Scuola. Verità in gioco

«Ma è possibile che uno con un contratto da senatore a tempo indeterminato debba dare lezioni di flessibilità al Paese?» ha postato un docente ieri su facebook. Dopo le affermazioni del Presidente del Consiglio Mario Monti a «Che tempo che fa» sul corporativismo dei docenti che hanno «rifiutato di lavorare due ore in più», in rete qualcuno ha voluto fare i conti in tasca all’ex rettore della Bocconi che ha rinunciato, com’è noto, al compenso da premier e da ministro dell’Economia, fino a quando ha ricoperto la carica. Nel 2010, Monti ha dichiarato 1.525.744 euro, dei quali quasi la metà versati al fisco. Ai più questo dettaglio sembrerà superfluo rispetto alla dura polemica che è scoppiata ieri. Ma una parte del dibattito è stato dominato da questo particolare che non è sfuggito a chi per mesi è stato additato come «fannullone» solo perchè si è opposto ad una norma inserita inizialmente nella legge di stabilità che avrebbe aumentato di sei ore l’orario lavorativo dei docenti a parità di salario. Se non fosse stata ritirata dal governo, sommerso dalla reazione veemente degli insegnanti e dei sindacati, queste persone assunte a tempo indeterminato avrebbero continuato a guadagnare 1270 euro di stipendio mensile base lavorando, in media, fino a 50 ore alla settimana, tra lezioni frontali in classe e preparazione a casa. Forse ciò che ha più indignato i docenti che hanno sommerso le redazioni e i siti di lettere di protesta è proprio la macroscopica differenza tra il reddito di chi li ha giudicati «corporativi» e quello di chi si è rifiutato di lavorare di più e gratis. In un documento firmato da centinaia di docenti indirizzato a Fabio Fazio (pubblicato a pagina 14) sono state esplicitate le «falsità» sostenute domenica scorsa dal presidente del Consiglio: l’aumento delle ore di lavoro frontale in classe era di sei ore, e non di due, cioè il 33% in più. Il che avrebbe aumentato l’attività non retribuita di un docente fino al 50% a settimana. Questa misura iniqua avrebbe inoltre comportato il taglio degli spezzoni delle supplenze affidate ai docenti precari. Alcune stime hanno calcolato un taglio tra le 6400 e le 24 mila unità, anche se sono stati fatti calcoli più catastrofici. La norma difesa da Monti in nome di una «modernità», se approvata, avrebbe comportato l’espulsione di questi precari da un lavoro che, in molti casi, svolgono da molti anni. Un rischio che ha fatto imbufalire anche i sindacati che, a differenza della Cgil, hanno accettato l’accordo con il governo sugli scatti di anzianità (dalla Cisl alla Gilda) e ieri hanno respinto l’accusa di «corporativismo». A questo punto avanza un sospetto. Perchè questa uscita di Monti a freddo per difendere una posizione che il governo ha dovuto abbandonare, con la coda tra le gambe? Per il segretario della Flc-Cgil Domenico Pantaleo, quella di Monti potrebbe essere interpretata anche come l’avvio di una nuova offensiva del governo sulla scuola. «I veri conservatori sono Monti e Profumo che non hanno alcun progetto di innovazione della scuola e continuano sulla linea del governo precedente – afferma – L’aumento dell’orario violava il contratto nazionale. Monti confonde l’orario di funzionamento delle scuole con quello delle lezioni frontali». Per Francesco Scrima, Cisl scuola, il «corporativismo» è un «luogo comune» da abbandonare. «Finché c’è il presupposto, falso, che i nostri docenti lavorino poco e male, quando invece sono quelli che hanno i salari più bassi d’Europa – dice – è naturale che prevalgano atteggiamenti di conservazioni. Monti cambi approccio. Queste battute aggiungono altra rabbia a chi chiede considerazione per il proprio lavoro». La Uil-Scuola invita il governo al contrasto dei «veri corporativismi», vale a dire «il numero delle auto blu, la retribuzioni dell’alta burocrazia». Gli studenti dell’Udu centrano un’altra questione: il tentativo del governo di opporre lavoratori stabili e precari, ricercatori e studenti: «Dividere le categorie deboli per comandare – evidenzia il portavoce Daniele Lanni – ma è una trappola in cui non cade più nessuno». Tra giusta indignazione, buone ragioni e una qualche vena di populismo anti-casta, le polemiche sono continuate fino a quando è intervenuto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, appoggiando in maniera enigmatica, ma significativa, l’intemerata di Monti. «Bisogna predisporsi a tutti i cambiamenti strutturali, istituzionali, comportamentali – ha detto Napolitano – necessari per garantire il più razionale, trasparente e sobrio uso delle risorse finanziarie pubbliche. Non si può restare prigionieri di conservatorismi e corporativismi, come ha sottolineato il presidente Monti». Parole che confermano l’oggetto dello scontro in atto sulla scuola. Il «corporativismo» che il governo rinfaccia agli insegnanti sottintende l’idea di aumentare la «produttività» senza salario, nè diritti. Per tutti.

– Roberto Ciccarelli

Da ilmanifesto.it

Foto: manifestosardo.org

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