L’amore per le proprie terre, i propri paesaggi, le acque, le rocce, l’aria, le piante e gli esseri viventi di Calabria, deve essere la nuova sfida culturale dei calabresi

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È  da circa un quarantennio che si assiste a una vera e propria mutazione, non soltanto strutturale e socio-economica ma addirittura antropologica, all’interno del tessuto civile e culturale della Calabria contemporanea: agli occhi di chi ne sia stato lontano per solo venti trent’anni, essa si presenta addirittura irriconoscibile, e per larga parte in meglio.

Il territorio è stato beneficiario dei grandi investimenti per opere pubbliche (consolidamento degli abitati, inalveamento dei fiumi, terrazzamenti e rimboschimenti, creazione di ampie e reticolari infrastrutture soprattutto viarie e di adduzione di acque potabili e d’irrigazione).

Ma alla riflessione di chi ripercorra l’itinerario di antiche e nuove fortune, e del connesso vorticoso processo di mobilità sociale che ha coinvolto valori, comportamenti, strutture civili, si configura una serie di nuove perplessità.

Dopo il primo grandissimo slancio, la transizione dal vecchio al nuovo s’è come arrestata; e, se del vecchio mondo sono scomparse antiche supremazie e ingiustizie, del nuovo si stenta a scorgere un orizzonte diverso da quello su cui si stagliano – surrettiziamente, effimeramente – i nuovi consumi delle nuove classi, ma non i tetti e le cifre di industrie appena appena radicabili; stenta a penetrare la vera modernità.

Talune attuali conclamate forme di patologia sociale, che sembrano invocare l’immagine di una Calabria assolutamente inedita, dalle impreviste connotazioni di primitività ex lege, possono anche rientrare, per una parte, in una distorta forma di recente sviluppo, che ha privilegiato esclusivamente il terziario a danno dei comparti produttivi, con una vorticosa redistribuzione dei redditi: una miope routine di immediata resa, in termini di consenso politico per via di un più diffuso benessere, ma senza una prospettiva forte di ammodernamento delle strutture produttive, socio-economiche, civili e culturali.

 

TROPEA -Chiesa di S. Maria dell’Isola

Un esempio per tutti, e che coinvolge, appunto, le scelte di gestione del territorio. Non c’è bisogno di estremismi ecologistici per piangere sullo scempio che in Calabria è stato operato del territorio costiero, a danno non solo e non tanto del paesaggio di Calabria, ma della Calabria stessa e della sua anima. Questo scempio, costituito da una cementificazione selvaggia e senza scrupoli, e dal connesso accanimento imprenditoriale (oltre che politico, burocratico e bassamente impiegatizio), in funzione di un solo mese di vacanza per migliaia di torinesi, milanesi e napoletani dei ceti medi e bassi, è stato coltivato, voluto e realizzato come una opzione privilegiata dell’economia calabrese, in caccia di un successo che – a detta di molti, anzi di troppi – avrebbe dovuto trovare nel turismo di massa uno dei suoi pilastri.

Fosse pur valida un’analisi del genere, resta tutta da dimostrare una ricaduta economica in positivo, che in venti-trent’anni, e nonostante 800 chilometri di coste quasi tutte intasate, non è affatto venuta all’economia di Calabria, anche perché assai spesso non di veri insediamenti turistici si è trattato ma di seconde e terze case dei residenti o degli emigrati in ritorno temporaneo, magari destinate all’affitto iugulatorio in regime di evasione fiscale.

Ma, poi, lasciando per altra occasione il ragionare di queste e consimili cose, era proprio necessario realizzare questa degradazione del territorio, questo imbarbarimento delle vocazioni ambientali, questo assoluto prevalere degl’interessi privati sui pubblici interessi e generi di vita, questo snaturare gusti, valori e intelligenze locali, questo svendere  la Calabria e il suo territorio, senza un minimo di intelligente programmazione, senza creare un minimo di infrastrutture che ordinassero e organizzassero seriamente quei contesti cosiddetti turistici (i mille e mille famigerati «villaggi» e «parchi», spuntati come velenosissimi funghi per clientela di bocca buona), e li rendessero più moderni, più e meglio serviti, più evoluti, più civili? E senza che, almeno almeno, le rispettive comunità locali, dopo avere svenduto la propria stessa terra e la propria identità, ne traessero un benché mimmo elemento per la trasformazione strutturale – in meglio – del territorio, delle sue economie e della sua civiltà?

Parco del Pollino

 

Le statistiche economiche nazionali sono lì a inchiodare una cecità che resta delittuosa.

Tutto quel che si è qui detto non contraddice, e anzi presuppone, gl’incrementi qualitativi e quantitativi della struttura sociale di Calabria, sollevata dalle antiche miserie: nel senso che non contraddice, ed anzi presuppone, le trasformazioni decisamente migliorative che lo stato repubblicano ha disteso sul territorio di questa terra, vittima di una maledizione antica. Ma il malgoverno del territorio è forse l’espressione tangibile di un malgoverno più sottile e perverso, che ha pervaso la cultura di Calabria, rendendone l’identità – i valori e i comportamenti, e dunque l’orgoglio e l’originalità, il culto dell’intelligenza e del sapere, le capacità contestative, il rifiuto delle imposture del potere – un relitto del passato, meritevole di compianto.

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Riappropriarsi del proprio territorio e della propria identità, non distruggendo ma innovando e migliorando quel che il nuovo ha già portato, è la sfida attuale di una regione che non voglia sopravvivere al proprio malinconico destino. L’amore per le proprie terre, i propri paesaggi, le acque, le rocce, l’aria, le piante e gli esseri viventi di Calabria, deve essere la nuova sfida culturale dei calabresi: la difesa a oltranza del proprio territorio ne sarà il vero – primo e ultimo — banco di prova.

Fonte:   “STORIA DELLA CALBRIA” di Augusto Placanica

Un libro da leggere e rileggere

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