Divertente racconto sulla medicina popolare

Queste note sulla medicina popolare siciliana sono di Serafino Amabile Guastella (1819-1899), uno studioso siciliano.

Chiamato “barone dei villani”, il Guastella, a metà strada tra narratore ed etnologo, fu uno studioso della civiltà contadina con animo di poeta, il più adatto a conoscere e interpretare la cultura del mondo popolare. Originale interprete della stagione positivistica, fu un precursore delle scienze socio-antropologiche per le sue acute intuizioni e interpretazioni dei fatti sociali.” (Treccani)

Quando un villano era infermo, il medico rappresentava il personaggio dei notari nelle nostre antiche commedie: giungea all’ultima scena, e venia schernito per giunta. D’altronde nell’estimazione della plebe l’opera del medico tornava dannosa od inutile, poiché se l’ammalato moriva, parenti e amici si sfiatavano a gridare ch’era stato il medico ad ammazzarlo; o se tornava in salute, strombazzavano ai quattro venti che era stato il quadro miracoloso di quella Madonna, la statua taumaturga di quel Santo, l’acqua della grotta santificata da quel romito, la pietra ove si era inginocchiato S. Gregorio, un frammento dell’ albero piantato da San Guglielmo, e via dicendo di lungo. Ad ogni modo le ricette del medico si metteano in opera radamente, o si mescolavano con quelle delle comari e delle vicine. Le nostre villane, chi più chi meno, sono un po’ medichesse, e guai a chi ne revochi in dubbio le prescrizioni! Poste alle strette meglio venir chiamate brutte e sgualdrine, anzicché aver taccia d’ignoranti nell’uso dei farmaci! Or poniamo il caso che il medico prescriva la dieta, le medichesse mussiano, vale a dire torcono il muso in segno di poca o nessuna fiducia: indi nelle loro combriccole sentenziano dommaticamente che 1’ammalato se ne va per estenuazione, e che è mestieri rinvigorirlo con bibite di vino caldo, e con una fetta di carne rimpinzata di pepe, di garofani, di cannella e di noce moscata.  L’infermo che ha antipatia vivissima per la dieta preferisce il vino e la carne aromatica,… e chi ne1 ha avuto ne ha avuto.

Se taluno volesse studiare sulla medicina del popolo osserverebbe che i rimedii appartengono ad epoche differentissime, perché taluni sono indubitata reliquia di tempi barbari, nei quali non si procede dall’esperienza, ma si va dritto all’intervento sopranaturale, ad una religione, che ci si svela incerta, selvatica, irta di terrori, assurda nei riti. Tali sono i rimedii irrazionali, accompagnati da scongiuri, e da atti ridicoli: altri invece sembrano frammenti di farmacopee, durate un tempo vigorosissime, ed ora smesse, rimasugli arabi più che altro. Ad ogni modo uno studio opportuno forse ci farebbe cavar partito anche da questa scienza del popolo, sia come concetto scientifico, sia come esame di credenze teogoniche, e di costumi sociali.

Torno ai rimedii delle femminucce, e ne spigolo qualche esempio.

Quel tale ha il torcicollo? La medichessa si butta a cavalcioni sulla parte offesa, in mezzo alle orride grida del paziente; e la scena finisce con un ricambio di pugni

tra l’infermo che non vuoi morire soffocato, e la strega che vuoi guarirlo a ogni costo.

Quel bambino manda strilli per coagulamento di latte? Il rimedio è prontissimo: gli s’introducano nell’orifizio sottano alquanti steli di prezzemolo, infusi di tabacco, e durante l’operazione la medichessa vada ripetendo questo scongiuro:

Putrusinu, putrisinieddu,

Squaggia lu latti di stu carusieddu;

Putrusinu putrisinieddu,

Sdivacaci sta vota lu vurieddu;

Putrusinu, putrisinieddu,

Sànalu prestu, e curri a Muncipieddu!

  E le donne che stan li a cerchio, devono sputare tre volte.

Uno degli specifici della farmacopea popolare è l’orina. Nel 1856 o in quel torno, la plebe di Napoli avea fede vivissima nell’ orina di un Fra Pasquale da Casorìa, umile fraticello di San Francesco. Re Ferdinando, sia che ci credesse anche lui, sia che tentasse sempre più imbestiare i suoi popoli, se lo menò nella reggia, colmandolo di carezze e ossequiandolo come un Santo. Migliaia e migliaia di storpi, di ciechi, di calvi, di sifilitici, d’infetti di ogni guisa si recavano ogni mattina sotto il palazzo reale, chiamando il frate con tutto quel frasario d’ingiurie amorose, ch’è tanta parte degli affetti dei lazzarone, e lo costringevano a versar dall’alto quel liquido preziosissimo, e se ne disputavan le gocce a furia di calci e di teste rotte. Or la villana della Contea ha fede illimitata in quello specifico, e lo sceglie, e lo mescola giusta i morbi diversi:

Orina di lattante per gli occhi infiammati, bibite di orina per sollecitare il parto un po’ freddo, bagnature d’orina, e meglio se di donna gravida, per le quartane riottose, orina calda di vacca per curare la tigna, fregagioni dì orina per l’erisipela, e ogni fregagione sia accompagnata dallo scongiuro:

Lisina, ppi Lisina, ppi lu munnu jia,

Ri rrussu caminava, di rrussu si vistia.

Lisina unni vai?—Vaju a mmari,

Va giettu ‘a rrisibéla de’ cristiani.

Va, ettala a li spini,

Ca la puonu sipilliri.

Va, ettala a lu mari,

Ca squaggia come l’acqua ccu lu sali.

È qui la paziente reciterà un’avemaria.

È cosa impossibile, che l’erisipela non ceda a sipotenti scongiuri.

Chi vuol preservarsi da siffatta malattia ha una ricetta infallibile. Strappi i testicoli a un lepre, li riscaldi convenientemente, e se li freghi sul volto.

Altra panacea universale sono i porcellini verrestri, chiamati da noi purcidduzzi di S. Antuoni, i quali tritati e mescolati con la saliva a digiuno hanno la virtù di guarire le impetigini; cotti nell’olio, e versata un po’ di quella schiuma entro l’orecchio, fa guarire immediatamente l’otite, fregati sui piedi han valore di cicatrizzare le piaghette prodotte dagli stivali; bolliti nell’acqua hanno l’efficacia di purgare i bambini lattanti.

Vuolsi dimenticare qualche affanno insanabile? Si beva sangue di lucertola, presa nel primo giorno di luna, mescolata a vin bianco. Guarire dalle morsicature di un cane arrabbiato? Gli strappi un fiocco di peli, e se l’applichi sulla piaga. Quella donna intende liberarsi dall’infiammazione alla glandola mammaria, che noi chiamiamo pilu a la minna? Metta un po’ di acqua in un vaso, faccia bevere un

gatto, indi beva ella stessa. Vuoi preservarsi da siffatto male? Beva tre sorsi di quell’acqua, nella quale è stato sciolto il lievito mentre si manipola il pane. Quell’altra donna vuoi preservarsi dalle coliche uterine, che succedono al parto? Mangi una carruba latina. Per le scottature è creduto miracoloso il cerume, pei morsi di vespa l’escremento bovino sciolto in aceto, pel morso dei ragni l’aglio pestato, per lo slogamento delle ossa il cruschello impastato nell’aceto.

Per il singhiozzo ostinato basta ripetere per tre volte il seguente scongiuro, ma si badi bene di chiuder gli occhi, e di spingere in alto le braccia.

Suggiuzzu, suggiuzzieddu,

Ramuzza ri funtana,

Vattinni ni to mamma,

Va viri siddu t’ ama.

Si t’ama statti ddà,

S’ ‘un t’ ama veni ccà.

Chi è travagliato da mal di denti, non ricorra alla chiave inglese, né alle polveri odontalgiche, ma tenga stretta nella mano un po’ di piombagine, che noi chiamiam noce cattiva, e il dolore sparirà sul momento. Chi vuoi liberarsi dalle recidive della quartana sciolga nell’acquavite un po’ di polvere da sparo, e se la leghi strettamente ai due polsi. Costui vuole liberarsi dal polipo agli occhi? Mangi per tre giorni successivi un polipo in salamoia. Quell’altro ha avuto Regali… afrodisiaci? Inforni, poi polverizzi le acciughe, e le tracanni in un bicchier di vino preparato alla sera. Quel terzo ha gonfiore alla milza? Usi verbena e bianco di uovo in cataplasma, e l’effetto è infallibile.

La verminazione dei bimbi vien curata col tabacco sull’ombelico, ma principalmente col capovolgere il bimbo, e scuoterlo a varie riprese, col metodo istesso di chi scuota da un sacco i menomi polviscoli di farina. E anche qui non

faccia difetto un efficace scongiuro:

—Unni vai, virmuzzu mancuni,

Ca la picciridda mi murìa?

—Tu, chi ‘un sapievi la priera mia,

Ca la picciridda ‘un ti muria?

Taggia tri, taggia cincu,

Taggia setti, taggia novi,

Taggia stu vermi, ch’è ‘mmienzu lu cori.

Santissima Tirnitati,

Livàticcì ‘a malatia,

E lassatila a libertati.

Termino, perché anderei per le lunghe: ma non tralascio dire che in quanto alle prescrizioni dei cibi le comari sono larghe di manica, e stimano che il vero metodo curativo consista nel concedere all’infermo tutto ciò che gli stuzzichi l’appetito. Vuol tonno fresco o salato? Gli si dia lì per lì. Vuoi cacio, uova, lumache, frutta acerbe o mature?… Non bisogna opporsi, perché è la natura che li reclama; come dicono esse: e in taluni casi forse imberciano il segno, benché il medico s’indiavoli, e abbandoni la cura.

Da CANTI POPOLARI DEL CIRCONDARIO DI MODICA, di Serafino Amabile Guastella

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