TRA I REDUCI – Peppino

Giuseppe Candia

È mio zio. Si chiamava Giuseppe Candia. È una delle tante vittime sacrificate da Mussolini sull’altare del Potere. Morì a Roma in un ospedale, a causa di una malattia buscata al fronte.

Sul fronte russo invece ha combattuto Gaetano Scaldaferri, di Santa Domenica.

Consiglio di leggere la sua testimonianza, perché può dare insegnamenti.

La prendo dal libro curato da Ciro Cosenza “TRA I REDUCI DELL’ALTO RIRRENO COSENTINO”

“Cognome e nome : SCALDAFERRI GAETANO
Classe: 1909
Arma o corpo: ARM.I.R.
Fronte: RUSSIA
SOLDATO SEMPLICE

TESTIMONIANZA

Destinato al fronte africano fui mandato a Barletta il 26 aprile 1942 dove in attesa della partenza svolgevo funzioni di magazziniere.

Dopo tre mesi partii per Taranto dove rimasi per altri due mesi con il compito di facchino, infatti qui venivano caricate le navi che portavano rifornimenti in Africa. In questo periodo le truppe italiane subirono pesanti sconfitte e il fronte africano fu perduto, allora fui rimandato a Barletta.

Qui una sera si presentò nella baracca un tenente che chiese ai fabbri, ai falegnami, e ai muratori di alzare la mano, poiché questi dovevano andare a Bari per un corso, tra questi (circa 50) c’ero anch’io.

Arrivati a Bari ci accorgemmo che non c’era nessun corso, il tenente ci aveva mentito, infatti ci dissero che a giorni si doveva partire per il fronte russo.

Dapprima ci trasferirono a Bologna dove rimanemmo 20 giorni e dove mi fu dato uncappotto di lana e un moschetto (Mod. Ballila) con tre caricatori e senza fare un addestramento particolare partimmo in treno per il fronte. Attraversammo il resto dell’Italia, l’Austria (Germania), l’Ungheria e arrivammo in Russia.

Ci lasciarono in una stazione sperduta e da qui proseguimmo a piedi fino ad un villaggio vicino a VOROSILOVGRADO (Ucrania). Era il 12 Dicembre del 1942, il freddo era tanto (-35°) come pure la fame, si mangiava, quando si poteva, solo patate, qualche tozzo di pane, un po’ di fichi secchi e pochi sorsi d’acqua.

Appena arrivati cominciammo a rattoppare qualche baracca rimasta in piedi, ma nella notte del 13 Dicembre i russi riuscirono a sfondare la linea di difesa e i nostri cominciarono a indietreggiare, molti ci raggiunsero il 16, chiedendoci fucili e un po’ di pane. Noi rimanemmo altri 20 giorni e poi incominciammo a ritirarci. Il primo giorno a piedi poi in treno fino ad una stazione che era stata occupata dai tedeschi e abbandonata due giorni prima.

Qui trovammo un’officina dove c’era un tedesco a cui chiedemmo ospitalità, ma non ci fece entrare minacciandoci con un fucile. Fummo così costretti a passare la notte al freddo poiché il nostro capitano non ci permise di usare la forza contro il tedesco dicendo in dialetto “Nonnu u tuccati cà si’nno i tedeschi ci ammazzanu a tutti quanti”.

L’indomani il tenente ci ordinò di trovarci un alloggio presso le famiglie del villaggio. Io e altri due bussammo a un casolare, una donna ci fece entrare mostrandosi subito timorosa tanto che insieme al marito non dissero una parola e presero le distanze. Questa situazione si mantenne per circa due giorni fino a che ci portarono delle patate e quando noi gli porgemmo in cambio del caffè e dello zucchero rimasero meravigliati, capimmo allora che i tedeschi non si erano comportati nello stesso modo, forse li avevano anche maltrattati.

Rimanemmo con questa famiglia 10 giorni, quindi riprendemmo il treno e durante il viaggio il tenente ci ordinò di buttare tutto quello che ci poteva avvicinare ai fascisti: stemmi, tessere, documenti, fotografie, perché diceva che i russi uccidevano chiunque fosse di fede fascista.

Dopo circa un giorno arrivammo in un altro villaggio e qui dormimmo, mentre la fame si faceva sempre più sentire. Il giorno dopo verso mezzogiorno passò un treno adibito al trasporto di legname, non tutti riuscimmo a salire, io ce la feci.

Il viaggio continuò. Attraversata la Germania giungemmo a Vienna e quindi in un villaggio vicino al confine italiano. Qui dopo esserci lavati, sbarbati, disinfettati (i pidocchi erano tanti), ci cambiammo.
Il giorno dopo fummo mandati a Bolzano, ci ordinarono di consegnare il cappotto e il moschetto. Ci fu concessa una licenza di un mese, che trascorsi a casa.

Il 27 maggio del 1943 fui mandato a Foggia dove svolgevo diversi lavori di manutenzione. Il 6 settembre Foggia fu bombardata e noi fuggimmo in aperta campagna e proseguimmo fino a San Severo dove gli Alleati, scambiandoci per Tedeschi, ci bombardarono nuovamente.

L’8 settembre fu firmato l’armistizio, allora il capitano mandò un caporalmaggiore a Foggia affinchè ricevesse ordini, ma questi trovò la notizia che il Generale si era ucciso. Ritornato in tutta fretta, informò il capitano, il quale dalla disperazione scoppiò a piangere, mentre il tenente, indossati abiti civili, fuggì.

Si scatenò allora un caos indescrivibile, tutti fuggivano chi da una parte chi dall’altra, tutti volevano tornare a casa, e anch’io dopo aver attraversato la Basilicata in treno, proseguii a piedi fino a S. Domenica Talao, dove arrivai il 15 settembre del 1943.

Vorrei aggiungere che di tanto in tanto scrivevo delle lettere a casa, ma le risposte, se arrivavano, arrivavano dopo più di un mese. Inoltre durante la permanenza in Russia, una sera fui incaricato di montare di guardia all’accampamento, e per la prima volta vidi degli scarponi usati appunto per la guardia; pesavano circa 5 kg e fu difficile infilarli, ma, una volta calzati, non avevo più la forza di toglierli, tanto erano caldi. Quella di Russia fu un’esperienza durissima che non dimenticherò”.

La foto è frutto di un fotomontaggio fatto fare a Cuba da mio nonno tra gli anni ’40 e ‘50

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