“San Nilo di Rossano al Mercurio”

Percorso per arrivare alla grotta di San NIlo

Ed in questa realtà, in tanta messe dello spirito, giunse Nicola, il nobile rossanese. Vi fu accolto dagli egumeni, che ne intuirono l’«acutezza del suo ingegno» e ne ammirarono «la soavità della sua pronunzia».

Ma, non appena pervennero drastiche ingiunzioni e minacce da parte del governatore bizantino, fu mandato nel monastero di S. Nazario, «sottoposto ad un principato straniero», quello longobardo di Salerno, e lì, intorno ai trent’anni, divenne monaco, assumendo il nome di Nilo, dall’omonimo Sinaita.

Proprio nel monastero di S. Nazario sì rivelò l’indole integra e fustigatrice del giovane, dell’italo-greco, del Santo.

Lì, come scrive il Bìos, «impiegava tutta la giornata nello scrivere con bei caratteri, e ciò faceva sia per lasciare a quel monastero una memoria dei suoi caratteri, sia per non attirarsi addosso la condanna inflitta a chi mangia senza lavorare».

A S. Nazario affrontò l’arroganza d’un «conte», il tirannello della contrada, la cui violenza era temuta finanche dall’igumeno del monastero.

Vi trascorse quaranta giorni, poi, «a piedi nudi», vestito d’una «pelle di pecora» con «alcune croci» trapunte, a «capo scoperto», rientrò al Mercurio.

Aveva inizio, così, la vita monastica di Nilo, probabilmente presso il monastero eparchico, da ubicare sul versante occidentale della collina, al di sotto della fortezza, o in quello del «beato Fantino», forse alle falde meridionali di timpòne Simàra, nell’attuale località Giardino di Orsomarso.

Dopo un triennio di noviziato, lasciò la comunità, e, col permesso dei padri, si ritirò a vita eremitica in una grotta, «con entro un altare dedicato all’Arcangelo S. Michele, assai adatta per gli amanti della solitudine», così il Bìos.

È però doveroso, ora, chiedere perdono, sia a s. Nilo, che dal fulgore dei Santi certamente lo concederà, sia agli studiosi di agiografia niliana.

Ed ecco il motivo!

Abbiamo cercato affannosamente la grotta di’ s. Michele per oltre un trentennio, e, poiché tante della «Regione mercuriense» dedicate a sant’Angelo hanno le stesse caratteristiche, l’entusiasmo ci ha tratto in errore d’identificazione.

Copertina dell’opuscolo

Solamente nella mattinata dell’otto ottobre del 1987, sotto la guida del sig. Francesco Pandolfi di Orsomarso, siamo scesi nella grotta di s. Angelo, nell’omonima località di quel comune, e lì abbiamo ubicato, senza più il minimo dubbio, i! celebre santuario di s. Michele, per i seguenti motivi, che ci sembrano ineccepibili:

a) Vi si può’ solamente «scendere»; umanamente impossibile salirvi: lo conferma il Bìos: «Discese quindi, appena fatto giorno, il nostro santo Padre Nilo nella spelonca e trovò che fin là erano arrivati i Saraceni… ».

b) Una grossa pietra occupa gran parte del vano.

La stessa misura, circa, m 3,20x3x1,50 di altezza. Ed il Bìos: «Dopo il tramonto del sole si sedeva alla mensa, la quale consisteva in una pietra assai grossa…”

e) Gli affreschi sulla parete nord, come riferiscono gli anziani di Orsomarso e lo stesso accompagnatore, rappresentavano un Crocifisso, con la Madonna e s. Giovanni.

Benché manomessi – ci è stato riferito che le immagini servivano da bersaglio ai pastori per le loro sassaiole! -, della croce, rinchiusa in riquadro di m 1,70×1,05, si nota chiaramente un braccio.

Ancora il Bìos: « se ne stava sino ad ora di sesta presso la croce del Signore in compagnia di Maria SS. e di Giovanni, recitando il salterio, e facendo migliaia di genuflessioni….» .

Così l’identificazione non presenta più incertezze!

Altri elementi, anche se probanti, sono dubbi: «di fronte alla spelonca » c’era un cespuglio di rovi, dove il Santo era solito appendere «il suo sacco di pelle di capra», con cui si vestiva e che mutava ogni anno.

Prima dell’ingresso vi è ancora un cespuglio di rovi.

È credibile che si siano riprodotti per, circa, mille e cinquant’anni? Scrive il Bìos: «…il santo Padre Nilo, ritornato nella sua spelonca, cassava per l’angusta porta e la scabrosa via, che da pochi si ritrova».

È proprio così! Sebbene l’ingresso fra due blocchi di granito oblunghi, misuri m 1,20×1 circa, viene notevolmente ristretto, quasi chiuso, dalla «pietra assai grossa» che ne occupa parte del vano.

La via «scabrosa» non è priva di rischio, né facilmente individuabile, se non si frequenta o non si è accompagnati da chi conosce perfettamente i luoghi. La grotta è alta, circa, quattro metri. È chiusa da muri, ad angolo est-ovest e nord-sud, lunghi complessivamente m 14, larghi cm 50.

Ha subito rifacimenti, difatti i i muro est-ovest è stato costruito con  terra rossa e pietre spianate, intonacato con calce; l’altro ricostruito con pietre saldate con calce.

Non vi sono tracce dell’altare dedicato a s. Michele.

(CONTINUA)

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Fonte: “San Nilo di Rossano al Mercurio” di O. Campagna  – Distretto scolastico n.21 – Diamante

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