Gramsci, SUL PREGIUDIZIO ANTIMERIDIONALE

[…] L’antirazzismo  deriva a Gramsci dal suo essere meridionale, sardo (e da giovane anche sardista) le citazioni potrebbero essere davvero infinite. D’altra parte nell’unico discorso che egli tenne alla Camera, il 16 maggio 1925, ad una delle continue interruzioni di Mussolini, Gramsci rispose orgogliosamente Sono meridionale!”

Fin troppo facile rintracciare in Gramsci un fastidio indignato per le manifestazioni di razzismo antimeridionale, e anti-sardo in particolare, che spesseggiano nel senso comune italiano e dunque nella stampa borghese.  Essendo notissime le pagine dedicate a questo tema nei Quaderni, ci limiteremo a citare un Gramsci meno noto e assai giovanile, che in un articolo sull’ “L’Avanti!” torinese del 24 maggio 1916, intitolato Gli scopritori e dedicato al viaggio sardo del compositore Pietro Mascagni, scrive:

Un mese di soggiorno in Sardegna: banchetti, bicchierate, strette di mano, entusiasmo per l’italiano illustre che ha fatto il sacrifizio di portare la sua preziosa persona fra i briganti, i mendicanti, i pastori vestiti di pelli dell’isola. E l’italiano illustre ritornato in terra ferma si atteggia a Cristoforo Colombo e scopre qualcosa, tanto per dimostrare che non ha perduto il suo tempo. (…) Ecco: i sardi passano per lo più da incivili, barbari, sanguinari, ecc., ma non lo sono evidentemente quanto è necessario per mandare a quel paese gli scopritori di buona volontà. Un ufficiale, andato a Cagliari nel 1910 per reprimere uno sciopero, compiange le donne sarde, destinate a diventare legittime metà degli scimmioni vestiti di pelli non conciate, e sente in sé (testuale) ridestarsi il genio della specie (quella non vestita di pelli), che vuole porsi all’opera per migliorare la razza. Giuseppe Sergi in quindici giorni si sbafa una quantità di banchetti, misura una cinquantina di crani, e conclude per l’infermità psicofisica degli sciagurati sardi, e via di questo passo. (Gramsci, 1971a, pp. 148-9)

E basti solo un accenno anche alla Questione meridionale, lo scritto che si può ben a ragione definire come una cerniera fra il Gramsci dirigente politico e quello del carcere; dico questo sia per i temi a cui la questione meridionale accenna e che i Quaderni svilupperanno, sia per la circostanza che Gramsci aveva con sé questo saggio al momento dell’arresto (novembre 1926) e riuscì a farlo pervenire al suo Partito, che lo pubblicò a Parigi sulla rivista dell’esilio “Stato operaio” nel gennaio 1930, mentre egli era già in carcere, con il titolo Alcuni temi della quistione meridionale (Gramsci, 1971c). Qui Gramsci ricorda la candidatura parlamentare offerta a Salvemini dagli “operai di Torino” (ma era la posizione dello stesso Gramsci) come rappresentante delle popolazioni meridionali impedite ad eleggerlo per le pressioni dei prefetti (e dei mazzieri) giolittiani, e in questo contesto riporta una frase del socialista riformista di Reggio Emilia Camillo Prampolini secondo cui “L’Italia si divide in nordici e sudici”; naturalmente, come sempre accade, l’odio razzista viene ricambiato, e Reggio Emilia diventa “come l’espressione più caratteristica dell’odio violento che tra i meridionali si spargeva contro gli operai del Nord”. (Gramsci, 1971c, p. 149)

Scriverà ancora nei Quaderni che, anche a causa delle posizioni socialdemocratiche (e positivistiche), “il popolano del’Alta Italia” pensava che se il Sud non progrediva, dopo essere stato liberato dai Borboni ciò dipendeva non da cause esterne,

ma interne, innate nella popolazione meridionale (…): non rimaneva che una spiegazione, l’incapacità organica degli uomini, la loro barbarie, la loro inferiorità biologica. Queste opinioni, già diffuse (il lazzaronismo napoletano era una leggenda di vecchia data) furono consolidate e addirittura teorizzate dai sociologhi del positivismo (Nicefori, Sergi, Ferri, Orano, ecc.) assumendo la forza di ‘verità scientifica’ in un tempo di superstizione della scienza. Si ebbe così una polemica Nord-Sud sulle razze e sulla superiorità e inferiorità del Nord e del Sud (…). (Gramsci, 1975, Q 19, § 24, p. 2022)

e nasce così – ricorda Gramsci – anche la duratura teoria, a sfondo razzistico, del Sud come “palla di piombo” al piede della nazione italiana.[…]

Leggiamo allora, per concludere, cosa scrive Gramsci nei Quaderni a proposito della natura umana:

 

[…] Che la “natura umana” sia il “complesso dei rapporti sociali” è la risposta più soddisfacente, perché include l’idea del divenire: l’uomo diviene, si muta continuamente col mutarsi dei rapporti sociali, e perché nega “l’uomo in generale” (…). Si può anche dire che la natura dell’uomo è la “storia” (…) se appunto si dà a storia il significato di “divenire”, in una “concordia discors” che non parte dall’unità, ma ha in sé le ragioni di una unità possibile: perciò la “natura umana” non può ritrovarsi in nessun uomo particolare ma in tutta la storia del genere umano (…). (Ibidem, sottolineature nostre, NdR)

Forse proprio questa antropologia che definirei anti-razzista in radice (perché è includente e non solo ambiguamente tollerante, perché riconosce la necessità filosofica dell’Altro al fine di realizzare nella storia la umanità dell’uomo) è ciò che spinge studiosi di tutto il mondo, ma in particolare asiatici e latino-americani, a studiare e ad amare il “nostro” Gramsci all’inizio del nuovo millennio

 

Raul Mordenti (Università di Roma ‘Tor Vergata’)

FOTO: Rete

 

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