Un tempo le feste narravano la vita religiosa, culturale, sociale della gente

Processione del Venerdì santo alla Chiazzetta

Una concezione laicista e modernista per decenni ha cercato, non senza fortuna, di liquidare i riti e le feste religiose del periodo estivo come segno di arretratezza, arcaicità, superstizione, passatismo, colore. Adesso che il mondo naviga a vista, disorientato e spaventato tra globalizzazione e integralismi, localismi angusti e chiusure esasperate, un po’ tardivamente ci si rende conto di quanto sia stato errato rinunciare a una propria identità per rincorrerne altre ignote senza la forza di inventarne altre. Ci si rende conto che prima di abbandonare un antico racconto era fondamentale inventarne uno nuovo, che mantenesse traccia e motivi dell’antico.

Un tempo queste feste narravano la vita religiosa, culturale, sociale della gente. Scandivano la vita produttiva lavorativa di uomini e donne dell’universo contadino. Un mondo che si è sfarinato e polverizzato già negli anni Cinquanta del secolo scorso. Poi sono diventate feste di un mondo in fuga, di emigrati e dei loro familiari, di nuovi ceti sociali in ascesa, ma incapaci di ridare una nuova vita ai luoghi.

Adesso narrano fughe e vuoti, ritorni e spaesamenti, bisogno di appaesamento e resistenza al non senso dei tanti non luoghi. Queste feste, pure profondamente mutate e reinventate, continuano ad avere un valore rammemorante e rifondativo. Mettono ancora in scena bisogno di comunità e caute speranze, delusioni e nostalgie, sogni e timori delle persone. Le “persone in festa” ristabiliscono legami e continuità, convivialità e socialità, recuperano, forse, un tempo perduto, riportano in vita quelli che non ci sono più, ricordano e sognano, piangono e sperano, annullano e amplificano distanze, cancella dolori o li riattualizza. Non sono soli. Si sentono parte di una famiglia più vasta, di paesi dispersi, di una vicenda più antica e più grande che resta una risorsa irrinunciabile e incancellabile dovunque vivano.

Bisogna averle vissute fin da bambino queste feste, averle seguite con i nonni e con i genitori, con gli amici d’infanzia e di gioventù, per capire come siano parte costitutiva di identità chiuse e aperte, frammentate e spezzate, di chi è rimasto e di chi è partito, di chi torna o sogna e immagina di farlo. Ogni “ritorno” ai luoghi, alla terra, al paese passa anche una paziente e meditata riflessione su una tradizione religiosa, festiva, spirituale che resiste e muta, cambia e si rifonda. Non sono più concesse distrazioni e rimozioni, fughe in avanti e all’indietro. I nostri luoghi non hanno bisogno di retoriche e di folklorismo, ma di una nuova vita, di un nuovo senso di sé, di un progetto e di un sogno e anche di un nuovo racconto che li abbracci, li racchiuda, li apra e li rifondi.

VITO TETI

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