La crisi del neoliberismo e della governabilità coatta. di Gianni Ferrara Professore emerito di Diritto costituzionale – Università “La Sapienza” di Roma

La nostra vita democratica a rischio

L’autore riflette sulle connessioni tra la dimensione economico-sociale e
quella politico-istituzionale della crisi del neoliberismo. L’attuale
congiuntura storica è definita come quella dei “fallimenti interdipendenti”
tra le promesse di sviluppo non mantenute dal liberalismo, quelle fatte
proprie dal sistema istituzionale dell’Unione europea e quelle perseguite
negli Stati attraverso la ricerca coatta della governabilità. La
governabilità, come politica istituzionale volta a rimuovere ogni domanda
politica e sociale non compatibile con il liberismo, in particolare, ha
svuotato la rappresentanza politica e ha prodotto una mutazione funzionale
dei partiti. In questo quadro si inserisce la formazione del governo
attualmente in carica.

Gianni Ferrara

La crisi che stiamo vivendo è totale. Coinvolge ogni aspetto della convivenza umana. È crisi politica, economica, sociale, istituzionale, morale. Viene da lontano. Da quando iniziò la controrivoluzione capitalistica. Quella che reagì alla fondazione e alle realizzazioni dello stato sociale costruito in Occidente nei trenta “anni d’oro” della “rivoluzione sociale” e della”rivoluzione culturale” come li chiamò Hobsbawm. Reagì per liquidarne le conquiste, rovesciarne i principi, disperdere i soggetti storico-politici che lo avevano progettato e che lo sostenevano. Ha compattato la sua azione dissolutrice sostituendo alle politiche keynesiane il neoliberismo, all’etica della solidarietà e dell’eguaglianza quella dell’individualismo proprietario, della concorrenza distruttiva e della competizione omicida, al pluralismo ideale e politico l’assolutismo del pensiero unico, alla rappresentanza politica inclusiva quella selettiva delle sole domande compatibili con l’economia del turbo-capitalismo, alla primazia dei Parlamenti la mistica della governabilità.

Da questo coacervo esplosivo emerge la spinta della crisi economica che ha creato più di venti milioni di disoccupati in Europa e in Italia un’area di 8 milioni e 750 mila persone in stato di difficoltà nel lavoro e di disagio sociale tra disoccupati, scoraggiati, cassintegrati, precari e part-time involontari (dei quali più del il 36 per cento giovani).[1] Crisi che non accenna ad attenuarsi né può perché la religione neoliberista, avendola provocata, continua ad ispirare con l’austerity la politica economica dell’Unione europea per esserne il fondamento. Per di più ha trovato nel rapporto tra società e stato il cratere sul quale versare tutti i suoi deflagranti effetti di dissoluzione del tessuto sociale e morale, con fame, suicidi, violenze, malattie infettive, calo precipitoso delle condizioni di salute dei Paesi su cui l’austerity si scatena con forsennato vigore.

Tra essi infatti si distingue, per evidenza, quello che incrina proprio la ragione che ha preteso di legittimare lo stato come concentrazione, fonte e ricaduta del potere sulla pluralità dei suoi destinatari, sugli uomini e sulle donne che integrano la cosiddetta “società civile”. Il fondamento della pretesa è noto. Fu l’assunzione del compito di garante della sicurezza dei sottoposti da cui derivò la titolarità del monopolio della forza legittima da usare solo a difesa della loro vita e dei loro beni all’interno e dall’esterno dei confini. Dopo secoli di deviazioni, torsioni, regressioni, negazioni, quella sicurezza si era incrementata, arricchita, mirava a consolidarsi. La si qualificava aggettivandola come “sociale”.

È l’affievolirsi progressivo di questa qualificazione che ha determinato la crisi politica che investe le istituzioni dello stato e lo stato stesso. Investe le istituzioni per essere state considerate – e fondatamente – come responsabili dello svuotamento della socialità dello stato e lo stato per aver abdicato alla missione che gli era stata assegnata. C’è una strumentazione duplice nell’età contemporanea che determina l’interazione tra stato-apparato e pluralità umana cui si riferisce. La strumentazione è la rappresentanza che funge da canale insostituibile del flusso di legittimazione che congiunge la base umana e la sovrastruttura istituzionale statale. Tale strumentazione, perché ignara di bisogni, progetti ed ideali delle masse umane che formano un popolo, si rivelerebbe vuota di contenuto, resterebbe muta di fronte all’apparato istituzionale, se a formulare le domande di soddisfare bisogni, di favorire progetti, rispettare le speranze non fossero soggetti plurimi. Tali perché plurima è l’entità legittimante e, ad un tempo, diversificata per posizione economica e sociale, per cultura, propensione, progetti di vita. Plurima infatti è, quanto a contenuti, ogni domanda che abbia senso politico non immediato e non occasionale.

La pluralità dei contenuti non può essere d’altronde sconnessa ma neanche indifferente a fronte di un qualche criterio ordinatore, coordinatore ed anche selettivo che dia un senso complessivo alla domanda per procurarle una forza condizionante se non addirittura vincolante e comunque idonea a farla valere ed accogliere. È del tutto evidente che riferirsi ad un criterio ordinatore e finalizzato a realizzarsi è lo stesso che richiamarsi ad un principio che non può che essere politico. Sto evocando il partito politico? Sì. Ma definendolo innanzitutto ed essenzialmente come strumento di espressione di domande che emergono dalla società, che alla società possono tornare, previa trasformazione in diritti, in garanzie, in beni disponibili ed appropriabili dalle masse di coloro che quelle domande hanno formulato reclamandone l’accoglimento e che perciò si sono organizzate appunto in partiti politici.

Ho voluto in tal modo significare la necessità dell’inerenza dei partiti alle domande sociali, ai bisogni umani, ai progetti di trasformazione sociale. O anche di difesa degli assetti esistenti. Ma comunque alla loro strumentalità rispetto alle istanze della base umana della convivenza. Inerenza, strumentalità che devono porsi come invarianti e come costanti della dinamica politica per affermarne e riprodurne il senso. Che verrebbe disperso e poi negato se la pluralità dei partiti si configurasse come simmetrica riproduzione degli apparati statali. Autoreferenziali come quelli rispetto ai quali devono invece porsi come espressivi di interessi altri. Altri appunto rispetto a quelli delle istituzioni statali, la cui referenza è data dagli interessi pubblici già legalmente canonizzati (dicastero per dicastero) laddove gli interessi che le domande sociali mirano a soddisfare non sono ancora legalizzati o lo sono ma in modo insufficiente o distorto nella percezione della base da cui partono le domande sociali.

Sono davvero partiti politici quelli esistenti in Italia? Sono qualificabili come estrattori, selettori e portatori di domande sociali coordinate in programmi credibili, non mediati con tutti i contenuti immaginabili e sfocati? Sono stati e sono collegabili a una qualche storia non rinnegata o non confessabile, o non indebitamente appropriata? Sono identificabili in qualche progetto almeno dignitoso di società e di stato, in qualche ideale non fumoso e non pasticciato, si basano su un qualche embrione di democrazia interna non degradata a riti acclamatori occasionali? La risposta è ovviamente scontata. D’altra parte, con l’eccezione del PD, hanno rifiutato anche il nome di partito le formazioni elettorali che si sono presentate agli elettori 24 e 25 febbraio scorso. Una scelta onomastica che potrebbe apparire onesta – perché autentici partiti non sono – se non fosse dovuta alla voglia di presentarsi con una qualche logora maschera dell’antipolitica proprio nel compiere l’atto politico per eccellenza, quella dell’elezione alle Camere del Parlamento[2].

A degradare i partiti in quel che son diventati è stata certamente l’adesione e la conversione alla funzione servente della cosiddetta “governabilità”. Sia perché per una elite (non più di “rivoluzionari professionali”, né di credenti impegnatisi nel sociale per obbedienza al loro sentimento religioso, né di borghesi per difendere con i diritti di libertà, che avevano conquistato per tutti, quello di proprietà da garantire alla propria classe) governare è più attraente che rappresentare. Sia perché la connessione diretta elezione-governo riduce a due sole le cadenze del rapporto fondante della democrazia moderna che è, come è più che noto, quello che procede dall’elezione per conseguire la rappresentanza da cui promana il governo se divisa in maggioranza e minoranze. L’elezione diretta del governo elude la rappresentanza, la comprime, la dissolve nell’investitura del governo sostanzialmente immunizzandolo dalla responsabilità politica, che evapora nello spazio e nel tempo. Nello spazio, per l’enormità che lo allontana dal corpo elettorale. Nel tempo, per la distanza che separa una elezione politica da quella successiva. Un esercizio efficace degli strumenti predisposti per far valere la responsabilità politica da parte del Parlamento è d’altronde frustrato dalla disciplina di partito che collega strettamente maggioranza e governo. Soprattutto nei sistemi bipartitici o, peggio, bipolari. Quelli che, con effetti disastrosi per la credibilità della rappresentanza, mediante sistemi elettorali ad altissima distorsione vengono raccomandati o addirittura imposti per garantire la “governabilità” [3]. Di questo termine “governabilità” non è mai superfluo ricordare l’origine. Fu la Commissione Trilaterale[4] a farne lo slogan di una politica, di una ideologia, di una lotta. Di una politica istituzionale mirante al taglio preventivo di ogni domanda incompatibile o non coincidente con le risposte che poteva dare il mercato capitalistico. Una ideologia servente ed esaltante il liberismo come principio pervasivo del sistema economico e di quello sociale. Una lotta spietata alle conquiste dello stato sociale.

Ma è necessario rivelare in che cosa sostanzialmente si sia poi tradotta la “governabilità”, in che cosa sia consistita e consista. Si può dire, con sufficiente sicurezza, che si sia trattato e si tratti di una tecnica coattiva funzionale all’esecuzione di imposizioni derivanti da esigenze altre rispetto a quelle proprie dei sottoposti e per obiettivi non scelti da soggetti, istituzioni, organi che li deliberano. Esigenze ed obiettivi che hanno coinvolto gli stati ponendosi al di sopra di essi ma assumendone la forza prescrittiva. Volere, proporre, mirare a realizzare la “governabilità” equivale a volere, proporre e realizzare una doppia espropriazione. Una a carico dei governi, l’altra a carico dei popoli. La governabilità è trasformazione degli esecutivi mediante la sostituzione del termine del rapporto del quale eseguire il volere. Al posto del Parlamento si colloca il sistema economico, quello capitalistico della finanza globale. Per rendere possibile tale sostituzione è stato però necessario incidere sui fondamenti del sistema statuale, aggredendo la rappresentanza politica. Svuotandola e per svuotarla sono stati operati due altri interventi. Uno sui partiti politici sostituendone il genoma. Erano nati – lo si diceva – come strumenti della rappresentanza, li si converte rendendoli funzionali alla governabilità. La cui condizione ottimale è data dalla riduzione del sistema dei partiti a due soli, assimilati nel convergere al centro e assicurare l’alternanza di omologhi. È perciò che da portatori delle domande della società sono poi diventati agenzie personali o di consorterie. Non poteva mancare l’intervento definitivo di mutazione genetica dello stato democratico. Ha riguardato l’atto politico che identifica la forma di stato prima ancora che la forma di governo. Inerisce alla declinante deriva della democrazia e ne prepara l’estinzione. Ormai, nel senso comune e per gli effetti derivanti da mistificanti sistemi elettorali, con le elezioni politiche generali non si eleggono più i parlamenti ma i governi. Che, appunto perché eletti con sistemi ad effetti maggioritari dispongono di un potere legale che li immunizza dalla responsabilità politica nei confronti della rappresentanza parlamentare. Responsabilità dei governi che, peraltro, si dissolve nella collegialità sovranazionale europea dei Consigli (quello dei capi di stato e di governo e quello dei ministri) e della Commissione responsabile sì ma … nei confronti dei Trattati, quindi dell’astratto principio posto alla sua base, quello neoliberista dell’economia di mercato aperta ed in libera concorrenza.

Da http://www.costituzionalismo.it

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