“SAN NILO DI ROSSANO AL MERCURIO”

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 Concludiamo il racconto di Orazio Campagna su San Nilo e la grotta dove egli visse nella solitudine e nella preghiera. 

 

Qui  (nella grotta di s. Michele) si sottopose a «molti digiuni», a lunghe «veglie», a «prostrazioni», a «maltrattamenti innumerevoli» contro il proprio corpo.

Mangiava «ogni due o tre, e persine ogni cinque giorni» cibo scarso e non «cotto al fuoco».

«Dallo spuntare del giorno sino all’ora di terza (le nove antimeridiane) scriveva con carattere corsivo, minuto e compatto usando una scrittura sua particolare, riempiendo un quaderno al giorno».

Lavorava e pregava. Dopo l’«inno vespertino» saliva dalla grotta per rinfrancare «i sensi affaticati».

Giunse a digiunare per sessanta giorni, mangiando soltanto due volte e bevendo ogni otto giorni, concedendo un’ora sola al sonno. Vestiva con una pelle di capra, stretta ai fianchi da una fune.

Subì innumerevoli tentazioni da parte dello spirito del male: la presenza diabolica era creduta così reale ed era così radicata nel monaco orientale che, ancora oggi, nei pressi delle grotte scelte a rifugio dagli asceti si pensa che alcuni dirupi siano abitati dai demoni, già in continua lotta con l’eremita.

ORSOMARSO – Grotta dell’Angelo

Presso l’omonima grotta di s. Angelo, sulla destra del Corvino, vi è quella del Diavolo.

Nilo dovette sopportare persistenti attacchi di libidine, soprattutto al rientro da Roma, dove, in S. Pietro, fu attratto dalla presenza d’una formosa «Alemanna».

Il pellegrinaggio a Roma, con sosta presso la tomba degli apostoli Pietro e Paolo, era nella prassi del monaco greco una «devozione», quasi un obbligo, almeno una volta nella vita.

I monaci scendevano dal Mercurio alla marina, e, a Scalea, allora probabilmente «Scala», come la omonima località cenobitica presso Scete, tra Libia ed Egitto, attendevano l’imbarco, ospiti dei confratelli del monastero di «S. Nicola di Siracusa», da ubicare presso S. Nicola in Plateis o in contrada Kotùra dello stesso Comune.

Perché la grotta-santuario di s. Michele era anche meta di pellegrini e devoti locali, Nilo alternò l’ascesi in una «piccola caverna» che «egli di propria mano si era scavata».

Lasciò il rifugio rare volte e solamente per recarsi «ai monasteri» in occasione di cerimonie religiose: in quello «del Castello», nell’attuale contrada Castiglione, a sud-ovest di Mercurio, o in quello del «beato Fantino», dove amorevolmente fu curato quando si ammalò di un tumore alla gola.

Sarebbe durata la pace ascetica «ai monasteri», se non fossero apparse all’orizzonte nubi foriere di tempeste: le reiterate incursioni saracene, i tristi Agareni!, che determinarono la fine della «Regione  mercuriense» nelle sue istituzioni civili e monastiche.

Lo stesso Fantino, in preda a delirio, aveva profetizzato la squallida conclusione di tanto richiamo ascetico e culturale, prima di ritirarsi nella «Regione superiore», il Cilento, protetta dai Longobardi di Salerno.

Nilo accolse nella grotta i primi discepoli, Stefano e Giorgio di Rossano.

Ma quando la permanenza si rese impossibile per essere «situata nelle vicinanze della via dove passavano gli eserciti» – come afferma il Bìos – , l’Eremita ritenne opportuno lasciare la «contrada» e rifugiarsi a S. Adriano, nei pressi della sua città.

Due vie sfiorano il dirupo su cui si apre la grotta-santuario: a nord di «timpòne» Simàra e a sud-est, da località Giardino.

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Congiungendosi, dopo Scorpano la via penetrava nel cuore della Calabria.

Dall’«alto della spelonca» il Santo poteva vedere «il polverio e la turba scorrazzante dei Saraceni».

La grotta di s. Michele, per il Bìos «assai adatta per gli amanti della solitudine», divenne fucina di santità, e non solo per Nilo.

Fu certamente nota ai Santi che si recavano ai monasteri mercuriensi: oltre a Cristoforo, Macario e Saba, Leoluca di Corleone, Vitale di Castronuovo, Fantino, Giovanni, Zaccaria, Nicodemo di Ciro, Luca di Demenna e i discepoli di Nilo, i beati Stefano. Giorgio e Proclo.

Ora viene adibita ad ovile, ma esclusivamente nel periodo estivo.

A Simàra, contrada a nord-ovest della grotta-santuario, vi erano stati insediamenti arcaici, come rivelano i resti.

Lo stesso toponimo deriva dal laconico sià = thea e Mara, misteriosa divinità asiatica o indoeuropea, dalla quale, forse, ebbe inizio il culto della Magna Mater Mediterranensis.

È lo stesso etimo di Mara-thea: due agglomerati, Simàra e Maratea – il primo, ora, abbandonato -, dove, a ben cercarle. sono presenti culture neolitiche ed eneolitiche, mito e storia.

FINE

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Fonte: “San Nilo di Rossano al Mercurio” di Orazio Campagna

ORSOMARSO  – Grotta dell’Angelo

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