ALLA (MARIA) GALIAKOWA

Alla Galiakowa

Alla Galiakowa


La vedevi uscire la mattina presto con la sua borsetta e arrampicarsi a passo svelto per le stradine del paese. C’erano da visitare donne con creature appena nate ed assistere infermi che smaltivano nel letto le sofferenze di un acciacco.

ALLA GALIAKOWA (così si chiamava) sapeva gestire le emozioni ed i travagli delle giovani madri e mitigare le sofferenze di chi consumava giorni in un letto. Le volevano bene in tanti.

Era nata nel 1923 a Kharkov vicino Kiev in Ucraina, allora parte dell’URSS. Il padre, ingegnere elettromeccanico, e la madre lavoravano nella stessa fabbrica. Finite le scuole, si era iscritta all’università alla facoltà di medicina.

In Russia nel 1917 lo zar fu costretto ad abdicare. Con la Rivoluzione di ottobre il governo era finito nelle mani dei bolscevichi di Lenin. A partire dal 1924 Stalin cominciò a concentrare nelle sue mani tutto il potere che, lentamente, assunse le forme di una dittatura asfissiante. Tra il ’36 ed il ’39 migliaia furono i condannati a morte in “processi farsa”. Nel nome del popolo, come nel nome di Dio, della libertà o della democrazia, si sono commessi crimini orrendi.

Alla, figlia unica, visse la sua adolescenza in questa temperie.

Nel 1941 i soldati di Hitler, con l’operazione Barbarossa, invasero la Russia. Arrivarono anche a Kharkov. Alla ed i suoi genitori vennero fatti prigionieri e furono portati nel campo di concentramento di Erfurt, in Germania.

Qui arrivò nel 1943 anche Enrico Giampaolini. Vi era stato deportato dopo l’8 settembre, mentre si trovava a Zagabria con altri soldati, perché si era rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò.

Conobbe l’ingegnere e fecero amicizia. Grazie a lui poté frequentare Alla. I due giovani impararono a volersi bene. Nel tempo della malora una carezza arriva fino al cuore ed un sorriso accende promesse che non temono tradimenti.

Finita la guerra i giovani sposi andarono a vivere a Filotrano nelle Marche, mentre l’ingegnere e la moglie tornarono a Kharkov.

Anche loro avrebbero voluto rimanere in Italia, ma non potevano. A volte le leggi degli Stati fanno violenza alle leggi del cuore. Nel tempo in cui facevano visita alla figlia, ogni giorno carabinieri si presentavano per controllare non si sa bene cosa. Perché ci sono guerre subdole che si combattono anche su questi fronti.

Enrico riprese la sua attività di calderaio, mentre Alla studiava perché voleva diventare ostetrica. La famigliola però non stava ferma, mise germogli: nel ’46 nacque Franco e nel ’54 Viviana.

Dopo aver preso il diploma, Alla, che la suocera cominciò a chiamare Maria, vinse il concorso da ostetrica. Nel ’56 le venne assegnata la sede. Arrivò ad Orsomarso nel febbraio dello stesso anno.

Erano gli anni della guerra fredda e lei, russa, veniva guardata con sospetto. Racconta Franco, il figlio: “Qualcuno, del gruppetto dei potentati locali, cercò di farle le scarpe, per far rimanere la vecchia ostetrica, Maria. Il segretario comunale però li allertò sui rischi a cui andavano incontro. E si quietarono”.

La prima bimba che nacque con l’aiuto di Alla fu la figlia di Attilio Amoroso. A quel tempo il parto veniva vissuto con più naturalezza. La battuta di una giovane donna che preferiva fare più un figlio che “na furnata di pane”, ne dà conto. Tutto avveniva tra le mura domestiche, riscaldate dalle premure dei famigliari. E così si nasceva a Verbicaro, Grisolia, Maierà, Papasidero… si nasceva anche in campagna o in un pagliaio. Oggi non più. Tutti nascono a Belvedere o a Lagonegro, nel mondo asettico di un ospedale, che darà più garanzie igieniche e sanitarie, ma senza il calore della propria casa e lo sguardo rassicurante di chi ti appartiene.

Passavano gli anni ed i Giampaolini ad Orsomarso cominciavano a mettere radici.

Alla non volle andar via, pur avendone avuto l’opportunità. “Le piaceva questo paese perché c’era molto acqua, acqua fresca e pura”, dice Franco.

Non è mai più tornata a Kharkov. I suoi genitori hanno consumato la vecchiaia con una piccola pensione, in anni in cui la Storia ha dovuto sopportare gli oltraggi di un mondo incarognito ed i travagli di ferite da rimarginare.

La morte è venuta a prendersela a 65 anni, quando l’inverno stava per finire e nei campi spuntavano i primi fiori ad annunciare l’arrivo della bella stagione.

P.S.

Devo un ringraziamento a Franco per il materiale che mi ha passato, per il tempo che mi ha dedicato e per avermi fatto partecipe della vita di sua madre.

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