Viaggio nelle parole: TEMPO

"Le muse inquietanti"  di De Chirico

“Le muse inquietanti” di De Chirico

Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.

 

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,

un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.

Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,

un tempo per demolire e un tempo per costruire.

Un tempo per piangere e un tempo per ridere,

un tempo per gemere e un tempo per ballare.

Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,

un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.

Un tempo per cercare e un tempo per perdere,

un tempo per serbare e un tempo per buttar via.

Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,

un tempo per tacere e un tempo per parlare.

Un tempo per amare e un tempo per odiare,

un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

QOELET  cap.3, vv1-8

"La persistenza della memoria" di Dalì

“La persistenza della memoria” di Dalì

Da qualche anno mi tiene compagnia  una strana sensazione:  come se vivessi in un tempo che non è il mio, come se fossi stato scaraventato in un posto nel quale faccio fatica ad orientarmi.

Che ci faccio io qui?

Sì, lo so, questo posto l’ho edificato anch’io. Non posso  e non voglio  tirarmi fuori. Ho le mani sporche.  Le cose che ho fatto o non ho fatto fanno capo ad esso, in qualche modo. Ed anche la mia parte ha aspetti sconci e non è stata capace di proporsi come alternativa credibile.

Eppure il malessere rimane.

C’è una classe politica tracotante e volgare che solo a vederla provoca delle contrazioni allo stomaco. Le parole sono tutte uguali, mai una voce fuori dal coro, mai uno che “stona”, mai un matto che abbia il coraggio di gridare: “Guardate che il re è nudo!”. Pensiero unico. Liturgie del Potere e del Denaro. Prostituzione sacra e diffusa nel Tempio del Capitale.

C’è un racconto triste del nostro Paese. E mentre si guarda con curiosa partecipazione nelle discariche del nostro tempo, i crolli di ciò che di buono avevamo costruito si susseguono.

Il futuro è una lampada spenta.

Chi ci traghetterà fuori da questo acquitrino malsano?

“Il silenzio del mio popolo mi fa paura”, ha scritto qualcuno. Molti trascinano a fatica frustrazione e smarrimento.

I fiori della nostra primavera sono appassiti. Tanti se ne vanno all’estero. Per sentirsi vivi, per giocarsi il futuro su campi non inquinati. Per respirare aria pura.

Lo so, la Storia dice  che finirà. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire.  Anche questo tempo finirà.

Ma sono anni ormai che i miasmi strozzano la gola. La speranza è un fiore delicato e fragile. Ed il mio tempo sta per scadere.

Foto RETE

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