del pareggio di bilancio era dura aumentare la spesa al Sud, fosse pure una spesa efficiente e ben gestita. E così, non avendo i soldi per dare al Sud quel che era giusto, si è intrapresa la strada opposta: si è certificato che al Sud i servizi pubblici non servono, al Sud non ce ne è bisogno, al Sud il fabbisogno è zero o molto poco. Un furto di diritti che, per riuscire, doveva avvenire al riparo da occhi indiscreti.

Non facile per degli atti pubblici. Eppure ci sono riusciti. Con qualche crepa nel muro del silenzio. Il Parlamento, nella legislatura che si è chiusa a febbraio 2018, ha fatto ricorso alla forza di una legge (un comma in una legge) per chiedere una relazione su cosa stia accadendo davvero nell’applicazione del federalismo fiscale.

La relazione, però, non è stata affidata a un soggetto terzo, ma proprio a chi quegli zeri li certifica e li applica: la Commissione tecnica “fabbisogni standard”. La quale non ha interesse a sconfessare il proprio operato.

Da ZERO AL SUD, di Marco Esposito, Rubbettino

Foto RETE

NOTE

  1. Fabio Panetta, vicedirettore generale della Banca d’ Italia, discorso a Napoli dell’ii giugno 2018.

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