LA CALABRIA raccontata da Luigi Settembrini

Luigi Settembrini che aveva conosciuto a Napoli, alla facoltà di Giurisprudenza, il mazziniano Benedetto Musolino, calabrese di Pizzo, era stato da lui attratto in una particolare sub-setta detta dei Figliuoli della Giovane Italia, fondata dal Musolino con il più avvincente e accreditato nome della setta mazziniana, ma con un programma alquanto diverso, spostato in direzioni più democratiche. Si comprende bene che, vinta la cattedra di Eloquenza al Liceo di Catanzaro, il Settembrini, trasferitosi dalla capitale del Regno alla capitale di una lontana ma non dormiente provincia, continuasse a far proseliti, soprattutto tra i giovani studenti, che ne erano affascinati. In Calabria il Settembrini rimase, come professore, dal 1835 al 1837, e della Calabria del tempo avrebbe lasciato uno stupendo ritratto, espressione e delle condizioni di fatto della regione, e del modo in cui la si percepiva e ci si era abituati a percepirla:


Benedetto Musolino,

La città più calabrese delle Calabrie – dice Settembrini nelle sue Ricordanze — è Cosenza, dove predomina l’antica schiatta bruzia: Catanzaro è la più grossa, con circa ventimila abitanti, nei quali scorgi l’indole e l’ingegno greco, e lì odi parlare un dialetto pieno di greche parole. Allora aveva una gran corte civile per tutte e tre le Calabrie, e come capo di provincia un intendente, una corte criminale, un tribunale civile, un comandante le armi, un vescovo, vari uffiziali di finanza, un liceo, un seminario, una scuola primaria, una tipografia, un solo libraio.

Questa città come molte altre, non ha vita propria, ma da la gente che vi corre per piati e per faccende, sicché se la sede del governo provinciale fosse trasferita altrove ella resterebbe deserta. I proprietari attendono a coltivare i loro fondi con l’ignoranza e la negligenza antica, a vendere le derrate e i prodotti delle loro mandre: ma industria nessuna, delle arti le sole necesarie, ogni cosa, persine i solfini, viene da Messina e da Napoli. Vi è rimasta una memoria dell’arte di tessere la seta, introdotta nelle Calabrie nel XII secolo da re Ruggero: pochi artigiani solitari e miseri hanno imparato quest’arte ciascuno dal padre suo, e tessono per chi fornisce loro la seta, e fanno di bei lavori. Così era Catanzaro quarantanni fa, e da tre anni aveva la strada rotabile che la congiungeva a Tiriolo, che prima aveva un sentiero per dirupi, dove a pena andavano i muli.

CATANZARO – Scesa Gradoni

L’arte che tutti i calabresi sanno benissimo, dal più ricco all’ultimo mendico, è quella di maneggiare il fucile. Non esce di casa un possidente per andare ai suoi fondi, o in paese vicino, o per divertirsi in campagna con la moglie e i figliuoletti, senza che egli sia armato sino ai denti, e accompagnato da servi armati detti guardiani, i quali guardano il padrone, la casa, i poderi, i bestiami; ed ogni proprietario ne ha quanti ne può avere, e li arma con permesso del governo. Il popolo vive miseramente, e in un’ignoranza che fa pietà: sono rozzi e fieri, ma non sono sciocchi: pochi esercitano un’arte o un mestiere, gli altri servono, o coltivano i campi o guardano gli armenti: per miseria rubano, e per natura impetuosa tarscorrono ai delitti di sangue. Chi ammazza un uomo, si nasconde; se è cercato, si getta in campagna, dove per vivere deve rubare: un fatto tira l’altro, un’offesa cagiona un’altra: se egli è veduto con altre due persone armate, le autorità lo dichiarano fuorbandito o brigante, e mettono la sua testa a prezzo. Allora quell’uomo diventa un lupo, si disfa di tutti i suoi nemici, di tutti quelli dai quali si ricorda di aver avuto un torto. I fuorbanditi si uniscono in compagnia, taglieggiano i proprietari, ricattano uomini, fanciulle, donne, e non li rimandano se non hanno danari e robe: se il proprietario non manda loro ciò che gli chiedono, gli scannano il bestiame, gli bruciano il casino, e se colgono lui lo uccidono. La maggior parte del danaro, degli ori, e degli argenti che così rapiscono la mandavano a qualche uffiziale di gendarmeria, a qualche generale ancora, e a qualche proprietario che può aiutarli, e molti piccoli proprietari sono diventati ricchi briganteggiando al coperto.

Parecchi briganti raccontavano a me nell’ergastolo come e a chi davano, e come erano avvisati di ogni cosa, e trattati a dolciumi e a galanterie: e mi dicevano il quando, il dove, e certi nomi di persone che erano tenute per coppe d’oro. Uno mi diceva: «Io stava comodamente in casa del capitano, e dormivo in un buon letto, e il capitano coi suoi gendarmi andava camminando per trovarmi: io gli aveva dato duemila ducati».

Antico telaio per la lavorazione della seta

Questa vecchia piaga delle Calabrie, che il governo borbonico faceva le viste di voler curare, e più l’inaspriva coi suoi gendarmi e coi suoi impiegati ladri e corrotti, non può esser risanata che a poco a poco, e dalla sola libertà che è risanatrice di tutti i mali. Quando le strade comunali, provinciali, e ferrovie metteranno i calabresi in facili comunicazioni tra loro e con le altre genti d’Italia, allora si scioglierà quell’antica lotta chiusa in ogni paesello tra il proprietario sempre usuraio lì, e il proletario sempre debitore, si ammansirà quell’odio per oltraggi antichi che è la vera cagione del brigantaggio. Quando quelle genti avranno lavoro, istruzione e giustizia, quelle loro nature sì gagliarde nei delitti saranno gagliarde nel lavoro, nelle industrie, nelle arti, nella guerra santa e nazionale. In nessuna contrada ho veduto più ingegno che in Calabria, lì schizza proprio dalle pietre, ma raramente ècongiunto a bontà, spesso è maligna astuzia.

In Catanzaro trovai poche persone colte, parecchi parlatori che parevan saputi; tutti, specialmente i nobili, cortesi e amabili: il popolo lieto, motteggiatore, vago di spassi e di feste, molti legisti e di valenti, in tutti quanti un po’ di rozzezza che non dispiace perché sotto v’è buon cuore. Le donne, tranne pochissime, non sanno leggere, ma con gli occhi dicono tutto. Dai paeselli vicini ne vengono alcune d’una mirabile bellezza di forme, e mia moglie ne lodava specialmente una che era povera fanciulla di Marcellinara, e aveva occhi, volto, persona bellissima e perfetta.

Ci sono quattro confraternite, delle quali fanno parte tutti i cittadini, che gareggiano pazzamente in feste arredi luminarie, spendendo gran danari che andrebbero meglio adoperati in opere civili. Ma che volete? I nostri padri, vivendo muti e disgregati senza libertà politica, non avevano altro legame comune che la religione, però fondarono queste confraternite dove avevano una certa libertà, e voto) e magistrati, ed uguaglianza, e potere di legge più che di uomini, e associazione di mutuo soccorso; e ragionevolmente amavano queste istituzioni onde avevano molti benefizi.

Ma, tradito da un prete calabrese di cui aveva fiducia, Settembrini, che nei due anni di permanenza in Calabria aveva tra i giovani – che assai lo amavano e ammiravano – alimentato la locale setta, finì con l’essere arrestato, l’8 aprile 1837. Nelle Ricordanze egli avrebbe confessato poi, tra dolente e orgoglioso, di avere rincontrato, nelle carceri politiche borboniche, molti di quei suoi vecchi alunni di Calabria: i preti – soggiungeva – non ne fanno, di questi figli.

Fonte: STORIA DELLA CALABRIA, di A. Placanica – Donzelli

Foto RETE

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