LA CALABRIA, tra viaggio e stabilità

La mobilità – temporale e spaziale – della società calabrese tradizionale è un dato inconfutabile anche se va di volta in volta precisata, contestualizzata, ridefinita, messa in rapporto alle stabilità, ai diversi “punti di partenza”. La storia della Calabria moderna — per non andare indietro nel tempo – non può essere separata nemmeno per un’istante dalle vicende del Mediterraneo e dell’Europa.

Certo l’antropologia del viaggio calabrese non deve diventare “la chiave” di lettura del mondo calabrese tradizionale, se mai una delle tanti chiavi. L’antropologia del viaggio non deve diventare “ideologia del viaggio”, mito del viaggio. Dove prima erano segnalati immobilismi e chiusure adesso non bisogna scorgere sempre mobilità ed aperture.

Si tratta di mettere in relazione le mobilità di cui sto parlando con le innegabili stabilità della Calabria tradizionale. Si può, d’altra parte, osservare come la configurazione del territorio, l’angustia degli spazi, le separatezze di luoghi e paesi siano state insieme ragioni – naturali e storiche – di immobilismo e chiusura e di movimento e di viaggio, di difficoltà a spostarsi e di desiderio-bisogno di andare, fuggire, cambiare.

Le diverse forme di viaggio presenti nella società agropastorale (viaggio di lavoro, giornaliero o periodico, brigantaggio, pellegrinaggio, ecc.) – su cui mi soffermerò in un volume di prossima pubblicazione – vanno sempre riportate alle chiusure e alle stabilità presenti, hanno puntuale bisogno di definizione storica, geografica e sociale, ma possono essere anche lette come erosione, provvisoria ed eccezionale, della consueta organizzazione dello spazio. Per pensare le diverse forme di viaggio è necessario leggere, certo in maniera critica e con grande cautela, anche fonti diverse da quelle consuete, scritte, canoniche e “ufficiali”. Penso in particolare ai suggerimenti che ci vengono dal paesaggio agrario, dall’organizzazione degli spazi lavorativi ed abitativi, dalla distribuzione degli insediamenti, dei palazzi, delle case, dall’ubicazione di cimiteri, calvari, edicole, dalla presenza delle fontane nei paesi e nelle campagne (importanti perché luogo di sosta durante i viaggi) e dai crocicchi che segnalano incontri di vie, e ancora dai racconti, dai proverbi, dai canti, dalle farse, dall’osservazione di manifestazioni della devozione popolare (itinerari processionali, pellegrinaggi, ecc.).[…]

 E allora geografia e storia, climi e paesaggi mutevoli delle «mille Calabrie», nella terra «mosaico di popoli» e «abito di Arlecchino, piogge, alluvioni, fiumi straripanti e frane rovinose che trascinano uomini oggetti e paesi; spostamenti di paesi per calamità naturali (terremoti, alluvioni); invasioni e passaggi di popoli; immigrazioni e scorrerie; viaggi di stranieri che per ragioni diverse hanno visitato la Calabria e ci hanno lasciato immagini veritiere e false, comunque significative ; viaggi di lavoro e processioni; viaggi dei Santi che arrivano da fuori e dei pellegrini che «vengono da tanto lontano» ; viaggio nell’aldilà dei defunti e loro nostalgico ritorno nel mondo dei vivi ; viaggi per occupare una terra di cui i contadini sono e si sentono proprietari; fughe in Montagna dei briganti che cercano spesso Abbondanza e Giustizia [penso ad Antonello capobrigante di Padula  e ad Antonello di Gente in Aspromonte  di Alvaro] e, infine, spostamenti di paesi e di uomini dentro e fuori la Calabria per cui Alvaro ha parlato dei calabresi come «primitiva tribù», come popolo in fuga ; tutti queste ragioni naturali, storiche, culturali – appena accennate – hanno congiurato a fare della Calabria una «terra mobilissima» e mi hanno sollecitato a pensare che l’antropologia della Calabria, la terra che è anche la mia terra e che voglio comprendere anche per conoscermi, non può non essere anche – e non soltanto – antropologia (e letteratura) del viaggio.

Se inoltre pensiamo che molte nostre “antiche” città sono nate come “doppi” dei paesi della Grecia, che tutti noi siamo nati e cresciuti, in qualche modo, con il «mito dell’origine» che è anche «fascino del doppio» (e anche desiderio di “fuga” da un presente che non ci piace); se pensiamo che i nuovi paesi delle coste calabresi sono nati, a partire dalla prima metà dell’Ottocento con un processo che s’intensifica dopo l’Unità d’Italia e che non è ancora compiuto, come “doppi” dei paesi-presepi dell’interno, se pensiamo che ogni paese calabrese ha oggi almeno un suo doppio nelle “mille città” del mondo; se ripensiamo problematicamente tutti questi dati allora vedremo che il “doppio” appartiene, in maniera decisiva, alla storia e alla cultura della Calabria.

Sarebbe interessante mostrare come la letteratura folklorica tradizionale [penso al motivo del viaggio dei santi e del «Cristo popolare » che camminavano per fondare la verità] e la letteratura degli scrittori calabresi, come in parte dirò nel libro, sono profondamente segnate dal tema dell’erranza, della fuga, del viaggiare, del non sentirsi in alcun posto. La letteratura calabrese, come e diversamente dalla letteratura jiddisch (il calabrese errante non ricorda forse l’ebreo errante?) è affollata da figure erranti, sospese, straniere dovunque.

Lo stesso motivo della “melanconia” del calabrese, su cui in breve mi soffermo nel testo, è stato costruito ed elaborato nel corso dei secoli attraverso un sottile e ambiguo gioco di sguardi tra osservatori ed osservati, ma trae anche origine e ragione da una terra la cui storia di terremoti, alluvioni, acque “fetide” e “putride”, piogge interminabili, fame, sete, malaria, chiusura, arroccamenti, fughe può in parte dare senso di un modo di essere e di sentire che, in qualche modo, ci appartiene.[…]

In un periodo in cui la Calabria, più che nel passato, si presenta, nel bene e nel male, come terra incompiuta e in viaggio, nel periodo in cui, in diverse parti del mondo, la fuga, l’esilio, l’evasione, l’abbandono acquistano nuovo senso e diventano ragione di vita per interi popoli, e l’Uscita e l’Esodo si configurano, adopero termini di Michael Walzer (32), come la Rivoluzione dei nuovi tempi, nel momento storico in cui spostamenti di popoli dal Nord al Sud, dall’Est all’Ovest modificano in maniera profonda la vita del pianeta terra. Non possiamo prevedere l’esito di tali Esodi, ma tutto, ogni giorno, ci racconta della nascita di un uomo nuovo che potrà creare e distruggere come mai in passato. […]

Vito Teti

Da IL PAESE E L’OMBRA, di Vito Teti – Periferia

Vito Teti è uno scrittore che sento molto vicino. I suoi libri, Il senso dei luoghi,  Quel che resta, Terra inquieta, Maledetto Sud, per citarne solo alcuni, sono uno strumento illuminante per indagare il mondo meridionale ed i piccoli paesi dell’interno.

IL PAESE E L’OMBRA è uscito nel 1989 da Periferia, una piccola casa editrice di Cosenza.

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