RISORGIMENTO DI CHI? – Ma è proprio vero che, prima dell’arrivo dei Piemontesi, al Sud si andava tutti con le toppe al culo?

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In quel decennio 1860-70 tutto quello che era criticabile passava per “borbonico”. Borbonico il parassitismo, la pigrizia, l’arretratezza, l’inefficienza.

In realtà, un giudizio così sbrigativo era costruito più sulla malafede che sull’improvvisazione.

Il Regno delle Due Sicilie era, invece, una società economica in via di rapida evoluzione positiva. De Brosses, nel 1736, scrisse con convinzione che «Napoli è la sola città italiana che sente realmente di essere capitale: tutto contribuisce a conferirle l’aspetto vivo e animato che hanno le grandi metropoli d’Europa». Nell’Ottocento non perse queste caratteristiche.

Il Meridione riceveva gli ospiti in saloni arricchiti da arazzi, serviva vini pregiati in cristallerie delicate, proponeva tavole imbandite con pizzi e vasellame di Capodimonte.  A Torino usavano ancora i piatti di legno. Il sud conservava la raffinatezza culturale greca e araba e l’università di filosofia poteva annoverare il meglio dell’intellighenzia del tempo. Al nord parlavano il dialetto venuto dai barbari

d’oltralpe.

Piantina dello stabilimento di Pietrarsa

Piantina dello stabilimento di Pietrarsa

Nelle province napoletane si lavoravano il ferro, la ceramica, i filati. Le fabbriche di Pietrarsa e l’Opificio Reale rappresentavano il maggior complesso siderurgico del sud, in grado di reggere la concorrenza con Austria e Prussia. Erano dotati di un motore a vapore, capace di sprigionare energia per 160 cavalli. Ci lavoravano mille operai e altri 7 mila vivevano dei manufatti dell’indotto.  La fonderia Orotea di Palermo, di proprietà della famiglia Florio, era conosciuta nel mondo per i prodotti di precisione e impegnava 600 operai.

Il mercato tessile era saldamente in mano al Meridione. Lo stabilimento di Piedimonte d’Alife dello svizzero Egg contava 1.300 operai, 36 filatoi e 500 telai. La maggiore filanda del nord, la Conti di Milano, impiegava 415 dipendenti.

San Leucio

San Leucio

Il sud ospitava le industrie di Scafati di Mayer e Zollinger, quelle di Pallenzano e di Salerno. A San Leucio, su 80 ettari di terreno, sorse la più importante seteria di quei tempi. Il gruppo industriale Guppy, con il socio d’affari Pattison, avviò un’azienda a Napoli per la costruzione di macchine agricole e locomotive a vapore: trovarono posto 1.200 dipendenti. Cinquecento metalmeccanici operavano nella Real Fonderia di Castelnuovo, altrettanti nella Real Manifattura delle armi a Torre Annunziata.

Il cantiere navale di Castellammare era una piccola città di 2 mila impiegati. La flotta del Regno delle Due Sicilie contava 40 mila uomini d’equipaggio. Le aziende calabresi (a Mongiana, Cardinale, Monteleone, Catanzaro), quelle di Matera, Palermo e Catania esportavano in Brasile e negli Stati Uniti.

Resti delle Real Ferriera di Mongiana - Cz

Resti delle Real Ferriera di Mongiana – Cz

Il Napoletano era di gran lunga la regione più industrializzata. Il censimento, promosso in occasione dell’Unità d’Italia, le accreditò un milione e 189 mila operai, pari al 37 per cento degli attivi, contro i 345 mila del Piemonte che rappresentavano il 17 per cento.

Nel 1861, dunque, il Regno delle Due Sicilie rappresentava un gettito economico di 443,2 milioni, mentre il Regno di Sardegna ne poteva contare solo 27. Milano contribuiva con 8,1, la Toscana con 8,5, Parma e Piacenza con 1,2.

Le industrie metalmeccaniche vennero boicottate e fatte fallire per favorire l’Ansaldo di Genova e quelle manifatturiere furono chiuse per incrementare i fatturati delle aziende di Biella e Como.

Per cento e più anni, il nord si mangiò il sud ma, adesso – il saggio di Luca Ricolfi è illuminante – sta accadendo il contrario. Il sud, spogliato ed emarginato, senza i mezzi per poter camminare da solo, quasi per una vendetta della storia, comincia a divorare le ricchezze del nord (e, quindi, a mangiarsi il nord).

Al tempo del Borbone, il Regno di Napoli distava dall’Europa assai meno di quanto disti il sud Italia dopo l’unificazione. Anche Milano è una ex capitale declassata

e ha perso posizioni, ma la decadenza di Palermo e Napoli, dall’Unità d’Italia, è imparagonabile.

Lo denunciò, già nel 1870, il sindaco di Napoli Sandonato:

“Qui lo spostamento di interessi, avvenuto dal 1860 in poi, ha reso le condizioni di vita più difficili e più stentate segnatamente nelle classi lavorataci. Tutto ha esulato, stabilimenti pubblici, affari, industrie, commercio. Tutto meno l’amore di patria e la fede nei destini nazionali. Né alcun compenso materiale è venuto a riparare tanta iattura. La forza contributiva dei napoletani è visibilmente scemata e va di giorno in giorno anche più diminuendo, pel mutato sistema di viabilità e per centro degli affari spostato, va ad abbondare altrove”.

Agostino Bertani

Agostino Bertani

 

Già nel 1900 Antonio De Viti De Marco definì il nostro Mezzogiorno un «mercato coloniale» del nord, descrivendo l’Italia non come «un grande paese di 30 o 33 milioni di abitanti ma un piccolo stato, grande quanto il Belgio o l’Olanda che sta ai piedi delle Alpi e una popolazione di sfruttamento che si stende dall’Appennino al mare».

Nicola Zitara ha scritto un saggio dal titolo emblematico: “L’Unità d’Italia: nascita di una colonia”

Chi aveva avuto un impiego si ritrovava disoccupato da un momento all’altro.

Perciò era giustificata la protesta del deputato giornalista Angelo Brofferio che, nella seduta del Parlamento del 20 novembre 1863, chiese conto della «politica della miseria» che si andava realizzando. «Sento che l’erario di Napoli versa in penuria tanto da doversi provvedere, mandando da Torino 4 milioni di lire per i bisogni immediati. Come mai? Le finanze erano floride e la rendita pubblica a 118. Che cos’era successo per ritrovarla così derelitta?»

I conquistatori del regno del sud lo stavano spolpando.

Poche settimane prima dell’impresa dei Mille, i contabili  del Banco di Sicilia dovettero chiamare gli operai per rinforzare il pavimento che, nonostante la blindatura, non bastava per sostenere il tesoro conservato in cassaforte.

Lingotti d’oro a tonnellate. Il peso di quella ricchezza era un problema serio: l’unico che i nuovi governanti risolsero alla radice. Giuseppe Garibaldi, entrato a Palermo, si fece consegnare 2.178.818 lire dei cinque milioni depositati. Lasciò un pezzo di carta con scritto: «Per ricevuta per spese di guerra» e la promessa che il nuovo stato si sarebbe preoccupato di rimettere i conti in ordine.

Quel foglietto restò negli archivi dell’istituto: prima in quello contabile e poi in quello storico. La promessa si perse fra migliaia di assicurazioni di quel tempo. I luogotenenti di Garibaldi presero il resto in contanti e non badarono nemmeno a

lasciare una firma del loro passaggio.

Analogamente a Napoli, dove la banca custodiva 11 milioni di ducati d’argento e due milioni di sterline d’oro. Con i depositi privati si arrivava a 33 milioni. Il banco venne affidato alle cure di Giuseppe Libertini, a capo di un comitato che metteva insieme mazziniani e garibaldini e, nel giro di qualche settimana, non c’era più nulla da amministrare, perché era stata spesa anche l’ultima lira.

Un patrimonio disperso in mille rivoli sconosciuti. I patrioti non rilasciano ricevute.

Ippolito Nievo

Ippolito Nievo

Ippolito Nievo, tesoriere della spedizione dei Mille, tentò di conservare una qualche contabilità e minacciò di renderla  pubblica quando troppe voci sulle ruberie alle casse pubbliche cominciarono a rincorrersi. Non ne ebbe il tempo.

Scomparve: lui e sei casse di documenti che dovevano raccontare gli affari finanziari (e sporchi) nel sud. Affondò nel mare di Napoli, con il vapore Ercole, 4 intendenti della guardia di finanza che lo accompagnavano, 12 passeggeri, 63 membri dell’equipaggio, 233 tonnellate di mercé.

Del naufragio non fu possibile recuperare né un foglio di carta né un chiodo del battello. Troppe le mani che trafficavano nei bilanci delle tesorerie.

Da “MALEDETTI SAVOIA, SAVOIA BENEDETTI” di L. Del Boca ed E. F. di Savoia

Foto web e Ciro La Rosa

2 Replies to “RISORGIMENTO DI CHI? – Ma è proprio vero che, prima dell’arrivo dei Piemontesi, al Sud si andava tutti con le toppe al culo?”

  1. Fausta Samaritani ha detto:

    Le solite imprecisioni. Il Banco che era a Palermo (Regio Banco dei Reali Domini aldilà dal Faro) fu consegnato a Crispi, ministro unico del Dittatore Garibaldi, grazie a un armistizio sottoscritto il 31 maggio 1860 dallo stesso Crispi, in nome di Garibaldi, e dal generale Lanza, nominato dal re di Napoli suo alter ego in Sicilia, con poteri civili e militari. L’armistizio prevedeva al punto 2 che tutto l’edificio, dove era il Banco, fosse consegnato a Garibaldi, attraverso il suo ministro Crispi. Della consegna furono fatti cinque esemplari, di cui un originale esiste, fu pubblicato a giugno 1960 dall’Ora di Palermo e oggi è conservato nel Fondo Crispi, all’Archivio Centrale dello Stato (a Roma). Nei locali del Banco furono trovati 5 milioni e 444 mila ducati, tra pezzi d’argento e di rame, emessi dal Regno dei Borboni. Oro non ce ne era, perché sotto i Borboni le monete d’oro non avevano valore legale. I Borboni in quel periodo non emettevano monete d’oro. Non c’erano neppure monete di Stati esteri, come non ce ne erano nelle casse del Regio Banco che era a Napoli, dove non c’erano monete d’oro. Dei ducati del Banco a Palermo, solo 120mila erano di proprietà dello Stato, tutto il resto erano conti correnti di privati cittadini. I garibaldini spesero tutto, per fare la guerra (che alla fine costò un quarto di quello che spesero i Piemontesi per finire la guerra nel Meridione). Spese della guerra che furono anticipate da correntisti siciliani e da stranieri (in maggior parte inglesi) che vivevano in Sicilia. Nel 1867 una Legge dello Stato Italiano ripianava i danni economici fatti durante la guerra del ’60-’61 dai garibaldini. I Banchi di Palermo e di Napoli sarebbero stati rimborsati, ma dietro pezze d’appoggio. Mancò parte della documentazione che si riferiva al Banco a Palermo e una parte del buco non fu ripianato. Immagino che fossero le carte che Nievo aveva co sé, nell’ultimo suo viaggio. Non si trattava di coprire dei ladri, anche se probabilmente ce ne furono, ma di coprire i corruttori che avevano comprato il generale Lanza, che uscì da Palermo con gli onori militari e coi i suoi 25 mila soldati, armati di tutto punto. Lo sgombero terminò il 19 giugno 1860. Lanza era palermitano. L’ amministrazione dell’esercito garibaldino, da giugno 1860 a febbraio 1861, ogni 15 giorni consegnò un registro preciso, con introiti e spese, alle autorità competenti (prima il Ministro della Guerra garibaldino, poi al Comandante (piemontese) di Sicilia. i registri originali si possono consultare all’Archivio di Stato di Torino. Il buco non era nei conti della amministrazione dell’esercito garibaldino, bensì nel Banco, da dove furono prelevate le tangenti per corrompere l’esercito borbonico. Ma questa contabilità “separata” del Banco avveniva in ufficio particolare, di cui era responsabile Giovanni Acerbi che era anche l’Intendente dei Mille e che era anche diretto superiore di Nievo. Nievo prendeva ordini direttamente da Acerbi. Questa contabilità separata, in mano a Acerbi, era stata autorizzata da un regolare decreto di Garibaldi. L’ufficio restò in funzione 10 giorni. Nel bilancio dello Stato Italiano del 1860 il Regno dei Borboni, che si pensava fosse in attivo, risultò invece una passività. Lo Stato Italiano riconobbe la validità di tutti i decreti di Garibaldi.

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