Anonimato e responsabilità: un saggio sull’apollineo e il dionisiaco in psicanalisi

Presento qui questo bel saggio di Linda Di Ianni, psicanalista dello Spazio Psicanalitico di Roma e del Laboratorio Psicanalitico Centocelle:
Anonimato e responsabilità sembrano far riferimento a due esperienze opposte, irriducibili e implicitamente connotate, l’uno in senso negativo e l’altra in senso positivo.

“Quando vedete passare un’idea semplice, tirate fuori la pistola e uccidetela, altrimenti, se procedete con le idee semplici, saranno loro ad uccidervi. Mai semplificazioni. Sempre complessità, sempre questioni”.

Le parole di André Green sono l’anima stessa della psicoanalisi, che non si accontenta mai del senso comune, non va alla ricerca di risposte semplici, ma sempre problematizza e non si spaventa di porre questioni, conflitti. Lo stesso processo del conoscere, considerato in un’ottica psicoanalitica, se da un lato persegue la chiarezza, dall’altro genera complessità. A tale proposito in un intervento di questo ciclo di convegni, veniva ricordata un’affermazione del prof. Ferrari secondo cui quando si esplicita qualcosa, si produce inconscio, cioè qualcos’altro rimane necessariamente non detto.

I riti di Dioniso e la tragedia

Un esempio illuminante di questo modo di lavorare della mente è, a nostro avviso, l’opera di Nietzsche, che introduce un nuovo punto di vista nello studio critico della tragedia.
La tragedia greca è un genere teatrale che si sviluppa dalle rappresentazioni sacre di Grecia e Asia Minore e raggiunge il massimo fulgore nell’Atene del V secolo a.c. con la produzione di Eschilo, Sofocle ed Euripide. Aristotele, nella Poetica, è il primo filosofo ad occuparsi diffusamente dello studio critico della tragedia, individuando in essa un’importantissima funzione di catarsi. Nei successivi studi la funzione catartica è l’aspetto che più ha impressionato ed è stato ricordato. Ma Aristotele, che rispetto a noi aveva il vantaggio di poter attingere ad un amplissimo patrimonio tragico, dice anche qualcos’altro, cioè che la tragedia nasce dall’improvvisazione, da “coloro che intonano il ditirambo”, canto corale in onore di Dioniso. E’ da questa affermazione meno nota del filosofo che si sviluppa la riflessione di Nietzsche.
Prima di procedere è opportuno soffermarsi sulla figura di Dioniso: è un dio della mitologia greca (sebbene forse originario dell’area frigio-tracia), frutto della relazione adulterina tra Zeus e una mortale, Semele. Secondo la tradizione, nel corso delle sue avventure e dei numerosi viaggi che lo portarono sino in India, Dioniso incontrò spesso l’opposizione di uomini che non volevano riconoscerne la natura divina, ma tutti i mortali che gli si opposero furono puniti ed infine il dio, riconosciuto come tale, poté assurgere alla gloria dell’Olimpo. Dioniso incarna tutto ciò che è istintivo, sensuale, caotico e irrazionale nella vita e per questo avrebbe costituito una presenza “sovversiva” nella società greca del V secolo a.c. organizzata secondo criteri di misura e razionalità. Dioniso è anche il dio della vegetazione, della fertilità, della metamorfosi e della creatività teatrale, cioè delle diverse potenzialità in cui si estrinseca la vita. In Dioniso Nietzsche vede la perfetta metafora dell’esistenza: il principio che anima i viventi è infatti qualcosa di misterioso che riguarda l’imprevedibile energia delle passioni che imperversano caotiche nel corpo e nello spirito degli uomini.
La tragedia greca, dunque, è strettamente collegata alla figura di Dioniso. Ne abbiamo un’ulteriore conferma dall’etimologia della parola, in cui si distinguono le radici di tragos (capro) e del verbo aido (io canto). Si tratterebbe del “canto del capro”, animale caro a Dioniso e nel quale il dio si incarna. Inoltre le rappresentazioni tragiche, ad Atene, si svolgevano in occasione delle Grandi Dionisie, feste in onore del dio organizzate dallo stato, celebrate alla fine di marzo ed aperte a tutti, indipendentemente dal sesso e dall’estrazione sociale.

Il Partenone ad Atene

Ebbene, Nietzsche ritiene che il coro e la musica siano i due elementi specifici della tragedia. E si tratta di due elementi dionisiaci. Originariamente, ricorda il filosofo tedesco, l’effetto principale della tragedia era affidato proprio al coro, che rappresenta il ritorno ad una realtà primordiale in cui il soggettivo è annullato e sono colmate le distanze fra uomo e uomo e fra gli uomini e la natura. La vita appare come potenza indistruttibile e gioiosa che travalica le esistenze dei singoli. Si impone un oblio di sé che può essere raggiunto con l’aiuto del vino inebriante o in particolari condizioni della natura come l’approssimarsi della primavera. Secondo questa interpretazione, il coro tragico è l’imitazione artistica della massa “dionisiacamente eccitata”, passionale e molteplice, che si oppone alla presunta realtà dell’uomo civile, solo e responsabile. Questa, secondo Nietzsche, è la principale funzione della tragedia: la consolazione metafisica data dalla certezza che, al di là di ogni annientamento, dolore, malvagità e della finitudine dell’esistenza dei singoli, l’eternità della vita si impone. Questa totalità della vita che tutto permea è perfettamente espressa dalla musica. Noi abbiamo una visione molto parziale della tragedia perché ci è giunto solo il recitativo: in realtà essa era il risultato armonico d’insieme di recitazione, canto e musica, in cui quest’ultima era un elemento centrale, non di contorno.
A questo punto ci chiediamo se sia troppo ardito pensare all’anonimato nei termini del “dionisiaco” così come lo intendeva Nietzsche.
Anonimato, anonimo significa qualcosa che non ha un nome, forse che non ha ancora un nome, che rimanda ad un’area di esperienza indifferenziata, caotica, strettamente collegata alle sensazioni corporee, riguardante non la realtà del singolo, individuato e responsabile, bensì un livello magmatico primordiale in cui sono fondamentali la dimensione corporea, i fenomeni relazionali e il rapporto con la natura. Intendiamo pertanto l’anonimato come quella posizione della mente che può tollerare una condizione interna di confusione, ma sarebbe meglio dire di indifferenziazione, da cui muoversi verso delle scelte responsabili.
Per procedere nella riflessione ci può essere d’aiuto quanto dice nella Teogonia il poeta Esiodo, che ricostruisce l’origine degli dei e le successive divine generazioni: “All’inizio, per primo, fu il chaos”. Ma, mentre nella lingua greca classica chaos significa “mescolanza”, “disordine”, la radice indoeuropea comune a diversi vocaboli da cui proviene la parola chaos è “cha”, che significa “mi apro”, “mi dischiudo”. Dal chaos originario ha inizio la vita, nella molteplicità dell’esistente si ritrovano l’energia vitale e si esprimono le sue potenzialità. Il disordine sarebbe quindi un’accezione successiva, connotata negativamente, del termine originario caos. Anonimato, dionisiaco, caos, tre termini che nella nostra riflessione rimandano ad una comune area di significato.
Ma Nietzsche offre un ulteriore spunto: la tragedia antica è l’espressione più riuscita, nonché l’ultima, di un felice connubio tra il versante dionisiaco e quello apollineo. A porre un freno all’emergere impetuoso degli istinti (che appunto nella tragedia era espresso dal coro e dalla musica) si pone una modalità del vivere incentrata sulla chiarezza, l’ordine, la conoscenza che ha il suo emblema nella figura del dio Apollo. L’imperativo etico di Apollo è la misura cui si giunge attraverso la conoscenza di sé. Che si tratti di un tempio, di una statua, di un sogno, di un racconto epico, di una polis ben organizzata, ciascuna di queste produzioni creative è espressione di armonia, frutto di una ricerca della misura, dell’equilibrio tra le parti. In ambito tragico, l’eroe, seppure attraversando indicibili tormenti e dolori, è animato dal desiderio di ricerca della verità che persegue con ostinata tenacia. La visione apollinea del mondo si basa sul presupposto che il raggiungimento della verità è possibile e anzi auspicabile e che, attraverso di essa, si conquista la tranquilla saggezza (sofrosune). Questa visione apollinea di sé e del mondo dischiude scenari rassicuranti alimentando la speranza nel futuro e alla sua dimensione appartiene la responsabilità così come noi la intendiamo oggi.

La Sfinge

All’interno della dimensione apollinea nasce la filosofia e si sviluppa tutto il pensiero occidentale. Basti qui citare il pensiero di Anassagora, filosofo dell’Asia Minore del V secolo a.c., per il quale la totalità dell’essere è originariamente una mescolanza caotica in cui stanno tutti i principi o “semi” qualitativi.
E’ il Nous, l’intelletto, materia più leggera e sottile, a dare un ordine alla materia caotica ripartendo i semi in proporzioni diverse nelle varie cose in modo che in ogni punto dell’universo tutte le qualità siano sempre rappresentate (“tutto è in tutto”). Nella riflessione di Anassagora la presenza di un principio ordinatore del caos sottende l’imporsi della dimensione apollinea su quella dionisiaca e la fiducia che, già all’origine della filosofia, si riponeva nelle risorse della mente per giungere ad una sempre migliore comprensione dell’uomo e del mondo per un più efficace adattamento.
La dimensione apollinea, come vedremo meglio anche più avanti, riguarda un’area dell’esperienza diametralmente opposta a quella dionisiaca, ma limitarsi a considerare solo l’inconciliabilità dei due versanti non sarebbe una semplificazione?

F. Nietzsche

Lo stesso Nietzsche, nelle sue riflessioni più mature attribuisce tanto a Dioniso quanto ad Apollo la condizione dell’ebbrezza ma, mentre l’ebbrezza dionisiaca prescinde dai messaggi esterni (come avviene nell’ascolto della musica ad occhi chiusi o nella sessualità), si esprime nel potenziamento e nell’eccitazione dell’intero sistema degli affetti ed assume la forma dello scoppio (vedi l’orgasmo), nell’ebbrezza apollinea il poeta, il pittore e lo scultore traducono in sogni e visioni i contenuti psichici interni (come nello stato di godimento contemplativo o nelle estasi).
Quindi ai due poli opposti, quello dionisiaco e quello apollineo, si registrano esperienze psichiche analoghe.
Ma torniamo al versante dionisiaco: non è semplice, con la mentalità odierna, pensare a manifestazioni dionisiache: secondo la descrizione di Freud in “Totem e tabù” nella fase dell’orda primitiva esistevano bande di giovani maschi in completa frustrazione pulsionale, perché ad essi il maschio più forte (capo dell’orda) inibiva l’avvicinamento alle femmine. La compressione degli elementi pulsionali dà luogo allo “scoppio” dionisiaco, cioè ad un momento in cui la pulsionalità irrompe e si esprimono in un atto unitario la scarica genitale, la danza, le grida (primitiva forma musicale).
Il pasto totemico è la rappresentazione che imita quella prima esplosione e alcuni critici vedono nella tragedia la rappresentazione simbolica del pasto totemico.
Secondo un mito orfico, Dioniso è oggetto di un pasto totemico tribale: da bambino, mentre gioca, è colto di sorpresa dai Titani che lo lacerano, ne cuociono la carne e poi ne seppelliscono i pezzi ma rinascerà grazie all’intervento vivificante e riunificatore di Demetra.
Nei riti di iniziazione delle società tribali si ripete simbolicamente il pasto totemico: l’iniziato esprime sia il ruolo del padre che viene ucciso (la propria parte infantile) sia quella dell’uccisore che espia la pena. In tali riti i giovani non solo vengono “uccisi” e rinascono (come Dioniso) ma vengono anche educati-minacciati dagli adulti della tribù che li inducono a rimuovere le loro pulsioni antisociali e ad identificarsi con la generazione dei padri. Questa figura di adulti che allo stesso tempo educano e minacciano, quando la religione delle tribù greche si trasformò da monoteista a politeista, si trasfuse nella figura di un dio, Apollo.

Apollo

Apollo, all’inizio, non era quindi il contrario di Dioniso, bensì l’altro aspetto, senza che ciò implicasse alcuna connotazione morale che invece comincerà a delinearsi con la filosofia di Platone, e raggiungerà i suoi massimi livelli con il cristianesimo, che traduce l’immagine di Apollo in quella di Cristo e quella di Dioniso nel diavolo.
Prima del crollo del mondo antico non era raro che due realtà esistenziali opposte (che noi oggi consideriamo inconciliabili) fossero due espressioni di un’unica realtà: basti pensare al termine latino sacer, che indica allo stesso tempo il sacro e il sacrilego o fortuna, che significa avversità come buona sorte ma anche nell’arabo e nell’ebraico vi sono esempi analoghi.
Secondo l’orientamento generale di diversi studi, il primo dio che compare sulla scena è Dioniso. Ma nel tempo alla saggezza e alla conoscenza dionisiaca, che riguardano l’immanenza pulsionale, si affianca e poi si impone la saggezza di Apollo, custode e promotore di un tipo di conoscenza conservatrice, che viene tramandata di generazione in generazione, come emerge nella minaccia degli adulti ai giovani all’interno dei riti tribali di iniziazione. Una serie di allusioni nei miti, poi, indicano che Dioniso è il padre di Apollo come si evince dai racconti storici di Erodoto “Ultimo, avrebbe regnato sull’Egitto Horus, figlio di Osiride, quello che i greci chiamano Apollo”. Osiride, in lingua greca, è Dioniso (Storie II/144).
Ma, ribadiamo, Dioniso e Apollo, all’inizio, esprimono due aspetti di un’unica realtà esistenziale: l’uno l’immersione nel mondo pulsionale, l’altro l’inibizione di quegli aspetti e la loro sublimazione. Gradualmente le divinità diventano due e antitetiche fino al momento in cui Apollo si impone e come divinità e come simbolo di un certa modalità di funzionamento della mente.
Quando, cioè, la società greca scelse la strada della civilizzazione, iniziò il processo di rimozione della realtà pulsionale e il capro-Dioniso divenne sgradito, sgradevole nell’aspetto e infine cattivo.
Platone, nel Fedone, attraverso una puntuale costruzione filosofica, codifica e giustifica l’antidionisismo: il corpo, strumento di conoscenza dionisiaca, impedisce la conoscenza pura che spetta solo all’anima, ma già nei sistemi teorici dei filosofi presocratici emerge la piena fiducia nella razionalità e il timore per possibili riattivazioni dionisiache, incarnate in quel momento storico dal nemico persiano.

Platone

In Occidente dal VI-V secolo a.c. brutto è tutto quello che ricorda o rappresenta Dioniso o il versante dionisiaco e bello sarà il suo contrario. Una scissione così radicale sembra aver riguardato solo la cultura greco-occidentale.
Tra i presocratici fa eccezione il solo Eraclito, detto non a caso l’oscuro, che ha introdotto in filosofia la dialettica dei concetti e il concetto di coincidenza degli opposti e che, accanto all’importanza delle conquiste civili del periodo della polis, frutto di un impegno responsabile e contrattuale dei cittadini, ha sempre riconosciuto l’importanza della dimensione dionisiaca.
Con la fine della tragedia le espressioni dionisiache furono represse, con le uniche trasgressioni lecite delle orge e dei baccanali. Aderire alla dimensione apollinea significherà implicitamente ripudiare l’altra. Quando l’esperienza dionisiaca assumerà una connotazione moralmente riprovevole, sembra sparire anche se le sue tracce sono individuabili nei miti e nella persistenza segreta di alcuni riti.
I due versanti, l’apollineo e il dionisiaco, rimandano a due posizioni della mente, due modalità del vivere, due tipi di conoscenza che sono radicalmente diversi ma la loro inconciliabilità, lungi dall’essere originaria, è un’acquisizione successiva, costruita sulla base delle esigenze della società greca del V secolo a.c. e poi mantenuta e confermata nelle culture successive.
Ermelinda Di Ianni
Laboratorio psicoanalitico Centocelle
Foto web

One Reply to “Anonimato e responsabilità: un saggio sull’apollineo e il dionisiaco in psicanalisi”

  1. Marco Pecoraro ha detto:

    molto molto interessante

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