Abbiamo troppi sacerdoti e pochi profeti

Morte di Socrate, tela di Jacques-Louis David

Possiamo definire «profeti» coloro i quali proclamano idee – non necessariamente nuove – e in pari tempo le vivono. E i profeti dell’Antico Testamento facevano proprio questo: proclamavano l’idea che l’uomo doveva trovare una risposta alla sua esistenza, e che questa risposta consisteva nello sviluppo della sua ragione, del suo amore; e insegnavano che unità e giustizia erano inseparabilmente legate ad amore e ragione. I profeti vivevano ciò che predicavano. Non aspiravano al potere, ma anzi ne stavano alla larga, e non volevano neppure il potere implicito nell’essere profeti. Non si lasciavano impressionare dalla potenza, e dicevano la verità anche se questa costava loro il carcere, l’ostracismo, la morte. Non erano certo uomini che si tirassero da parte in attesa di vedere che cosa sarebbe accaduto; rispondevano ai loro simili perché si  sentivano responsabili: ciò che accadeva agli altri accadeva a loro. L’umanità non era al di fuori, ma dentro di loro.

Proprio perché scorgevano la verità, sentivano l’obbligo di proclamarla; non pronunciavano minacce, ma mostravano le opzioni con cui l’uomo era alle prese. Non è che un profeta aspiri a esser tale. Lo diviene semplicemente perché le scelte che gli si manifestano sono anch’esse semplici: un’idea che il profeta Amos ha espresso con estrema concisione: «II leone rugge, chi non avrà paura? Il Signore, l’Eterno, parla, chi non profeterà?». Ciò significa che la scelta è diventata di inequivocabile chiarezza. Non possono ormai sussistere dubbi, non ci sono evasioni possibili, e ne consegue che l’uomo il quale sia animato da senso di responsabilità non ha altra scelta che di diventare un profeta, qualsiasi cosa facesse in precedenza, badare alle pecore, coltivare la vigna, elaborare e insegnare idee.

La funzione del profeta è di mostrare la realtà, indicare opzioni, protestare; la sua funzione consiste nel chiamare con voce possente, per svegliare l’uomo dal suo solito stato di sonnolenza. E la situazione storica a creare profeti, i quali non sono dunque il frutto del desiderio di diventarlo.

Molte sono le nazioni che hanno avuto i loro profeti. Budda visse il poprio insegnamento; Cristo le ha manifestate con la propria carne; Socrate è morto per le sue idee, Spinoza è vissuto in conformità a esse. E tutti costoro hanno lasciato una profonda traccia nella specie umana, proprio perché le loro idee trovavano espressione nella loro stessa corporeità.

I profeti compaiono soltanto a intervalli nella storia dell’umanità. Morendo, essi lasciano il retaggio del loro messaggio, che è accolto da milioni di individui i quali ne fanno tesoro. È questa la ragione per cui l’idea si presta a essere sfruttata da altri che riescono ad approfittare dell’attaccamento della gente a essa per i propri scopi, che sono di dominare e controllare.

Chiameremo sacerdoticoloro i quali fanno uso delle idee che i profeti hanno enunciato. I profeti vivono le proprie idee; i sacerdoti le somministrano a quanti hanno care le idee stesse. Le quali perdono così vitalità, si riducono a vuota formula. I sacerdoti affermano che è importantissimo il modo con cui l’idea è formulata, e ovviamente accade sempre che la formulazione acquisti importanza una volta che l’esperienza sia morta: altrimenti, senza la formulazione «corretta», come si potrebbe controllare gli altri controllandone i pensieri?

I sacerdoti si servono dell’idea per organizzare gli esseri umani, per dominarli sottoponendone a vigilanza l’appropriata espressione dell’idea, e una volta che abbiano sufficientemente anestetizzato l’essere umano, dichiarano che questo non è capace di restare sveglio e di dirigere il còrso della propria esistenza e che loro, i sacerdoti, agiscono per senso del dovere, addirittura per compassione, assolvendo alla funzione di guidare esseri umani che, lasciati a se stessi, hanno paura della libertà.

Vero è che non tutti i sacerdoti agiscono e agivano a questo modo, ma la maggioranza di loro lo fanno, e ciò vale soprattutto per quelli che esercitano o esercitavano il potere.

Si hanno sacerdoti non soltanto in campo religioso. Ve ne sono in campo filosofico e politico. Ogni scuola filosofica ha i propri sacerdoti. Si tratta spesso di individui eruditissimi; il loro mestiere consiste nell’amministrare l’idea del pensatore originale, nel distribuirla, interpretarla, farne un oggetto da museo, in tal modo imbalsamandola. E ci sono, si è detto, i sacerdoti politici: negli ultimi centocinquant’anni se ne sono visti moltissimi. Essi hanno somministrato l’idea di libertà allo scopo di proteggere gli interessi economici della classe sociale di loro appartenenza.

Nel XX secolo, i sacerdoti si sono assunti l’amministrazione delle idee socialiste. Laddove queste erano intese alla liberazione e all’indipendenza dell’uomo, i sacerdoti hanno dichiarato, in una forma o nell’altra, che l’uomo non era capace di esser libero o che per lo meno non lo sarebbe stato ancora per lungo tempo. E nell’attesa, loro, i sacerdoti, erano costretti a farsene carico, decidendo come bisognasse formulare le idee, chi fosse un fedele credente e chi no. I sacerdoti di solito disorientano la gente perché si proclamano i successori del profeta e affermano di vivere secondo la loro predicazione. Ma, mentre anche un bambino si renderebbe conto che vivono in maniera esattamente opposta alla loro predicazione, la gran massa della gente subisce un efficace lavaggio del cervello e finisce per credere che, se i sacerdoti campano splendidamente, lo fanno per sacrificarsi, perché devono rappresentare la grande idea oppure che, se spietatamente massacrano, lo fanno soltanto perché mossi da fede rivoluzionaria.

Da LA DISOBBEDIENZA E ALTRI SAGGI, di Erich Fromm – Mondadori

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