GRANDE GUERRA – Per uscire dall’inferno del fronte molti preferivano mutilarsi in modo spaventoso.

 

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Le guerre le dichiarano i ricchi e le fanno i poveri.

La prima guerra mondiale ce l’hanno raccontata in tanti modi. Qualcuno ho voluto ammantarla di romanticismo vedendovi l’ultima guerra d’indipendenza. Non è così.  La corona ed il governo miravano  a far diventare l’Italia una grande potenza,  ingrandendo il suo territorio.

Raramente si parla del martirio dei soldati al fronte. Con il corpo devastato dal freddo, dalle sofferenze e dalla fame, a migliaia preferivano mutilarsi pur di lasciare le trincee.

 

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Sembrava che ci fossero due Italie e due società. Chi soffriva ristrettezze e povertà conviveva, senza soluzione di continuità, con chi poteva consentirsi di rincorrere il superfluo e sprecarlo.

Per evitare quella vita schifosa della trincea i giovani di leva preferivano mutilarsi in modo spaventoso. Si iniettavano pus nelle ferite per ammalarsi di cancrena, usavano lo stereo come impacco sugli occhi per procurarsi delle infezioni, utilizzavano punteruoli per bucarsi il timpano delle orecchie, dormivano sul letame perché i vapori cuocessero loro i polmoni per risultare inabili.

Il capitano Attilio Frescura, pluridecorato e ammiratore di D’Annunzio ma culturalmente onesto, riuscì a comporre una specie di casistica di chi accettava di ferirsi a sangue, in cambio di qualche giorno di infermeria. Si facevano venire degli ascessi con delle iniezioni sottocutanee di benzina, petrolio, piscio e ogni genere di schifezza.

Il passaparola e gli amici degli amici erano prodighi di consigli su come comportarsi per guadagnare una malattia.

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Si presentavano ai medici con le mani mozzate da un colpo di vanghetta; o se le lasciavano stritolare sotto i sassi che avevano smosso apposta per farseli cadere addosso. Al fronte, si sparavano nei piedi per essere ricoverati all’ospedale anche se, il più delle volte, si comportavano con malaccorta ingenuità per cui l’ufficiale medico scopriva che avevano fatto tutto da soli e li mandava sotto processo.

Quanti? Le statistiche risultano approssimative ma gli episodi si contano a migliaia. Il primo caso registrato ufficialmente si riferisce a una sentenza pronunciata il 26 luglio 1915: dei 46 imputati di «autolesionismo», 27 vennero condannati a venti anni di carcere ciascuno.

Quasi tutti erano finiti all’ospedale, con una mano ferita da una fucilata che era stata sparata dall’interno del palmo verso l’esterno. Un alone nerastro sulla pelle denunciò ai medici – che, pure, non vantavano particolari esperienza nel campo dell’infortunistica – il carattere sospetto delle ferite.

Un altro paio di analoghe «epidemie» con ferite alla mano, dall’interno all’esterno, alla fine di settembre e all’inizio di ottobre, nella zona di Piava. Vent’anni di galera ciascuno. Se la cavò uno con un proiettile nel piede solo perché non si trovò la scarpa che indossava e, quindi, non si potè acquisire la prova che il colpo era stato sparato a bruciapelo.

Subito dopo, 19 contadini – tutti siciliani – addetti del «secondo deposito compagnie speciali istruzione», a Prato Carnico, si procurarono un tracoma strofinandosi gli occhi con indefinibili «sostanze caustiche e irritanti». Tre rimasero completamente ciechi, due persero l’uso dell’occhio sinistro e, a ciascuno, il tribunale militare del XII corpo d’armata di Gemona rifilò condanne da un minimo di tre anni e mezzo a un massimo di otto.

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All’inizio del 1915 sulle colline del Carso la proporzione dei feriti leggeri non superava il 10 per cento ma, alla fine dell’anno, la percentuale sfiorava il 90, a dimostrazione che i soldati si affannavano per farsi del male. Il fenomeno dovette assumere proporzioni vistose, tanto che i comandi furono obbligati a istituire degli ospedali appositamente dedicati agli «autolesionisti». Il problema consisteva nell’isolare coloro che si erano volontariamente feriti per evitare il cattivo esempio. Nei loro confronti la severità era di rigore. Appena possibile rimetterli in piedi e nelle condizioni di combattere, dovevano essere mandati in forza a un reparto operativo dove, senza bisogno di sforzarsi per farlo, trovavano ottime opportunità di restare feriti sul serio o di lasciarci direttamente le penne.

Fonte: “Grande guerra, piccoli generali”  di L. Del Boca

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