Il tempo del maiale

Attilio vicino al maiale. In fondo Antonio Pandolfi

Nel mondo contadino il tempo che va dalla fine di dicembre alla fine di gennaio era “il tempo del maiale”.

Ogni famiglia ne aveva uno. Fino agli anni ’60 i paraciddi erano in paese. Facevano parte del “paesaggio”. Poi vennero sfrattati. si crearono così delle “porcopoli”. Le più popolose erano alla Turricedda, a Santo Linardo, all’Anzitto e a Turretta, versante Armilungo.

Il maiale era una fonte di nutrimento preziosa in un’economia povera come la nostra.

Di primo mattino si spandeva per i vicoli il lamento di qualche bestia. Ed era il segno della “festa del raccolto”.

Ci si alzava  la mattina presto. Gli adulti, nascondendo un po’ di tensione, si organizzavano su come immobilizzare l’animale, per facilitare il lavoro del macellaio. Poi si procedeva alla pulitura con l’ausilio di abbondante acqua bollente. Nella tarda mattinata il corpo del maiale veniva appeso con il mancone (come nella foto) e seguiva la prima fase della macellazione vera e propria. Si lasciava così per tutta la giornata, per permettere alla carne di asciugarsi. A sera veniva completato il lavoro.

A mezzogiorno c’erano le grandi tavolate con parenti ed amici. Mentre il pomeriggio era riservato alla muddicata, momento magico per i ragazzi.

La conservazione delle varie parti del maiale per le donne era un lavoro massacrante, che durava molti giorni. Per sauzizze, sopressate, vrine, custatedde, filitti, capicuddi, prusutti, vucculari… c’era da smanettare dalla mattina alla sera.

La presenza di Attilio ricorda che prima di uccidere il maiale c’era da pagare “il dazio”, una tassa. L’ufficio era dove oggi si trova il negozio di Angelo Cersosimo. Qualche volta veniva qualcuno per controllare non si sa bene cosa. Metteva un timbro sulla coscia del maiale ed andava via. Melanconico spiffero della burocrazia.

Foto: Antonietta Russo

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