RICCHI E POVERI – Il grande scandalo della disuguaglianza

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Lo schemino che vedete qui sotto, anche se parla di Stati Uniti, vale più di una qualsiasi analisi politica sul che fare?, adesso, a sinistra. E con sinistra – per quanto mi riguarda – intendo chiunque, coscientemente, si renda conto che in questa fase storica e che dura da almeno venti anni, la contrapposizione fra centrodestra e centrosinistra non è stata altro che una diatriba puramente cromatica.

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Perché le due grandi famiglie politiche europee (popolari e socialdemocratici) hanno governato e governano – non di rado assieme – preservando gli identici assetti di potere, costi quel che costi. Anche, appunto, stabilizzando le grandi coalizioni, che da strumento di emergenza sono diventate uno stato di natura.

L’immagine spiega, in sostanza, come viene percepita e come è invece nella realtà la distribuzione della ricchezza negli Usa. La gran parte delle persone, in sostanza, non si rende conto dello squilibrio nel quale viviamo, e con il quale facciamo i conti ogni giorno. Allo stesso tempo, la maggioranza delle persone aspira a un sistema più eguale.

E quindi: la grande, immensa e incredibile questione inevasa, che la “sinistra storica” si è dimenticata, quasi vergognandosene, occultandola sistematicamente, è quella delladisuguaglianza. La quale, giocoforza, si porta appresso la seconda questione, questa ancor più rimossa dal discorso politico degli eredi del Pci in Italia, dall’Spd in Germania o dal Labour in Inghilterra: il conflitto. È semplice e non occorre aver ottenuto un master a Princeton: se si decidono di combattere le disuguaglianze – cioè la ragione fondante della sinistra – si innesca un conflitto. Tra chi possiede e non vuole perdere la propria ricchezza, e chi non ha e che per sé e per la propria “classe” chiede e pretende diritti, risorse, insomma uguaglianza.

I modi per occultare la vergogna (di tale si tratta: vergogna) del crescente squilibrio tra ricchi e poveri, sia su scala nazionale che globale, sono sostanzialmente due:

1. Si parla e ci si confronta utilizzando la retorica del “siamo tutti sulla stessa barca”, e in questo senso la crisi ha dato un grosso aiuto; il problema – dicono – è del sistema Italia, o del sistema Europa, la crisi colpisce tutti e tutti assieme dobbiamo far fronte comune contro le inefficienze e gli sprechi. Una balla, smentita da ogni dato macroeconomico: sia perché la crisi (e le risposte alla crisi) ha magicamente arricchitto i più ricchi e impoverito tutti gli altri; e poi perché un sentore minimo di decenza vorrebbe che si spiegasse come, di fronte a una situazione di difficoltà, i primi a pagare, ad aiutare, fossero quelli che hanno di più. Non solo non si è fatto, ma anzi, si è inculcato il senso di colpa collettivo: “Avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità”. Tutti colpevoli. Se siamo nella merda, è colpa di un sistema di welfare del quale oggi dobbiamo fare a meno.

2. A quelli che hanno, per loro fortuna, ben in mente la reale distribuzione della ricchezza (e quindi dei rapporti di forza in campo) e che ne denunciano la palese ingiustizia, vengono affibbiate alcune pericolose e ignominiose etichette difficili da scrollarsi di dosso: “rosiconi” affetti da invidia sociale oppure populisti, demagogici, ideologici, reperti archeologici, anime belle, radical chic.

Ora, il giochino sta funzionando, peraltro bene (almeno in Italia: in Grecia, Spagna, Irlanda non ci cascano più). La grande questione è ai margini del dibattito, sconosciuta ai più; la rabbia sociale viene sfogata nei modi più disparati, e sempre sbagliati: dalla caccia all’immigrato, all’individualismo, al qualunquismo comodo e deresponsabolizzante del “sono tutti uguali”, “è tutto un magna magna”, finendo con le dosi massicce di pasticche per dimenticare che buttiamo giù, dagli idolatrati “hobby” alle pasticche vere. Il conflitto c’è, ma si sviluppa su dei binari da suicidio, come quelli tra lavoratore precario e lavoratore a tempo indeterminato (da leggere questobellissimo intervento di Nicola Lagioia su Internazionale, dove peraltro si fa riferimento allo studio e allo schema di cui sopra).

Eppure le ragioni della sinistra sono più che mai, oggi, quelle del buonsenso. L’ingordigia di pochi a discapito dei sacrifici di molti: cos’altro denuncia la sinistra, se non questo? Il difficile è spiegarle, queste ragioni. Trasmetterle in modo semplice e allo stesso tempo convincente, essendo capaci di trasformare un dato di fatto (lo scandalo della disuguaglianza) nel motore di un nuovo processo, di in un sano conflitto.

In Italia le 10 persone più ricche hanno lo stesso patrimonio dei 20 milioni più poveri: dieci persone entrano in una stanza, 20 milioni è tutto il sud Italia. Sempre in Italia il 10 per cento più ricco detiene il 48 per cento della ricchezza nazionale: in teoria il 90 per cento degli italiani è di sinistra, o troverebbe nella sinistra un alleato (ma non lo sa). Nel mondo, nel 2016, l’1 per cento della popolazione più ricca avrà lo stesso patrimonio del restante 99 per cento.

Qualcuno dovrà pur dire queste cose, senza lasciare che siano un fastidioso rumore di sottofondo, un lamento. Soprattutto, qualcuno dovrà prendersi in carico il dovere di rimediare, di “cambiare verso”, di rimettere in piedi un alfabeto politico e culturale accessibile a tutti, alla maggioranza. Di imporre una nuova egemonia, e nulla in questa fase è potenzialmente più unificante della lotta alla disuguaglianza, in termini numerici e quindi logici.

Possiamo anche non chiamarla sinistra, ma se non si ricomincia dalla base fondante della stessa sinistra resteremo con le nostre verità in mano, splendidi predicatori del bene ignorati in un mondo che va alla rovescia.

Matteo Pucciarelli

 

Fonte: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/

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