Vincenzo Padula (sacerdote di Acri) e il suo amore per la Calabria

Vincenzo Padula – casapadula.net

 

Era appena iniziato il 1893 quando, l’8 gennaio, moriva nella nativa Acri, nella Sila greca, Vincenzo Padula, sacerdote, patriota e scrittore fra i più importanti del Romanticismo calabrese. A distanza di oltre un secolo da quella data, il suo pensiero politico e religioso, continua ad esprimere un’attualità sconvolgente, svelando una personalità poliedrica ed un intenso amore per la sua Calabria che, a distanza di oltre un secolo, porta purtroppo ancora aperte le stimmate di  alcune problematicità che lo stesso Sacerdote descrisse in maniera raffinata.

Nato  il 25 marzo 1819, Vincenzo Padula era stato ordinato sacerdote nel seminario di San Marco Argentano. La fine degli studi teologici avrebbe  potuto rappresentare l’inizio di una tranquilla vita di parroco di campagna o di insegnante nello stesso seminario, ma così non fu.  “Rilevandosi presto d’una tempra insolita nella classe clericale del tempo, la quale ossequiava i potenti ed accettava, con spirito veramente poco rispondente alla parola di Cristo, che la loro autorità si risolvesse ai danni degli umili. Coi suoi scritti, il Padula si schierò apertamente e coraggiosamente dalla parte del popolo sofferente di miseria e di ogni sorta di abusi e per questo suo atteggiamento fu perseguitato, processato, minacciato di morte ed impedito finanche di tenere lezioni private. Pur tuttavia egli non si piegò mai, continuò invece ad interessarsi, con scritti vari, della sorte del quarto stato”. Impegnato nella promozione di un’evangelica giustizia sociale, scorgendo negli sfruttati calabresi altrettanti “Cristi crocefissi”, Padula divenne per le sue idee liberali,  ben presto scomodo ai proprietari terreni del circondario di Acri. Era il 25 settembre del 1848 quando  fu aggredito da una banda armata appositamente pagata dagli stessi latifondisti, nei pressi della chiesa di San Domenico, dove predicava in preparazione della festa del Rosario.

Se il sacerdote rimase illeso, morì per le percosse subite il più giovane dei suoi fratelli, Giacomino, che era accorso in suo aiuto. “Cristo! – scriveva a distanza di giorni Padula poeta – un fratello m’hanno ucciso a torto \ sui primi passi della sua carriera.\ Cristo! A tre giorni io l’aspetto ogni sera,\ nè creder posso ancor ch’egli sia morto.\ dunque perché tra un popolo rimorto \ inalberò la tricolor bandiera \ col suo sangue doveva, ostia primiera, tingere il paese a libertà risorto?”. Nonostante il torto subito, da questo momento in poi, don Vincenzo Padula fu costretto a spostarsi in continuazione, venendo ricercato dalla polizia borbonica.  Più volte inquisito e messo in carcere, fu costretto a riparare a Napoli. Nella capitale borbonica, nel 1854 avrebbe dovuto partecipare ad un concorso per l’incarico di docente di letteratura italiana  in quell’ università ma, invece, all’ultimo momento la polizia arrivò ad espellerlo dalle  liste dei candidati.

A rendere ancora più complicata la vita del Sacerdote acrese la convinzione, mai taciuta, secondo cui una modernizzazione della vita civile e sociale dell’Italia non sarebbe potuta avvenire senza una riforma della stessa Chiesa cattolica. A sua detta, infatti, nella gerarchia ecclesiastica  si sarebbe dovuta consentire una certa  all’emancipazione dei Vescovi dal Papa. Gli stessi vescovi sarebbero dovuti essere scelti dal popolo ed ad un Concilio dei vescovi sarebbe dovuta toccare anche l’amministrazione della Cattolicità. Non è un caso, dunque, che anche per il pessimo rapporto con la gerarchia ecclesiastica, occorse l’Unità d’Italia e l’impegno del ministro alla pubblica istruzione Francesco De Sanctis, per sottrarre don Vincenzo Padula dalle ristrettezze economiche in cui lungamente visse, grazie ad un incarico  di docente nel Liceo cosentino. Iniziò, così, un periodo di relativa tranquillità economica grazie alla quale il Padula fondò un bisettimanale politico letterario, “Il Bruzio” che unitamente al reportage “Persone di Calabria” che, nel programma di Padula,  avrebbero dovuto far parte  di un progetto più ampio relativo agli “Studii sulla Calabria”. Dalla politica all’antropologia, dalla religione al folclore ed all’economia non c’è aspetto della vita della Calabria e dell’Italia meridionale che il Padula non approfondisce in questi scritti. Interessanti, nei saggi inseriti in entrambe le pubblicazioni, le annotazioni che il Padula fa sul brigantaggio che, a suo vedere, era legato in un rapporto strettissimo al latifondismo ed alle condizioni di quei contadini che, ancora dopo l’Unità d’Italia, subivano il latifondismo. Anche in queste pagine, ecco trasparire tutta modernità del Padula.

contadine – quarantotto.altervista.org

“Pur essendo fino a un certo punto attratto da questa guerriglia di disperati – osserva Domenico Scafoglio nella prefazione di “Persone di calabria”, raccolta di articoli paduliani – che aveva un sostegno popolare ed era una forma, sia pur sbagliata, di reazione all’ingiustizia sociale, non del tutto priva di una sua epica, brutale, grandezza egli sostenne la necessità di una repressione rapida e dura perchè le azioni brigantesche  creando un clima  di insicurezza (…) bloccavano drammaticamente lo sviluppo delle attività produttive”. Fanno da contro altare a tali considerazioni, quelle contenute nel dramma in cinque atti“Antonello capo brigante calabrese” – importante del Padula al Romanticismo calabrese, ma non solo – nelle cui note, lo Scrittore osserva amaramente come “I Borboni se ne sono andati, ed i briganti sono rimasti. Anzi, se brigante è chi ruba ed uccide, non vi ha al presente alcun paese d’Italia che non ne abbia.

Nelle grandi città la moltitudine delle case fa’ ciò che in Calabria avviene per quella delle foreste ed i giornali del Piemonte, della Lombardia e della Toscana ci narrano furti tento enormi ed omicidi tanto atroci che neppure l’idea ne balenò mai alla mente dei briganti. Il brigantaggio – aggiunge Padula nella tragedia “Antonello capo brigante calabrese”  – è un gran male, ma male più grande è la sua repressione (…). S’arrestano le famiglie dei briganti ed i più lontani congiunti e le madri, le spose le sorelle e le figlie loro servono a saziare la libidine ora di chi comanda, ora di chi esegue quegli arresti. E delle violenze non parlo”. E lo stesso Antonello, in uno dei suoi discorsi, aggiunge “gira un po’ la Calabria e in ogni terra e villaggi troverai uno o due galantuomini la cui vita è un delitto, la cui rapida fortuna è un arcano. La loro prepotenza crea i Briganti, la loro avarizia li sostiene”. Analizzando la situazione della giustizia, e delle affollate carceri cosentine, lo stesso Sacerdote nell’articolo sulle prigioni cosentine edito il 30 marzo 1854  osserva che “in parte  la colpa è dell’attuale guazzabuglio giudiziario; è vero che non tutti i giudici di mandamento hanno volere e capacità di fornire i pochi processi di loro competenza; è vero che l’esser priva Cosenza di una sezione di Corte d’Appello impartisce ai processi l’attributo dell’eternità; ma è vero ancora che tre giudici istruttori, un regio procuratore e due sostituti potrebbero fare più di quello che fanno”. Paurosamente attuale l’analisi dell’industria e dell’economia che Padula fa’ in alcuni articoli del 27 e del 30 aprile 1864 che, purtroppo, potremo sposare ancora oggi.  “Se la natura fe’ tutto il poter suo per renderci ricchi – accusa Padula nell’articolo dedicato nel 1864 a “Le industrie e la terra” – il borbonico governo emulandone gli sforzi in verso contrario ingegnosi sempre a farci poveri. Ricca è la faccia del nostro suolo, più ricche le viscere; e nondimeno noi comprammo e compriamo tuttavia dagli stranieri le terraglie e le porcellane, i mattoni refrattarii, i cristalli. I grandi capitalisti tra noi o impiegano il denaro in mutui con usure scandalose o lo versano al Banco: nessuno ha spirito di speculazione, nessuno ha spirito di industria che raddoppierebbe il loro reddito e darebbe al popolo pane e lavoro”. A distanza di oltre un secolo, la Calabria non ha, purtroppo,  ancora trovato quello “spirito di speculazione” che già al tempo di Padula latitava nelle nostre contrade. Evidentemente la colpa non è solo retaggio di quel “borbonico governo” che, ad un secolo ed oltre dallo Stato unitario appartiene ad un passato lontano.

Di Francesco Rizza

Da scirocconews.it

Foto  casapadula.net, quarantotto.altervista.org

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