U scarparo

Anselmo al banchetto da lavoro

Oggi viviamo nella civiltà “usa e getta”. Gli elettrodomestici vengono progettati per durare poco. Costa meno una stampante che la cartuccia dell’inchiostro, conviene comperare un cellulare nuovo più che la sua batteria.
E’ la logica capitalistica: produrre e consumare, produrre e consumare. In nome del profitto.

Un tempo (ma senza andare troppo indietro negli anni) non era così. Nella società contadina, che disponeva di poche risorse, non si buttava niente. Il problema dei rifiuti non esisteva.

In famiglia ci si scambiavano scarpe, pantaloni, camicie. Si riciclava tutto quello che si poteva.

Era facile vedere, non solo ragazzini, ma anche adulti con grosse toppe ai pantaloni, alle giacche o alle camicie. Spesso multicolori e cuciti in modo “creativo”.
Quando era necessario, si ricorreva all’artigiano, che provvedeva a sistemare anche le “zaricchie”.

Il calzolaio, per esempio, era un artigiano preziosissimo. Non solo riparava le vecchie scarpe, ma confezionava anche le nuove.

La sua bottega era un luogo dove era piacevolissimo sostare. S’incontravano una varietà incredibile di personaggi e si veniva a conoscenza delle storie più stravaganti.

Nelle piovose e fredde giornate d’inverno, i luoghi dove ci si ritrovava (bar non ce n’erano ancora) erano le cantine, dove si giocava a carte, si mangiava un po’ di lupini venduti da Zia Carmela e si beveva vino, oppure nelle botteghe degli artigiani (Scarpari, falegnami e cusuturi).

In questa foto vedete mastro Anselmo al suo banchetto con tutti i suoi riscipuli.

Foto: Anselmo Sangiovanni.

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