“GENIUS LOCI – Il dio dei luoghi perduti” di Francesco Bevilacqua

ORSOMARSO  -Quagghianuno

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Ci sono libri che ti porti appresso come affettuosi compagni di viaggio. Entri con loro in sintonia, perché sanno dirti “parole nuove”. Ti regalano momenti di grazia.

“GENIUS LOCI” di Francesco Bevilacqua è uno di questi.

È un volumetto di 80 pagine. Intenso, capace di farti guardare con occhi diversi quello che ti circonda.

Per averne un’idea leggi la presentazione che ne fa P.L. Cervellati nella prefazione.

Poi mettiti comodo e lasciati trasportare da Francesco nel mondo affascinante del GENIUS LOCI. Ne sarai rinfrancato.

Buona lettura.

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UN TEMPO, IL PAESAGGIO, era considerato bene comune, appartenente a tutti; bene «immateriale», inestimabile, come la bellezza o come l’acqua, l’aria. La terra, anche nel passato, era di tutti, ma solo in senso metaforico.

Per possederla si doveva ereditare, conquistare, acquisire.

Oggi, chi pianifica è ancorato a leggi, decreti, convenzioni. Italiane ed europee. Ci sono manuali specifici e approfondimenti giuridici eloquenti, finalizzati alla tutela del paesaggio. La Convenzione Europea del Paesaggio, firmata a Firenze nel 2000 ma ratificata dall’Italia solo nel 2006, e le ultime integrazioni al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio indicano, proprio attraverso la pianificazione paesaggistica, le modalità di tutela. Raccomandano di salvaguardare il paesaggio e contestualmente di valorizzarlo.

Di recente, la Corte Costituzionale, per rispettare un caposaldo della Carta, ha sancito l’equivalenza fra ambiente, paesaggio e territorio. Il paesaggio come forma del territorio e aspetto visivo dell’ambiente, pur inserito nel contesto lessicale giuridico della sentenza, è formula assai affascinante. Specie per chi pianifica, allarga il campo degli interventi. Annette l’antropologia all’estetica, l’economia alla filosofia, la geologia alla storia dei luoghi, la morfologia alla poesia.

Tutto questo, però, non spiega con quali criteri progettuali si dovrebbe intervenire.

Il paesaggio è sempre stato oggetto di riflessioni e interessi a volte contrapposti. Ha coinvolto saperi diversi e chi pianifica ha tentato di coordinarli, fallendo — specie in Italia – gli obiettivi prefissati. In molti casi, il territorio devastato – la terra bruciata – degrada l’ambiente e uccide il paesaggio. Pur con leggi, decreti, dotte sentenze e tante buone intenzioni, il paesaggio, in non poche zone, non esiste più e — ciò è grave — non si riesce più a riconoscerlo.

Pianificare ormai equivale a omologare. Si aspira al globale e ci si rifugia nel locale, usando gli stessi stilemi progettuali. Si trasformano i luoghi in generici «spazi». Annullando la loro identità, si banalizzano. Si distruggono.

I «pianificatori» spesso sono diventati killer del paesaggio. (Lo so: faccio parte della categoria). Dopo aver violentato – pardon, «urbanizzato»/«cementificato» – il territorio e avvelenato l’ambiente, si ha la presunzione di pianificare il paesaggio. Per «valorizzarlo» tutelandolo, si dice. Tutelare per valorizzare (o viceversa) è un ossimoro condiviso dalla collettività. Due operazioni parallele e contrapposte.

Non si tradurranno mai in realtà perché un bene immateriale, inestimabile non può essere valorizzato – calcolato – come un bene economico qualsiasi.

Concreto, stimabile. Non si tutela la costa marina monetizzandola, costruendo sulle dune una palizzata di case o villette. Neppure si valorizza il crinale di un rilievo infilzandolo di pale eoliche (magari anche là dove non soffia il vento forte) in nome dell’ecologia.

Pianificare è diventato sinonimo di urbanizzare, ovvero  sparare cemento e asfalto sul paesaggio valutato economicamente quale forma del territorio e aspetto visivo dell’ambiente.

PARCO DEL POLLINO  - Serra delle Ciavole

PARCO DEL POLLINO – Serra delle Ciavole

Allora cosa fare? Come riuscire a pianificare il paesaggio? Non mi dispero tanto per la mia categoria. La licenza di uccidere ha una sua precisa scadenza.

Il territorio-paesaggio-ambiente, pur tradotto in risorsa economica, non è infinito. Non si riproduce. Sacrificato, esaurito, non ha più acquirenti. La situazione rischia di diventare drammatica. La denuncia scivola in sterili polemiche fra fautori e detrattori, catastrofisti e negazionisti.

E pazienza. Il balletto si ripete da tanto tempo. Turba e non poco, non riuscire più a vedere le ninfe. Non riconoscere il Genius Loci. Inquieta vederli confusi con personaggi di Walt Disney.

Già, le ninfe o le fate o le muse chi sono? Il Genius Loci dove si nasconde? Lo spiega Francesco Bevilacqua.

Lui con le ninfe ci fa l’amore. Al suo apparire in luoghi mai visti prima, gli vanno incontro, lo guidano e ogni volta lo rapiscono, lo inebriano. Gli fanno conoscere il Genius Loci. Si apparta apposta. Fa finta di perdersi in impervi declivi, passa la notte dentro canyon strettissimi tanto è sicuro che le ninfe arriveranno ad abbracciarlo.

Non si pensi che Bevilacqua sia un visionario o un predestinato, un augure. No. La sua fortuna — il suo attraente magnetismo — è frutto di un’incessante, amorosa, quanto paziente, ricerca. Bevilacqua perlustra, descrive, fotografa e legge; fotografa molto e studia molto. Fotografa le ninfe «immagine di immagine».

Dal racconto degli altri impara non solo a capire come i luoghi e il loro genius (e un luogo senza genius non è un luogo ma uno spazio, quello dei pianificatori).

F. Bevilacqua nella Valle dell'Argentino

F. Bevilacqua nella Valle dell’Argentino

 Bevilacqua non è un esploratore: è un rabdomante della bellezza, un cacciatore d’immagini e d’emozioni. Percezioni sedimentate in quanto approfondite, coinvolgenti perché incisive, concrete nel raffigurare solidità e mistero — vertigine, orrido (in senso geomorfologico) e bellezza (sublimazione) propria della natura — sono materia dell’incessante ricerca sul paesaggio.

La lettura di poeti, letterati, filosofi, antropologi, geografi illuminati e architetti spretati, diventa propedeutico, formativo come pochi vademecum e taccuini di viaggio paralleli alle escursioni riescono a trasmettere.

Bevilacqua, ancora una volta, c’insegna come «saper vedere» il paesaggio.

 Nessuna legge di tutela, convenzione europea o sentenza potrà mai insegnare. L’assenza diffusa di una cultura della bellezza, dell’ambiente naturale, produce i killer del paesaggio. Questo excursus a saper vedere il bello del paesaggio, può (deve) diventare testo non solo per i giovani, gli studenti in particolare, ma per chiunque – e siamo molti – ha un rapporto diretto o indiretto con il paesaggio. Soprattutto chi lo sacrifica, lo distrugge – e non siamo pochi – ha il dovere di leggerlo e impararlo a memoria. Chi pianifica senza conoscere (e riconoscere) distrugge. Chi pianifica ha il dovere (l’obbligo, direi) di comprendere i luoghi (e quindi il Genius Loci] per poter prevedere, prevenire e guidare, appunto, progettare la tutela del paesaggio.

PIER LUIGI CERVELLATI

Copertina flessibile: 84 pagine

Editore: Rubbettino (19 marzo 2010)

Collana: Focus

Lingua: Italiano

ISBN- 978-8849825916

Prezzo: 8 euro

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