Viaggio nelle parole: NEOCAPITALISMO

neocapitalismo

 

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Capitalismo significa che chi ha tanti soldi può moltiplicarli facendo lavorare gli altri. Neocapitalismo significa la stessa cosa ma su scala globale, senza le interferenze del nazionalismo e le limitazioni imposte da stati e comunità; e senza neppure bisogno di produrre beni utili e progresso, semplicemente creando desideri impossibili da realizzare a livello di massa e prestando denaro con la certezza che non verranno realizzati.
In altre parole, il sistema neocapitalista schiaccia la gente (e sempre di più intere regioni o paesi) in una perenne condizione di debito e di insoddisfazione: che la costringe a lavorare soltanto per pagare gli interessi e la mantiene povera, sfiduciata e sottomessa, incapace di sognare la propria emancipazione e lottare per essa.

Un elemento fondamentale di questa strategia è la distruzione del senso di appartenenza e del sistema pubblico: ottenuta da un lato facilitando la circolazione delle merci, delle persone e dei capitali, dall’altro diminuendo drasticamente la pressione fiscale sui ricchi e sulle loro corporation o permettendo (che è la stessa cosa) ai ricchi e alle corporation di evadere le tasse. I risultati, voluti, sono la diminuzione della qualità della vita di buona parte della popolazione e l’osceno arricchimento di pochi. Le rare eccezioni sono costituite da nazioni piccole e omogenee (Svizzera, Olanda, paesi scandinavi) o da paesi, come la Germania, che finanziano il proprio stato sociale sfruttandone altri.


Come uscirne?

L’unico modo sarebbe iniziare un graduale ma deciso processo di deglobalizzazione e di decrescita, in cui il calo dei consumi fosse compensato da una equa redistribuzione del reddito e da una stretta regolamentazione dei rapporti commerciali e delle migrazioni.
Ma non è la strada che si sta imboccando: come il TTIP e il TPP dimostrano, l’alleanza fra il liberismo e il buonismo sta anzi portando a ulteriore deregulation, a nuove privatizzazioni e a una deriva individualista; anche in paesi, come l’Italia, in cui l’indice di solidarietà sociale era restato alto.

Resta da vedere se quando crisi e catastrofi costringeranno la gente ad aprire gli occhi (giornalisti, intellettuali di regime ed economisti continueranno a negare l’evidenza sino a che non saranno spazzati via), ci sarà ancora tempo per rimediare o occorrerà passare attraverso distruzioni, stragi e guerre di dimensioni senza precedenti nella storia.

Di Francesco Erspamer
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