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MESSAGGIO DI SAN NILO DI ROSSANO NEL MILLENARIO DELLA MORTE (1004-2004)  

San Nilo

San Nilo

 

II 26 settembre 2005 si sono concluse le celebrazioni dell’anno millenario della morte di S. Nilo di Rossano (1004-2004), compatrono della Calabria e fondatore dell’abbazia greca di Grottaferrata (Roma).

È stato un anno ricco di iniziative di vario taglio che ha opportunamente coinvolto sia Rossano e Grottaferrata, sia gli altri centri del Meridione d’Italia dove S. Nilo ha avuto modo di operare (S. Demetrio Corone, S. Mauro la Bruca nel salernitano, Montecassino, Gaeta, ecc.)

Momenti celebrativi a Rossano sono stati l’emissione di un francobollo da parte delle Poste Italiane con relativo annullo, due Convegni internazionali di studio organizzati dal Comitato “Rossano per S. Nilo”, il “Messaggio per il millenario di S. Nilo” dei Vescovi Calabresi” (settembre 2004), e soprattutto la seduta straordinaria che la Conferenza Episcopale Calabra ha voluto tenere proprio a Rossano nel marzo 2005 come segno di riconoscimento non solo alla santità di S. Nilo, ma in specie al ruolo da lui esercitato nel dialogo ecumenico tra Oriente e Occidente in una delicata fase storica, in cui i rapporti tra le due Chiese andavano sempre più logorandosi per motivi politici più che evangelici, fino ad arrivare alla definitiva rottura del 1054 con le reciproche scomuniche, solo di recente revocate.

Di nobile famiglia, Nilo (al secolo Nicola Maleinos), era nato a Rossano nel 910. Rimasto orfano di entrambi i genitori fin da piccolo, venne educato dalla sorella. Condusse una giovinezza allegra e spensierata dedicandosi allo studio e alla pratica del canto e della calligrafia, di cui divenne maestro.

All’età di 30 anni, intorno al 940, in seguito ad una profonda crisi di identità e guarito da una grave malattia, lasciò la moglie e la figlia per dedicarsi alla vita monastica.

Fu dapprima con i monaci del Mercurion, ai confini calabro-lucani ma poi, costretto ad allontanarsi, si rifugiò nel monastero di S.Nazario, nel Salernitano, dove fece la professione religiosa assumendo il nome Nilo.

Ritornato al Mercurion, sotto la guida di S. Fantino realizzò i più alti gradi della perfezione ascetica. Nel 943 volle ritirarsi a vita solitaria nella grotta di S. Michele (ad Orsomarso) dandosi ad un’eccezionale penitenza spirituale e corporale. Fu in questa grotta che accolse il suo primo discepolo, Stefano, anche lui di Rossano, a cui si aggiungerà nel 948-49 Giorgio, di nobile e ricca famiglia rossanese. Nella solitudine del romitorio si dedicava, oltre che alla preghiera, a copiare codici antichi per procurarsi di che vivere.

Grotta di San Michele ad ORSOMARSO dove visse San Nilo

Nel 952-53, a causa delle continue e tremende incursioni saracene, si ritirò con i suoi primi discepoli in una sua proprietà ai piedi della Sila, dove, nei pressi di una chiesetta preesistente dedicata ai martiri  Adriano e Natalia costruì il suo primo monastero di S. Adriano, nei pressi dell’attuale S. Demetrio Corone.

Qui S. Nilo dimorò per oltre 25 anni attuando la sua riforma monastica, che lo rese dovunque famoso. Impose ai monaci il lavoro e lo studio: per questo istituì lo scriptorium dove avveniva la trascrizione degli antichi manoscritti. Insegnò ai monaci l’arte calligrafica, in cui era andato sempre più perfezionandosi. Ancora oggi nella Biblioteca della Badia di Grottaferrata sono conservati alcuni suoi codici autografi proprio del periodo sant’adrianese.

Da S. Adriano tornò spesso a Rossano. Così nel 970, dopo un terribile terremoto che distrusse interamente alcuni quartieri di Rossano, venne a rendersi conto del danno, a prestare un suo aiuto e soprattutto a pregare ai piedi della SS. Madre di Dio “sua conduttrice (Odigitria) e protettrice”, venerata nella Cattedrale.

Nel 976 vi ritornò, chiamato d’urgenza dai suoi concittadini perché li difendesse da Niceforo Foca, magistros di Calabria, che stava venendo a Rossano per reprimere e punire la sanguinaria ribellione della città. S. Nilo ne ottenne il perdono e la città fu risparmiata dalla distruzione.

Intorno al 980, morto il vescovo della città, il clero ed il popolo lo chiamarono a succedergli, ma, preferendo la vita monastica, vi si sottrasse prima col nascondimento e poi con la fuga.

Fu così che, affidato S. Adriano alla cura di Proclo di Bisignano, lasciò definitivamente la Calabria puntando con parte dei monaci prima a Capua e successivamente a Montecassino, dove l’abate benedettino Aligerno gli concesse il monastero di Valleluce.  Il santo vi prese dimora con i suoi monaci rimanendovi per 15 anni.

La regione monastica del Mercurio – Cartina a corredo del “Profumo del cedro” di F. Cesarino

Avrebbe potuto scegliere Costantinopoli come meta a lui più congeniale in quanto vi era conosciuto e da più parti richiesto, ma preferì puntare su Roma per creare al centro della latinità situazioni di conoscenza reciproca, di dialogo e di comunione spirituale. Prediligendo Roma, Nilo volle dimostrare e testimoniare che la comunione e l’intesa tra i due “polmoni” della Chiesa erano possibili, anzi necessari e che l’unità da perseguire con un impegno di reciproco rispetto era la strada maestra ed il futuro a cui ispirarsi. E di questo fu testimonianza tra l’altro la perfetta sintonia che si stabilì con i Benedettini di Montecassino, con scambi di esperienze liturgiche di grande significato umano e di reciproca edificazione spirituale.

Nel 994 da Valleluce si dovette trasferire a Serperi, nei pressi di Gaeta, dove approntò un nuovo monastero. Da qui nel 998 si recò a Roma per perorare invano la liberazione del concittadino Giovanni Filagato, finito nelle mani dell’imperatore Ottone III e del papa Gregorio V per aver accettato di farsi eleggere papa dalla famiglia Crescenzio di Roma in contrasto con la corte imperiale.

Da Serperi, ispirato da una visione soprannaturale, nella primavera del 1004, facendosi accompagnare dal discepolo Bartolomeo e dall’egumeno Paolo, pure di Rossano, e pochi altri, S. Nilo si diresse verso Roma per fondarvi un altro monastero. I lavori vennero avviati nella tenuta di “Cryptaferrata”, poi Grottaferrata, avuta in dono dal principe di Tusculo Gregorio. L’abate Nilo, però, ebbe solo la gioia di vedere avviati i lavori perché il 26 settembre successivo, all’età di 94 anni, passò da questa terra al Creatore. L’abbazia sarà poi completata alcuni anni dopo dal suo prediletto  Bartolomeo.

Cosa ha rappresentato S. Nilo per la società del suo tempo? Quale messaggio lancia agli uomini di oggi? È certamente una figura insigne e straordinaria della spiritualità calabrese ed offre ancora oggi una testimonianza di grandi ideali perseguiti con sacrificio e rigore morale. È un riformatore monastico e un uomo-profeta che ha precorso le istanze moderne del dialogo.

 

Fonte: “CALABRIA DI IERI E DI OGGI” Di L. Renzo

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