Storie della GRANDE GUERRA – «Qui, ieri, hanno ammazzato Cristo».

La Prima guerra mondiale racconta storie drammatiche. Come questa.

La brigata Ravenna era stata impiegata per cinque mesi, buttando sangue ed energie ogni volta che glielo chiedevano fino a meritarsi una medaglia d’argento al valor militare.

Un migliaio di soldati non ce l’avevano fatta e gli altri avevano tirato avanti con la speranza di ottenere il cambio. Gli ufficiali superiori avevano promesso che, terminato il turno, dopo un periodo di riposo avrebbero occupato un settore un po’ più tranquillo. Invece – contrordine! – la Ravenna doveva tornare in prima linea. La destinazione, questa volta, non era quel postaccio tremendo della Vertoiba ma la Vertoiba inferiore che i soldati chiamavano Vertoibazza, a significare che era anche peggio.

I soldati? Urla, fischi e bestemmie. Erano uomini stanchi che avevano perduto le sembianze umane ma il disappunto era accresciuto dalla sensazione di essere stati presi in giro. Qualcuno teneva in mano il moschetto e lasciò partire qualche colpo in aria.

I carabinieri arrivarono in un baleno e sistemarono le mitragliatrici attorno al campo. Una rapida inchiesta dei militari consentì di arrestare parecchie persone considerate responsabili degli schiamazzi e il tribunale speciale, presieduto dal maggiore generale Pistone, emanò dodici sentenze di morte per altrettanti soldati. Furono fucilati e sepolti al cimitero di Savogna. Un sottufficiale che si firmò L. in una lettera

conservata nel «Fondo Serrati» commentò: «Così riposammo…!».

La testimonianza scritta del capitano Alfredo Caloro risulta agghiacciante.

L’ufficiale era aiutante di campo delle brigata Ravenna e visse quegli episodi in prima persona.

«Il reparto – convenne – era stato effettivamente molto sfruttato. Erano stati promessi dei premi ma poi niente era stato mantenuto. Ci fu un momento di malcontento della truppa. Io ero in ufficio e fui chiamato al telefono, informai il mio generale e, insieme, ci recammo sul posto». I soldati erano seccati e il capitano tentò una specie di mediazione, spiegando quali erano le ragioni dell’animosità della truppa.

«Si avvicinava la sera e partì dalla truppa qualche colpo di fucile». Si dovette avvertire il comando superiore di divisione che, prima, mandò i carabinieri e poi si scomodò personalmente. Finito di cenare, il generale Domenico Guerrini si accese il sigaro e chiamò l’auto di servizio per farsi accompagnare sul luogo del trambusto. Quando arrivò,  fumando, la truppa era già in marcia verso la trincea di prima linea.

Ma poteva finire così?

II generale si informò: «Che cos’è successo?». E non si accontentò delle giustificazioni degli altri ufficiali: «Niente, tutto è tornato in ordine e la brigata è già in marcia…».

Voleva conoscere la dimensione delle punizioni adottate perché, evidentemente, la rappresaglia gli sembrava, di gran lunga, l’elemento più rilevante in quel contesto.

«Dunque, quanti ne ha fucilati?» Il capitano Caloro parlò alla  commissione d’inchiesta e si espresse con queste parole: «II mio generale era un po’ sordo e alla domanda “Quanti fucilati?” capì quante fucilate fossero state sparate e quindi disse: “Poche… poche…”».

Insistette il comandante della divisione: «Ma quanti…?». E la risposta, continuando il malinteso, risultò egualmente equivoca: «Veramente, il numero non lo so».

Incalzò il generale superiore: «Ma dove sono i cadaveri?» A quel punto, chiarendosi l’equivoco, il comandante precisò che: «No, non è stato fucilato nessuno… io parlavo delle fucilate in aria…».

«Malissimo», commentò il generale Guerrini e, poiché i carabinieri individuarono due soldati che stavano dormendo sotto una tenda, ordinò che venissero messi al muro.

Il giorno dopo, il comandante della brigata venne esonerato dal servizio perché non si era dimostrato sufficientemente energico nell’affrontare il malumore dei suoi soldati e, con lo stesso ordine di servizio, si pretese di «estrarre a sorte venti soldati della Ravenna che stavano in prima linea e cinque di questi, nuovamente estratti a sorte» dovettero essere fucilati in trincea. «Tutti bravi ragazzi e, certo, nessuno meritava la pena che era stata loro inflitta».

Finito? Il capitano Caloro venne convocato al comando divisionale per ulteriori disposizioni. Si doveva istruire un processo nei confronti di tutti gli indiziati di quella sera. «Ma come, pensai fra me, si ritorna su quell’incidente dopo 15 giorni?».

I giudici ricevettero un fonogramma cifrato che precisava: «Dovere vostro è essere severi… vorrete dare un esempio salutare…».

II processo fu sommario in tutti i sensi. Non c’erano testimonianze e le prove risultarono inesistenti. Sette soldati finirono al muro: uno portava il grado di caporale, era stato decorato in Libia e si era presentato all’esercito come volontario perché residente all’estero.

Quando gli comunicarono che doveva morire commentò: «Ritengo che i giudici abbiamo votato con coscienza e vado alla fucilazione con orgoglio». Non volle essere bendato e pretese di rivolgersi ai soldati che eseguivano la sentenza: « Sono stato uno di voi, mirate giusto e servite bene il vostro Paese». Al plotone si dovette ordinare il fuoco quattro volte perché i militari non miravano e sparavano alto. Su quel posto venne trovato un biglietto dove, con calligrafia incerta, stava scritto: «Qui, ieri, hanno ammazzato Cristo».

Fonte: “GRANDE GUERRA, PICCOLI GENERALI”  di L. Del Boca

 

Nella foto Angelo Nepita, nato nel 1896. Soldato nella prima guerra mondiale.

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