Quale economia per il Sud?

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Quanto vale lo scheletro dell’economia meridionale?

Troppo poco rispetto alla popolazione che circonda lo scheletro portante

 
Il Sole 24 ore lancia un piano di azione per il Sud, che viene identificato come una macroregione che si colloca tra problemi ed opportunità (31 gennaio 2014).

Alberto Quadrio Curzio e Marco Fortis indicano un percorso strategico, altri articoli si concentrano su industria e sistema dei porti; nei prossimi giorni verranno presentate ulteriori proposte. Ottima iniziativa: valeva la pena di ricordare che il Sud non è la zavorra d’Italia: il nostro problema (rectius il problema degli italiani) si manifesta nella circostanza che l’economia e la società italiane sono diventate assai prossime al Mezzogiorno, tanto che non si dovrebbe più parlare di divario. Economia e società rappresentano una sorta di Mezzogiorno d’Europa: una nazione che, pur appartenendo all’Europa mediterranea, stenta a trovare la ripresa della crescita ed un ragionevole equilibrio sociale.

Molti indicatori e molti analisti autorevoli hanno certificato questa diagnosi. Ma veniamo al piano di azione proposto da Quadrio Curzio e Marco Fortis. L’impianto strategico è assolutamente condivisibile. Quattro direzioni di espansione: agricoltura e turismo, portualità e logistica.

Non convince, tuttavia, il piano di appoggio sul quale dovrebbero sorgere questi nuovi percorsi della crescita. Serve una base robusta e capace di supportare lo sforzo economico che l’Italia, ed il Mezzogiorno, dovrebbero caricare sulle proprie spalle per dare respiro a queste strategie. Se consideriamo la industria manifatturiera come lo scheletro portante delle economie, il modo di lavorare che determina un modo di produrre che si traduce, a sua volta, in una trasformazione delle materie prime, grazie alle mani, ma anche al cervello ovviamente, delle persone e che genera la crescita e, di conseguenza, lo sviluppo. Quando la nuova ricchezza alimentata dalla crescita può e deve essere ridistribuita alla comunità, ridimensionando gli scarti tra il tenore di vita dei troppo ricchi e quello dei troppo poveri.

Questa base di partenza, dicono Quadrio Curzio e Fortis, è proprio la manifattura ma il modo in cui ne determinano il valore, il potenziale di crescita e di supporto alla comunità meridionale, non è convincente. E’ vero che il Mezzogiorno produce 28,8 miliardi di valore aggiunto nella manifattura. Ed è altrettanto vero che il Mezzogiorno è grande molto di più, per dimensione demografica, di una media Nazione europea. Ma proprio questo è il problema. Dietro il Mezzogiorno, ed in ordine decrescente per miliardi di euro nella manifattura, si collocano Finlandia, Romania, Danimarca, Portogallo e Grecia. Questa dimensione meridionale, che eccede il valore della manifattura di tutti gli Stati europei citati, deve trovare una scala relativa per esprimere il proprio valore. Il Mezzogiorno ha più di 20 milioni di abitanti. La Romania ne ha 21; la Grecia 11, il Portogallo 10, la Finlandia e la Danimarca 5,5.

Se si considera il valore aggiunto della manifattura, la produzione dell’industria in ognuna di queste nazioni, dividendola per i numero degli abitanti si ottiene una misura comparativa di quanto conti davvero, in ognuna di quelle nazioni, la presenza dell’Industria. In termini di migliaia di euro procapite la graduatoria diventa questa, ed è assai diversa: 5 in Finlandia, 4 in Danimarca, 1,9 in Portogallo, 1,7 in Grecia, 1,4 nel Mezzogiorno e solo 1,2 in Romania. Questa graduatoria è più aderente alla interpretazione dell’Europa attuale.

I big sono i paesi del Nord Europa, che gravitano verso la Germania e la Russia. In successione, e nei paesi dell’Europa meridionale, la graduatoria penalizza il Mezzogiorno d’Italia. Solo la Romania si colloca, con uno scarto molto ridotto – ma la rimonta sarebbe fin troppo facile – ad 1,2 e non ad 1,4. Ma la Romania ha una popolazione più alta del Mezzogiorno ed un valore aggiunto nella manifattura più basso. Troppo facile batterla, anche con i numeri del Sud Italia. Il problema di come collocare su un pavimento adeguato la rinascita strategica dell’economia meridionale riappare molto evidentemente.

Questo Mezzogiorno, in primo luogo, dovrebbe davvero diventare una macroregione, abolendone le attuali, troppo diverse troppo difformi per dimensione economica e dimensione demografica. Ma il nodo che abbiamo davanti è chiaro: lo scheletro industriale è assai ipotrofico, la dimensione della popolazione che lo circonda è fin troppo ipertrofico. Il Mezzogiorno è una creatura obesa che non riuscirà mai a camminare con uno scheletro incapace di sostenerla.

Ma, nonostante questa pericolosa contingenza, l’intuizione di Quadrio Curzio e di Fortis va ripresa e sostenuta: aggredendo, appunto, la questione dell’industria. Che, guarda caso, è una questione che unifica la fragilità del Nord e quella del Sud.

Lo spettro delle nuove direzioni strategiche potrebbe essere allargato, proprio mediante una espansione della manifattura: agroalimentare, abbigliamento, enogastronomia ed enologia, industria dell’accoglienza come macchina capace di condividere turismo e logistica. Trasformazione delle città e riorganizzazione delle infrastrutture: anche questa industria, delle costruzioni e della rigenerazione urbana ed ambientale, è manifattura, evidentemente. Ma il problema vero è fare i conti con i caratteri dell’impresa industriale che rimane una straordinaria gerarchia per accrescere la ricchezza, anche quando la relazione tra la mano ed il cervello si trasforma in termini quantitativi.

Partiamo da quello che non vogliamo: un Mezzogiorno mortificato da una riduzione dei salari perché la produttività delle imprese meridionali è bassa. Solo uno stupido può pensare alla “cinesizzazione” dell’Italia; tra qualche anno anche i salari indiani e quelli cinesi saranno più alti.  Non si parte dal salario unitario per cambiare il modo di produrre. Si deve lavorare sul costo unitario del prodotto. Il quoziente tra il volume totale della produzione manifatturiera e la quantità di lavoro moltiplicata per il prezzo orario del lavoro. E questo quoziente può e deve essere progressivamente diminuito. Perché il costo unitario del prodotto si riduce al crescere del volume della produzione grazie a variabili assai diverse dal salario unitario. La produzione manifatturiera cresce in ragione delle nuove tecnologie applicate ai processi lavorati; in ragione della intelligenza nel coordinamento dei processi operativi; in ragione della capacità degli individui che agiscono nell’organizzazione; in ragione della immaginazione strategica di chi dirige e conduce le sorti dell’impresa.

Non saprei dire se Marchionne sia stato pagato troppo per aver trasformato una moribonda holding multisettoriale, domiciliata in un solo paese, in un leader mondiale dell’industria dell’automobile. Ma sono certo nel dire che senza Marchionne, la sua intelligenza strategica e la sua capacità di coordinamento e negoziazione, a tutti i livelli, non ci sarebbe più la Fiat.

Questa è la cultura della manifattura e questa è anche una delle pietre miliari della cultura occidentale, e del suo tentativo di allargare la conoscenza per allargare le opportunità di ognuno. Si potrebbe fare anche nel Mezzogiorno ed in Italia ma solo nella maniera che abbiamo descritto. E solo a condizione che la progressiva estensione dello scheletro industriale possa progressivamente sorreggere una popolazione eccedentaria che, altrimenti, emigrerà rendendo il paese, e non solo il Mezzogiorno, una nazione più piccola demograficamente, che ospiterà prevalentemente persone anziane e che, di conseguenza, avrà bisogno di un fabbisogno crescente di sanità e previdenza. Più spesa pubblica. Ma prodotta da chi?

 

Links utili

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-01-31/il-mezzogiorno-ha-quattro-grandi-talenti-investire-064505.shtml?uuid=

Alberto Quadrio Curzio e Marco Fortis, Il Mezzogiorno ha quattro grandi talenti da investire, Il Sole 24 Ore, 31 gennaio 2014

 

http://www.tuttitalia.it/statistiche/nord-centro-mezzogiorno-italia/

i dati della popolazione italiana al 2012

http://lnx.svimez.info/it/2013.html

 

il rapporto stime relativo al 2013

 

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-1494295b-9c6f-4a72-b7b3-afaea0fcb3d5-grp.html

http://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Dstripbooks&field-keywords=Sud+a+perdere%3F+Rimorsi%2C+rimpianti+e+premonizioni&rh=n%3A411663031%2Ck%3ASud+a+perdere%3F+Rimorsi%5Cc+rimpianti+e+premonizioni

Massimo Lo Cicero, Sud a Perdere? Rimorsi, impianti e Premonizioni, Rubbettino 2010

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