U scarparo

Anselmo al banchetto da lavoro

Oggi viviamo nella civiltà “usa e getta”. Gli elettrodomestici vengono progettati per durare poco. Costa meno una stampante che la cartuccia dell’inchiostro, conviene comperare un cellulare nuovo più che la sua batteria.
E’ la logica capitalistica: produrre e consumare, produrre e consumare. In nome del profitto.

Un tempo (ma senza andare troppo indietro negli anni) non era così. Nella società contadina, che disponeva di poche risorse, non si buttava niente. Il problema dei rifiuti non esisteva.

In famiglia ci si scambiavano scarpe, pantaloni, camicie. Si riciclava tutto quello che si poteva.

Era facile vedere, non solo ragazzini, ma anche adulti con grosse toppe ai pantaloni, alle giacche o alle camicie. Spesso multicolori e cuciti in modo “creativo”.
Quando era necessario, si ricorreva all’artigiano, che provvedeva a sistemare anche le “zaricchie”.

Il calzolaio, per esempio, era un artigiano preziosissimo. Non solo riparava le vecchie scarpe, ma confezionava anche le nuove.

La sua bottega era un luogo dove era piacevolissimo sostare. S’incontravano una varietà incredibile di personaggi e si veniva a conoscenza delle storie più stravaganti.

Nelle piovose e fredde giornate d’inverno, i luoghi dove ci si ritrovava (bar non ce n’erano ancora) erano le cantine, dove si giocava a carte, si mangiava un po’ di lupini venduti da Zia Carmela e si beveva vino, oppure nelle botteghe degli artigiani (Scarpari, falegnami e cusuturi).

In questa foto vedete mastro Anselmo al suo banchetto con tutti i suoi riscipuli.

Foto: Anselmo Sangiovanni.

2 Replies to “U scarparo”

  1. Gaetano Barbella ha detto:

    Ce stanno ancora i scarpare de na vota! Ne conosco uno a Brescia dove vivo da molto tempo, ma da un anno ha chiuso il suo negozio ed è andato in pensione.
    Mi è piaciuto dire qualcosa su di lui. State a sentire.

    Certe scarpe parlano…

    Voi mò dovete dirmi chi credete chi sono tutti quelli delle ‘voci di dentro’ che mi pare sentire dalle scarpe? … Io ve l’ho spiegato ma non vi convincete … non importa. Magari pure io ne sono dubbioso e non ne parlo … E allora parlo con me stesso come se parlassi con tutti e con nessuno e mi chiedo come loro fanno a campà? Teneno pure bisogno del mangiare, del vestito e delle scarpe, considerato che io le sento parlare … Per esempio chi è che ripara le scarpe o le fa … il calzolaio dite voi, magari nu pover’omme viecchio e malandato che non si fa pagare molto, pur di lavorare … Ecco, avete detto bene, proprio chisto scarparo potrebbe impersonare l’omme di uno di quelle ‘voci di dentro’, tanto un bravo spirito che parla e io lo sento … L’Amore don Pasqua’ … Volere il bene è ancora più della stima di cui parla Eduardo nella sua commedia “Le Voci di dentro”, che lui attribuisce alla saggezza… ma l’amore è di più e non ha confini, arriva dal cielo ed è il Padreterno, il Fuoco dell’Amore, Lui solo… ma la Sua Voce chi la sta a sentire? … Mo vi dico io a modo mio come la penso su chillo scarparo, con un modesto componimento dettato dal mio cuore napoletano.

    ‘O monumento do scarparo

    È vvote, me fermo pe nu momento,
    passanno annanz a puteca
    de nu scàrparo vicino casa mia.
    Guardo dinto a vetrina,
    e vedo tante scàrpe,
    scàrpin, scàrpette, stival,
    ammuntunatu accà e allà.

    ‘Nu juorno aggio visto cchiù a dinte,
    nu viecchie che ‘nchiuvava na suletta,
    e doppe ‘o tacco,
    de ‘na scarpa nu poco vecchia.
    Rimanette ‘ncantato pecché
    vedevo che ogni tanto se fissava,
    guardanno nu pare e scarpe llà vicino.
    Quasi o senteve’e parlà cu lloro.
    Quasi senteve che steveno
    a parlà de’ fatti dell’omme,
    de chelli scarpe.
    ‘O scarparo me pareva pure che rideva
    e vvote, fra ‘na martellata e n’ate.

    Aggio ditto je, dinto o pensiero mio,
    guarda llà, chistu viecchie
    comm’è felice, e senza
    penzà tanto, passa a jurnata!
    E po’, dinto a mmè dicette ancora:
    se chelli scarpe fossero
    comme a nu piedistallo de marmo,
    ce mettesse ‘o scarparo ‘ncoppe,
    comme a nu monumento,
    e no chill’omme!

    Un caro saluto,
    Gaetano Barbella

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