Erranti per calamità

La Calabria – la sua configurazione del terreno, la disposizione geografica, il veloce mutamento di un paesaggio, l’improvviso succedersi di monti, colline e mare – consegna a chi l’osserva un’immediata idea di movimento, invia immagini e visioni di spostamento. Il suo distendersi, ora dolcemente ora improvvisamente, su circa ottocento chilometri di costa, l’incontro di aree geografiche e culturali diverse, la vicinanza tra i due suoi mari e quella tra monti e coste, ne hanno fatto un luogo naturale di viaggi, di passaggi, di partenze e di arrivi, di fondazioni e di distruzioni.

Ulisse, prototipo del viaggiatore, del vagabondo e dell’emigrante, dell’irrequieto e dell’insoddisfatto, era di casa nei luoghi dì Calabria. La stessa denominazione di questa terra – prima «Italia» e poi «Calabria» da una popolazione della Puglia – è storia di passaggi, spostamenti, prestiti terminologici, che segnalano altri movimenti di popoli, di genti, di culture. La storia dei suoi «secoli bui» elenca invasioni, colonizzazioni, immigrazioni, spostamenti interni.

Nel lungo periodo in cui si costituisce la base della cultura popolare tradizionale, la Calabria è terra di frontiera nel Mediterraneo. Terremoti, alluvioni, smottamenti di terreni che segnano storicamente la vita e la cultura delle popolazioni calabresi rafforzano l’immagine di una terra sospesa e lacerata.

I disastri sono entrati nella complessa dinamica storica, economica e demografica che ha segnato i luoghi di molte regioni italiane. Essi mettono di fronte a un prima e a un dopo, sempre come frattura e lacerazione.

La riflessione antropologica ed etnografica indica gli elementi quasi sotterranei che nelle società tradizionali agiscono sul radicamento, plasmano una cultura comune, formano le identità. Dell’importanza dei disastri nella formazione della mentalità, delle tradizioni popolari e del rapporto con i luoghi la Calabria è un paradigma ineludibile. Sarebbero possibili una storia, un’antropologia, un romanzo della regione a partire dalla geografia dei paesi abbandonati. Insieme ai terremoti, le invasioni, i lunghi periodi di siccità, le carestie e le difficoltà di reperire acqua potabile, le alluvioni rovinose e le frane, i disboscamenti incontrollati, la discesa degli abitanti dei paesi dell’interno verso le marine (e la conseguente costruzione dei paesi doppi lungo le coste) hanno interagito per costruire la realtà di una terra mobile, precaria, provvisoria, incompiuta.

Vito Teti, TERRA INQUIETA, Rubbettino

Vito Teti ha sempre un viaggio qua intorno da raccontare, un volto nascosto da nominare tra le righe di un saggio, un ritaglio di vita minuta da incorniciare con tutte le sue scoloriture. “Terra inquieta” è un libro che è tanti libri insieme, e tutti servono a qualcosa: uno racconta di Calabrie mobili che crollano e franano; l’altro di uomini che sperano futuro cercando l’America, ma cercandola incontrano la storia; l’altro ancora di donne che ascoltano in sogno i consigli di san Giorgio per vincere ogni drago, di uomini che i santi li portano a spalla per sacralizzare la polvere e il mare che siamo, di giovani laureati che partono perché l’ultimo lavoro non pagato è un’umiliazione ormai intollerabile. (Dal risvolto di copertina)

Foto RETE

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