SudAfrica-30 per cento delle adolescenti iniziate al sesso attraverso uno stupro

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Qui trovano rifugio Lerato, Johanna, Bernadette… Tutte ragazze violate di Yeoville, uno dei sobborghi più a rischio di Johannesburg. Dove chi nasce donna ha più probabilità di essere stuprata che di imparare a leggere. Ma ora ha un aiuto per ribaltare il proprio destino

di Emanuela Zuccalà

DICIANNOVE ANNI, sguardo arrendevole e voce sottile. Laura non realizza quanto tempo la distanzi dalla prima volta: «Avevo 12 anni… no, forse 14». Eppure era il suo compleanno. Il patrigno aveva insistito per festeggiarlo a Durban, sul mare. Una stanza d’hotel, un’ombra che la afferra nel buio, una pistola alla tempia: «Mi ha tappato la bocca, mi ha trascinata in bagno per non svegliare mia sorella. E ha iniziato a violentarmi. Io mi fidavo di lui, era come un padre… Mi ha stuprata ancora, tempo dopo, e ho sanguinato per giorni». Laura è sommessa e meccanica, gli occhi le cedono solo quando nomina la madre: «Non mi ha creduta, mi ha picchiata, dice che è colpa mia se il suo uomo è in carcere e lei non ha soldi».

Lerato, 21 anni, tornava da scuola quando tre sconosciuti le si sono affiancati. «Mi hanno trascinata in macchina, incappucciata, segregata per un giorno e una notte. Picchiata, torturata, imbottita di droghe… Mi hanno scaricata per strada: se qualcuno non avesse chiamato subito l’ambulanza, sarei morta. Non ho parlato né mangiato per tre settimane. Poi ho deciso di riprendere la scuola, riprovare a vivere…». In Sudafrica, se sei donna, hai più probabilità di essere violentata che di imparare a leggere. Puoi rientrare nel 30 per cento delle adolescenti iniziate al sesso attraverso uno stupro: si stima che ne avvenga uno ogni 26 secondi, ma i casi taciuti sarebbero dieci volte tanti. E a Yeoville, il sobborgo a sud di Johannesburg dove incontriamo Laura e Lerato, la violenza è l’unica legge onorata. Durante l’apartheid, il quartiere era un accogliente melting pot di portoghesi, italiani, ebrei. Poi i bianchi hanno abbandonato varie aree della città, asserragliandosi in villette chiuse da muri e filo spinato, e Yeoville è diventata un’atroce little Africa, capolinea dei profughi da tutto il continente, regno delle mafie e del traffico di daha, la marijuana locale. Sono 40 mila gli abitanti censiti; almeno il doppio, quelli realmente presenti.

Jackie Stevenson non ha paura di Yeoville: «Dicono che il nostro sia l’unico Stato africano a far parte del primo mondo: ma Yeoville è l’Africa più dura, quella che ha perso il rispetto per la vita umana». Questa signora di origini olandesi è stata preside della prima scuola pubblica per bianchi e neri, la Community School di Yeoville, e ha lavorato al fianco di Walter Sisulu, grande amico di Nelson Mandela, all’apertura di nuove scuole per i bambini dei profughi sudafricani che rientravano dopo l’apartheid. Oggi Jackie dirige Mais Africa, associazione partner dell’italiana Mais Onlus, che aiuta centinaia di minori a Johannesburg e, nella casa-famiglia Saint Christopher a Yeoville, accoglie i casi più difficili. Grazie ai sostenitori italiani, i ragazzi possono permettersi le tasse scolastiche (altissime per loro: fino a ottomila rand l’anno, circa 800 euro), i libri, la divisa che li fa sentire tutti uguali.

In 22 abitano nella casa-famiglia, dove ora ceniamo insieme a loro con riso, carne trita e purè di zucca. C’è Johanna, 16 anni, conversatrice piacevolissima, che compone versi laceranti sul dolore e la solitudine. Bernadette, 14 anni, figlia di clandestini congolesi che sono scomparsi lasciando i sei figli soli nell’anarchia di Yeoville. E Laura, che stava per lasciare la scuola dopo lo stupro finché Jackie non ha trovato una materia che la emoziona: la moda.

«Le ragazze non ti diranno mai che hanno padri sconosciuti e madri morte di Aids» sussurra Jackie. Quest’anno, due adolescenti del Saint Christopher sono stati ammazzati a sangue freddo. L’ultimo un mese fa: un coetaneo, per rubargli il cellulare in un parco di Yeoville, gli ha fracassato il cranio con un martello.

Maidi Mogale è una poliziotta che lavora con Jackie. Coordina un programma di prevenzione del crimine nelle scuole e affianca le vittime di stupro che hanno il coraggio di denunciare. «Perché non si inaspriscono le pene?» si chiede. «I tribunali pretendono l’evidenza della violenza, non sempre facile da presentare. Conosco uomini arrestati cinque volte per stupro e usciti subito di galera; ragazze costrette a incrociare sotto casa, ogni giorno, il loro aguzzino…». Maidi monitora anche le giovani prostitutedi Yeoville, che si vendono per l’equivalente di cinque euro e accettano rapporti non protetti per guadagnare di più:«Come si fa a parlare di prevenzione dell’Hiv con gente tanto povera?».

Durante il viaggio di Io Donna, a Yeoville c’è stata una giornata speciale. Nella scuola di Observatory, Mais ha inaugurato un campo da calcio e atletica: «Così finalmente gli studenti parteciperanno ai campionati scolastici » spiega Loredana Rabellino di Mais Onlus, che ha realizzato l’impianto sportivo (altamente simbolico, in un Sudafrica reduce dai mondiali di calcio forieri di scarsi benefici per la popolazione) con la sezione italiana di Ecpat, rete mondiale contro lo sfruttamento sessuale dei minori. Ma basta davvero una distesa d’erba ben curata per cambiare i destini dei figli di Yeoville? «Fare sport nel pomeriggio significa restare in un luogo protetto» risponde Loredana «avere meno contatti con il crimine, passare più tempo con gli insegnanti. Questi ragazzi si sentono privilegiati quando c’è qualcuno che dà loro delle regole».

Uscire dal labirinto di Yeoville è una battaglia che qualcuno ha già vinto. Come Porcia, che da orfana ha vissuto al Saint Christopher e oggi, a 24 anni, è manager in una multinazionale farmaceutica. Roger, 22 anni, rifugiato congolese, che ci ha guidati (e protetti) attraverso Yeoville: dietro la postura da guardia del corpo, c’è un brillante studente di economia. «Sarò il primo miliardario in famiglia» ride. E Lerato, ragazza violata: ci ha raccontato il suo incubo tenendosi la testa fra le mani, «ma devo abituarmi» dice. «Voglio parlare a chi ha provato lo stesso dolore; spiegare che, sebbene sia impossibile dimenticare, si può riprendere a studiare, a emozionarsi, a vivere». È la vendetta delle ragazze di Yeoville: non voltarsi più verso l’inferno che tentava di risucchiarle.

Una via d’uscita

Si chiama “31 e 34” il progetto di Ecpat, rete mondiale contro lo sfruttamento sessuale dei minori, a favore dei ragazzi di Yeoville. I numeri sono i due articoli della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia che garantiscono il gioco e la protezione dall’abuso sessuale. Ecpat Italia, grazie all’azienda Eurovo, ha finanziato il campo sportivo della scuola di Observatory a Johannesburg, che permette ai ragazzi di passare il dopo-lezione in un ambiente sicuro.

Info: ecpat.it, mais-onlus.org

E QUESTE SONO ALTRE TRE STORIE…

Jessica, 17 anni

“I miei genitori erano congolesi ma io sono nata qui, a Yeoville. Mia madre è morta quando avevo 5 anni e mio padre subito dopo: tramite la scuola, mi hanno portata nella casa famiglia Saint Christopher, che è diventata casa mia. Vorrei studiare e diventare ragioniera: sono brava in matematica ma non leggo molti libri, l’unico che amo è il dizionario. Mi piace imparare parole nuove, mi fa sentire più intelligente, quasi un’intellettuale. E scrivo racconti: la protagonista è “la ragazza perfetta”, quella che io vorrei essere. La ragazza perfetta ha bellissimi capelli lunghi, è ricca, ha entrambi i genitori. E piange raramente perché tutto è così perfetto per lei”.

Porcia, 24 anni

“Vivevo con mia madre a Yeoville, mio padre non l’ho mai conosciuto. Ricordo che lei passò un’intera giornata appostata fuori dalla porta della preside perché mi accettasse a scuola a 5 anni, anziché a 6 come stabilisce la legge sudafricana. La preside alla fine cedette: era Jackie Stevenson, presidente dell’associazione Mais Africa. Quando mia madre morì, sono venuta a vivere al Saint Christopher. Ho deciso di continuare gli studi, grazie al supporto di Mais, e nel 2005 mi sono laureata in Economia. Ora lavoro come manager in una multinazionale farmaceutica, ho una casa in affitto, possiedo un’auto: se penso alla mia vita, a Yeoville, alla storia da cui provengo, mi sembra ancora incredibile”.

Roger, 22 anni

“Sono nato in un villaggio nel Sud Est del Congo. Quando avevo 6 anni mio padre è emigrato in Sudafrica ed è scomparso. Dopo 3 anni si è fatto vivo, ci ha detto di raggiungerlo a Johannesburg, e siamo partiti. Io, mia madre e i miei 4 fratelli. Ci hanno arrestati in Zimbabwe, deportandoci in Zambia, ma non volevamo tornare indietro: ci abbiamo riprovato dopo un anno e ci siamo riusciti, ottenendo qui lo status di rifugiati. Abitavamo a Yeoville, tutti e 7 in una stanzetta, dormendo per terra perché non avevamo abbastanza letti. Mio padre lavorava come agente di sicurezza e guadagnava 700 rand al mese (circa 70 euro, ndr), sono stati tempi molto duri. A scuola ho incontrato l’associazione Mais, che mi ha proposto di venire a stare al Saint Christopher così avrei avuto più spazio e silenzio per studiare, visto che ero un bravo studente. Oggi studio economia all’università e non abito più a Yeoville: voglio diventare un imprenditore, aprire una ditta di trasporti e tentare di fare qualcosa anche per il mio Paese, il Congo”.

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Meno Sdegno_ Più Impegno (Humanita Uomo)

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