IL LATO DIABOLICO DELL’UOMO: le macchine del dolore. La tortura nel Medioevo

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Brutto periodo il Medioevo: un sospetto di stregoneria, una scappatella extraconiugale o un debito non pagato potevano essere sufficienti per finire legati alle macchine più spaventose, nelle mani di feroci aguzzini specializzati nell’infliggere il maggior dolore possibile

Riservato alle adultere e alle donne che avevano abortito, lo strappa seno era una pinza irta di uncini che veniva utilizzata per fare ciò che il nome suggerisce. Probabilmente utilizzato anche sulle streghe.

La tavola è uno dei più celebri strumenti di tortura del Medioevo: la vittima veniva attaccata mani e piedi a quattro funi montate su rulli e poi veniva allungata fino alla completa slogatura delle articolazioni e oltre.

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Particolarmente apprezzato dall’Inquisizione Spagnola, lo spacca-ginocchia era la variante sadica di una morsa da falegname. Irta di punte, veniva applicata al ginocchio dell’eretico di turno e progressivamente stretta con una vite. A discrezione dell’aguzzino, poteva essere efficacemente impiegata su altre parti del corpo.

Insieme alla tavola, la ruota è entrata nell’immaginario collettivo come uno degli strumenti di tortura per antonomasia. La vittima veniva legata sulla ruota di un carro, braccia e gambe venivano spezzate a martellate dal boia e il corpo, così martoriato, veniva esposto al pubblico in attesa che sopraggiungesse la morte.

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Una variante sul tema “schiaccia/strazia/spacca” era lo spappola testa, una sorta di casco montato su un torchio che veniva dolorosamente applicato al cranio del malcapitato portando a una morte dolorosa e raccapricciante per gli spettatori.

L’asino spagnolo è probabilmente uno degli strumenti di tortura più dolorosi e diabolici mai inventati. Si tratta di un palo di legno a sezione triangolare dai lati lisci e i vertici particolarmente acuminati. Il condannato veniva fatto  sedere a cavalcioni del tronco in modo che il suo peso gravasse sullo spigolo. Facile immaginare l’effetto, reso ancora peggiore dai pesi appesi dagli aguzzini alle caviglie della vittima.

Una variante dell’asino spagnolo era il cavallo di Giuda, una piramide di legno sulla quale veniva fatto lentamente fatto sedere il condannato che era appeso per le braccia e per le gambe.

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La “pera di ferro”: tramite il meccanismo a vite si apriva la bocca fino a slogarla.

Un torturato appeso per le braccia e tormentato con tizzoni infuocati. Nell’antica Roma si usava la graticola: il prigioniero era steso su un letto di ferro sospeso su carboni ardenti.

In un’illustrazione del ‘600 la rappresentazione di varie torture fatte agli schiavi italiani catturati dai saraceni: impalati, squartati da 2 navi, bruciati vivi, crocefissi, bruciati con candele, murati vivi, fatti a pezzi, trascinati da cavalli.

La tortura della battitura dei piedi in voga in Europa nel Medioevo e nel Rinascimento. Quella del carnefice era una professione riconosciuta.

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Waterboarding. È questo il nome moderno della tortura dell’acqua, in auge già nel Medioevo, che consiste nel versare nella gola del seviziato acqua a litri provocando una sensazione di morte imminente. Cinicamente definita oggi come una tecnica di interrogatorio, il waterboarding non lascia segni visibili. È stato utilizzato nel carcere di Guantanamo (Cuba) dagli Stati Uniti per interrogare i sospettati di appartenere ad Al Quaeda.

Fonte: http://www.focus.it/cultura/storia/tortura-nel-medioevo-le-macchine-del-dolore?gimg=50830&gpath=#img50830

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