ITALIANO, NON LAMENTARTI DELLA POLITICA LADRA, cambiala!!!

 

di Jacopo Tondelli –

Dopo il Lazio, il Piemonte e forse l’Emilia Romagna. Dopo il parlamento e la casta, dopo il Pdl di Roma e il Pd di Penati e Lusi, nuovi scandali confermano uno scenario in disfacimento. Non vorremmo che, in questo caos, si perdesse di vista che siamo in democrazia. I politici li votiamo noi: compresi quelli che rubano.

 

Il vortice sembra non conoscere fine, e mai come in questi giorni sembra vero che – una volta arrivati al fondo – si può cominciare a scavare. In principio fu la percezione diffusa che la politica italiana, dopo 15 anni di seconda Repubblica, fosse diventata casta. Che guadagnasse troppo per il niente a cui serviva. Poi si scoprì che, in un parlamento che votava a maggioranza ogni tipo di assurdità su Ruby, disonestà, strafottenza e prepotenza erano diffuse e bipartisan. Difficile fare distinguo tra nomi che l’uomo della strada non ricorda più, se non come perimetro ampio di ruberie, rabbie, disillusioni. Inutile perdersi in retorici “non sono tutti uguali”, quando l’intuizione porta nei bar e per le strade a dire esattamente il contrario. Inutile difendere il principio – sacrosanto – di uno stipendio come si deve per chi si dedica alla cosa pubblica, se poi la lingua che parlano i politici è astrusa, criptica, del tutto irrilevante. Inutile – eppure legittimo – anche obiettare che certi meccanismi a catena che si aprono da un tribunale all’altro lasciano perplessi e dubbiosi.

 

Basta andare nei bar, per strada, o sulle bacheche di Facebook di mezza Italia, per capire che ormai l’onere della prova è invertito: sembra assodato e accettato che sia tutto un magna magna. Per ironia della storia, poi, il bubbone esplode in quelle regioni che diventarono perno importante dell’architrave istituzionale italiano sulla spinta del leghismo, diventata partito forte per rispondere alla decomposizione di Roma ladrona. Che ladrona sembra rimasta, ma piena di buoni compagni di viaggio che stanno proprio in quelle regioni, che pesano sui bilanci (economici e morali) ben più delle tanto vituperate province (anche perché hanno molto più potere).

 

Ma se la storia è questa, e questa la classe politica, forse è arrivato il momento di cambiare prospettiva. Di guardare l’iceberg che si avvicina non come chi implora un comandante ubriaco, ma come chi, invece, cerca di contribuire davvero alla rotta. Di italiani che si lamentano indignati in un continuo brontolìo – diciamocelo – ne abbiamo davvero piene le scatole. Sono gli stessi echi che sentiamo da 20 anni, quando l’esplodere di Tangentopoli svelò quello che in milioni sapevano, e che nessuno però denunciava. È un’antifona che conosciamo, e dopo vent’anni possiamo ragionevolmente affermare che non aiuta a migliorare le cose, visto che ci ritroviamo per l’appunto da capo. Adesso è il momento di fare qualcosa.

 

Già, ma cosa, e dove? Anzitutto, da una presa di responsabilità precisa. Certe cose, infatti, non succedono tutte di un colpo, ma ci mettono anni, a volte decenni, per diventare realtà. Vale per il sistema dei partiti che si sono sentiti al di sopra della legge e, del resto, la legge l’hanno cambiata più volte e sempre a proprio piacimento. Vale per un sistema mediatico che alla sua funzione di controllore ha abdicato tanto tempo fa, e per noi giornalisti che troppo spesso ci siamo garantiti nelle nostre pigrizie dando la colpa a editori e direttori. Vale per il parlamento e i governi, per le regioni e per i sindaci. Vale per i comitati d’affari targati Pdl e per quelli formato Pd. Vale insomma per un intero sistema che ci ha messo tanto a tempo a diventare questo coacervo di malversazioni e sospetti, ed ha potuto farlo forte dei voti che ha preso, dei silenzi che ha incassato, della distrazione di tutti.

 

Ecco, se non vogliamo che tutto questo si ripeta – ancora una volta – tra pochi anni, dovremmo semplicemente impegnarci, tutti, come cittadini a una guerra, civile, contro chi si strafoga con le nostre tasse, non ha alcun interesse alla cosa pubblica, e ci ride in faccia di tanto in tanto. Dovremmo tutti impegnarci, ad esempio, a informarci davvero quando andiamo a votare, senza nasconderci nella formula vittimistica che pretende che “tanto la verità si sa sempre dopo”. E dovremmo, ancora e soprattutto, tutti sapere che il nostro voto, la nostra passione politica, le nostre idee valgono qualcosa. Non basta prendersela con chi ruba o non lavora, bisogna impegnarsi – informandosi o perfino candidandosi – se non si vuole ricominciare da capo con il circolo che dalle ruberie porta alle lamentele. Anche perché, questa volta, non ci ritroveremmo a piangere su una politica di ladri, ma su un Paese fallito e spinto fuori dalla modernità. Un rischio che chi ha qualche decennio di vita e progetti davanti, semplicemente, non può permettersi.

 

Da www.informarexresistere

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