L’autunno caldo del ’69, una lezione da ripassare

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Con «autunno caldo» si intende la grande fase di mobilitazione nazionale dell’autunno 1969 per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici conclusasi con importanti conquiste dei lavoratori, sia sul fronte retributivo sia su quello delle condizioni di lavoro. Ma la svolta era avvenuta già nell’estate di quell’anno, in occasione di una lunga serie di scioperi nello stabilimento FIAT Mirafìori di Torino.

Mirafiori non era una fabbrica qualsiasi, ma una vera e propria città nella città, in cui lavoravano 60.000 operai. Fu lì che si sperimentò per la prima volta in grandi dimensioni la collaborazione attiva tra studenti e giovani operai, accomunati da più di una caratteristica.

ARRIVO IN STAZIONE CENTRALE DI FAMIGLIE IMMIGRATI DAL MERIDIONE ANNO 1969
Gli operai che si mobilitarono in quell’occasione erano giovani se non giovanissimi, in larga parte di provenienza meridionale, con scarsi rapporti con i sindacati, cui rinfacciavano il moderatismo e la timidezza. Erano l’esempio classico del cosiddetto «operaio-massa», il vero protagonista dell’onda lunga del ’68 operaio in Italia: privo di specializzazione e addetto alla catena di montaggio, più di altri pativa le peggiorate condizioni dovute alla ristrutturazione dell’organizzazione del lavoro affermatasi negli anni Sessanta, con l’aumentato livello di meccanizzazione e il ferreo controllo dei tempi e dei modi. La ristrutturazione aveva anche accresciuto il peso della gerarchizzazione interna alla fabbrica, con i capisquadra cui veniva assegnato un potere crescente a scapito soprattutto degli operai di livello inferiore, la cui distanza retributiva dagli operai specializzati non appariva giustificata, data la sostanziale equivalenza delle mansioni alla catena di montaggio.

A ciò si aggiungeva la rabbia per le difficili condizioni di vita patite nella città.

 A «miracolo economico» concluso, a Torino come nelle altre città industriali del Nord, le condizioni d’inserimento degli operai  immigrati dal  Sud non erano certo migliorate, così come non si era fermata l’ondata degli arrivi. La FIAT aveva cominciato ad assumere un gran numero di lavoratori meridionali dopo che l’offerta di forza lavoro maschile di provenienza settentrionale era andata calando.

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 Si trattava di operai che già avevano avuto esperienza di lavoro di fabbrica, nei paesi del Nord Europa o nelle aree industriali del Meridione, con una consapevolezza ma anche con aspettative maggiori rispetto a coloro che li avevano preceduti.

Come gli studenti con cui si ritrovavano al termine dei turni di lavoro per discutere e per organizzare le manifestazioni, anche questi giovani operai muovevano dalla volontà di contestare senza mediazione le forme di esercizio del potere cui erano sottoposti, dallo sfruttamento padronale alle gerarchie interne alla fabbrica, rifiutando il ruolo delle tradizionali rappresentanze politiche e sindacali e della delega in quanto tale.

Anche per loro l’assemblea era il momento centrale in cui prendere le decisioni, molto spesso in contrasto con i delegati sindacali.

In poco più di un mese, nell’estate del 1969, scioperi per lo più spontanei indetti nello stabilimento di Mirafiori provocarono il blocco di circa un quarto della produzione prevista, pari a 40.000 veicoli. Il 3 luglio, migliaia di quei lavoratori uscirono dalle fabbriche intonando uno slogan che ricordava il radicalismo degli studenti («Che cosa vogliamo? Tutto!») e che agli orecchi di molti risuonava come un preoccupante annuncio rivoluzionario che poco aveva a che fare con le pratiche rivendicative dei sindacati. Quel corteo si concluse con violentissimi scontri con la polizia, richiamando alla memoria di molti quanto avvenuto nell’estate del 1962 in piazza Statuto.

La fase che si aprì allora, e che sarebbe durata fino alla metà degli anni Settanta, si caratterizzò per un elevatissimo livello di conflittualità sociale, che si espresse in una lunga e continua sequenza di scioperi, spesso indipendenti dalle periodiche vertenze contrattuali. Tutti gli indicatori utilizzati per misurare il livello di conflittualità (il numero dei conflitti, dei partecipanti e delle ore di lavoro perdute) conobbero in quegli anni un’impennata senza precedenti, capace di persistere in un arco temporale insolitamente lungo.

Gli operai-massa, protagonisti di questa lunga fase rivendicativa, inaugurarono nuove modalità di lotta – in parte dietro ispirazione degli studenti – al fine di infliggere il massimo danno alla produzione con il minor disagio per gli scioperanti.

Come il ’68 studentesco, anche quello operaio mise in campo creatività e inventiva per concepire forme nuove e inaspettate di azione collettiva. Ecco quindi il diffondersi dello «sciopero a scacchiera», che prevedeva l’interruzione del lavoro con tempi e sequenze diverse da parte di singoli reparti e addirittura di singoli lavoratori, spezzando in questo modo il flusso produttivo e apportando un pesante danno all’azienda con il minimo danno per il singolo lavoratore.

L’obiettivo degli operai delle grandi industrie a elevata integrazione del ciclo produttivo era proprio di mettere in crisi il controllo totale dell’azienda sulla produzione, necessario al funzionamento del sistema ma anche responsabile della durezza della vita di fabbrica e della conseguente alienazione.

 Per raggiungere questo obiettivo veniva utilizzato anche il cosiddetto «sciopero a rovescio», mobilitazione paradossale e irridente, che prevedeva l’aumento arbitrario della produzione, al fine di scompaginare i piani produttivi predisposti dall’azienda, o ancora il «salto della scocca», che portava nelle imprese automobilistiche a saltare periodicamente la lavorazione di una carrozzeria posta sulla catena di montaggio, lasciando che si mischiassero pezzi lavorati a pezzi non finiti.

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Il ventaglio delle richieste degli operai era piuttosto ampio e segnava una rottura netta con le tradizionali piattaforme elaborate dal sindacato. Si chiedevano il miglioramento delle condizioni di lavoro (l’abbassamento dei ritmi di produzione, la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali, l’abolizione del cottimo, migliori standard di sicurezza) e il riconoscimento di diritti sindacali all’interno della fabbrica (assemblee retribuite, ulteriori ore di permesso per i rappresentanti aziendali).

Ma l’aspetto «rivoluzionario» delle richieste riguardava il salario. Andando contro una consolidata impostazione sindacale volta a premiare la professionalità dell’operaio mediante una netta diversificazione salariale, gli operai in sciopero muovevano da una chiara impostazione egualitaria e pretendevano sensibili aumenti retributivi uguali per tutti e la riduzione progressiva delle differenze salariali tra operai e impiegati e tra le differenti categorie operaie.

 La durezza e la standardizzazione del lavoro alla catena di montaggio rendeva artificiosa e ingiustificata qualsiasi differenziazione salariale.

Questa impostazione segnava una rottura netta con il sindacato, accusato di essere troppo cauto e succube delle forze padronali. Ma, a differenza dei partiti politici, i sindacati furono in grado di dare una risposta forte ai fermenti sociali, di interpretarli e di farsene portavoce, ricevendo in cambio nuovo vigore e forza propulsiva. Mentre i partiti si limitavano a  condannare i fermenti rivoluzionari provenienti dalla base operaia rifiutando qualsiasi forma di comunicazione, i sindacati stabilirono con i giovani operai un rapporto dialettico e di competizione, riuscendo in gran parte a incanalarli e a farli convergere su posizioni rivendicative sostenibili.

Un movimento nato fuori e spesso contro il sindacato, fu da questo cavalcato, divenendo per esso una risorsa straordinaria. Attraverso il sostanziale controllo della mobilitazione collettiva, i sindacati italiani si fecero organizzativamente più solidi, diventando allo stesso tempo una controparte fondamentale agli occhi di imprenditori e governi.

Tali risultati furono raggiunti attraverso un progressivo mutamento dei caratteri delle organizzazioni sindacali, che sostituirono le ideologie tradizionali con nuove impostazioni e di conseguenza allentarono i legami con i partiti di riferimento, tanto da far apparire verosimile la prospettiva della ricomposizione dell’unità sindacale spezzata nel lontano 1948.

Tradussero inoltre la spontanea protesta operaia in programmi di riforma di ampio respiro, che andavano dalla casa al sistema scolastico, dalla sanità alla questione meridionale, occupando uno spazio che la crisi dei soggetti politici lasciava vacante.

Ma, soprattutto, i sindacati abbandonarono il carattere di organizzazioni centralizzate, poco presenti nelle fabbriche e votate alla contrattazione a livello nazionale.

Raccolsero la sfida dei comitati unitari di base sorti spontaneamente nei luoghi di lavoro, aumentando la propria presenza nelle aziende per mezzo dei delegati di reparto e soprattutto dei consigli di fabbrica, nuovi organismi ai quali venne assegnato il compito di condurre la contrattazione aziendale.

Il sindacato divenne in questo modo un’organizzazione più aperta e sensibile ai fermenti della base e della periferia, meno cauta da un punto di vista rivendicativo e più radicata all’interno delle singole realtà. A ciò corrispose significativamente un forte aumento degli iscritti, che tra il 1967 e il 1975 passarono da 2.420.000 a 4.000.000 nella CGIL e da 1.515.000 a 2.593.000 nella CISL.

Fonte: “STORIA DELL’ITALIA REPUBBLICANA (1948 – 2008)   di Andrea Di Michele

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