Il tempo di “Valentino”

La classe di Amedeo

Le poesie, un po’ come le canzoni, si legano strette strette alle emozioni e sanno scaldare scampoli del vissuto.

“Valentino” di Pascoli entrò nelle nostre giovani vite sui banchi di scuola e vi è rimasta con tutta la sua “allegria melanconica”.

Raccontava qualcosa di noi. Quei piedini scalzi erano comuni anche ad Orsomarso. Tanti, durante il lungo inverno, non riuscivano a difendersi dal freddo, nemmeno chiudendosi in casa.

Allora ci si sentiva tutti in qualche modo dei “Valentini”. I bisogni erano limitati a… “il beccare, il cantare e l’amare”; altre necessità non urgevano.

C’era però una certezza: il futuro era una promessa a portata di mano. Ed allora ci sarebbero stati il vestitino nuovo ed anche le scarpe. C’era soltanto da lottare e partire. Ma si sarebbe tornati, affrancati dalle necessità.

Forse…

I volti di questa foto appartengono ai luoghi dell’anima: voci, gesti, paure, scoppi di allegria. Trame del vissuto. Alcuni non ci sono più, altri la vita li ha portati lontano.

Questa fotografia di Amedeo Campagna restituisce quel tempo e regala melanconia.

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VALENTINO
Oh! Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini!
Solo, ai piedini provati dal rovo
porti la pelle de’ tuoi piedini;
porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: in vece
costa il vestito che ti cucì.
Costa; ché mamma già tutto ci spese
quel tintinnante salvadanaio:
ora esso è vuoto; e cantò più d’un mese
per riempirlo, tutto il pollaio.
Pensa, a gennaio, che il fuoco del ciocco
non ti bastava, tremavi, ahimè!,
e le galline cantavano, Un cocco!
ecco ecco un cocco un cocco per te!
Poi, le galline chiocciarono, e venne
marzo, e tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l’uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare,
ci sia qualch’altra felicità

La maestra era una bella donna che teneva al proprio aspetto. Era sempre truccata e ben pettinata e ben vestita.
La maestra era una maestra un po’ strana, anche la bambina lo aveva capito. Non faceva mai fare ai bambini le recite di Natale davanti ai genitori. Istigava alla velocità matematica con le gare fra gli scolari, a due a due: il primo che risolveva un problema o un calcolo complesso, riceveva l’encomio: 10 (se la soluzione era giusta) bravo e svelto. La bambina non aveva mai sentito di voti simili altrove.
Poi la maestra voleva che la divisa fosse nera, unica classe in tutta la scuola, mentre tutti gli altri bambini avevano il grembiulino azzurro.
La maestra, inoltre, faceva imparare pochissime poesie a memoria. E questo alla bambina non piaceva.

A lei piaceva imparare le poesie, specialmente se erano in rima. La rima creava una musicalità particolare, come nelle filastrocche o in certe canzoni. E aiutava a ricordare i versi.
La bambina faceva fatica a ricordare le cose a memoria, ma le poesie, specie se in rima, erano facili da studiare.

Un giorno la maestra legge in classe e poi l’assegna come compito a casa, da imparare, una poesia che si chiama Valentino. L’ha scritta Giovanni Pascoli, un nome grosso, un nome importante, uno di quelli che ti annoia studiarli…
Ma la poesia va giù che è una meraviglia e la bambina si commuove nel leggere quei versi, nel declamarli, nell’immaginare quel povero bimbo di nome Valentino.

Quanti anni ha Valentino?
La poesia non lo dice.
La bambina immagina un ragazzino di circa sei o sette anni, cioè appena più piccolo di lei. Lo vede biondo, con i capelli dritti e la frangetta sugli occhi e magro di stenti. Cerca di immaginare come può essere quel vestito nuovo che la mamma ha cucito per lui, a prezzo di grandi sacrifici. Questo è un po’ difficile, la bambina non sa come si vestiva ai tempi di Valentino. Per quanto si sforzi, riesce a vedergli addosso solo pantaloni simili a quelli dei suoi fratelli, che però non sono nuovi, ma in genere ereditati da qualche altro parente. La mamma della bambina non sa cucire vestiti. Sa fare molte cose, ma la sarta no.
Un punto per Valentino.

La bambina vede benissimo però i piedini scalzi. Come si fa d’estate, al mare, o anche in casa, che tanto fa caldo. Ma Valentino ha i piedi scalzi d’inverno. Chissà che freddo poverino. E quella povera sua mamma che non è riuscita a comprargli le scarpe, ma gli ha lasciato quelle che gli ha regalato alla nascita. Quelle fatte della sola pelle.
La bambina ha un brivido di freddo. Lei ha avuto i geloni, e pensa che anche Valentino avrà i geloni, e le dispiace tanto.
Però Valentino è fortunato. Ha delle galline che gli regalano l’ovetto, che si spremono a più non posso per fare tante uova, che poi la mamma le va a vendere e così riempie il salvadanaio. Solo che, accidenti, i soldini non sono bastati nemmeno a comprargli le scarpe.
Alla bambina le scarpe non mancano, per fortuna. Quelle nere, belle, di vernice per esempio, sono fantastiche. Gliele presterebbe volentieri a Valentino, ma lui è maschio, non gli starebbero bene. Essere l’unica femmina in casa vuol dire avere la fortuna di avere quasi sempre scarpe nuove, non riciclate dal fratello maggiore e nemmeno da altri parenti, perché si sa, i bimbi le scarpe le consumano subito.
Valentino si consuma la pelle, invece.
Dio, come le dispiace! Mentre si affanna a ricordare i versi quell’immagine di sofferenza le entra negli occhi per uscirne come lacrima.

Non resta che sperare nella primavera. E infatti arriva marzo, e Valentino indossa il vestito nuovo fattogli dalla mamma, ma è sempre senza scarpe. Come un uccellino, impara a memoria la bambina. Ha le penne, ma non le scarpe. Però l’uccellino vola, ha le ali, se sente freddo ai piedi può farsi un giretto volando e così tira su le zampe e le tiene al caldo sotto la pancia. Con tutta la buona volontà, la bambina non crede che Valentino possa volare per scaldarsi i piedi.

Gli ultimi versi della poesia sono misteriosi per la piccola.
Quale altra felicità c’è al mondo oltre al beccare (beccare?!) cantare e saltare? Forse l’avere un paio di scarpe? È possibile. Ma certo, dev’essere così!!! Per Valentino sarebbe stata una felicità avere un paio di scarpe qualsiasi, oltre che una necessità. Forse per l’uccello venuto dal mare un po’ meno, magari a lui occorreva un paio di pinne, ma insomma, la bambina non poteva giurare che la bestiolina non avrebbe gradito anch’essa una calzatura sulle zampe.

Chiarito il mistero, la bambina ripete a lungo la poesia, con il viso infreddolito di Valentino davanti agli occhi. L’indomani sarà interrogata e lei vuole il suo solito 10.

La bambina ancora non lo sa, ma questa poesia le sta lasciando il segno per gli anni a venire
Intanto, sarà l’unica di quelle poche liriche che la maestra le ha fatto imparare che ricorderà sempre alla perfezione.
Poi, ogni 14 febbraio, mentre il mondo consumistico festeggia il patrono degli innamorati, lei inevitabilmente ripenserà al suo piccolo amico Valentino, lo rivedrà col suo bel vestitino nuovo ma scalzo come l’uccellino che viene dal mare. I versi del pascoli si riaffacceranno, a ogni febbraio, usciranno da depositi polverosi e torneranno alla mente e alla bocca, che anche in silenzio tornerà a recitarli.
Infine, la bimba, ormai donna, avrà la mania delle scarpe, che continuerà a comprare senza necessità e senza esserne mai soddisfatta.

Da http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/

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