QUESTIONE MERIDIONALE

EMIGRAZIONE1
Grande problema nazionale dell’Italia unita, dovuto alle condizioni di arretratezza economica e sociale delle province annesse al Piemonte nel 1860-1861, già facenti parte del Regno delle Due Sicilie e dello Stato pontificio. Fin dall’Unità i governi sabaudi trapiantarono in tali province un sistema statale centralizzato e burocratico sul modello piemontese (di derivazione francese e prussiana), che per di più nel meridione d’Italia venne poggiandosi sulle classi agiate del latifondo di origine feudale, del clero e della borghesia cittadina non produttiva.

Questo, insieme con altri gravami (abolizione degli usi e delle terre comuni, esose imposte in denaro, coscrizione obbligatoria a ferma quinquennale, regime di occupazione militare con i carabinieri e i bersaglieri), creò nel sud una situazione critica. Ne derivarono fenomeni di rigetto (vedi brigantaggio, mafia, camorra), poi anche di fuga (vedi emigrazione italiana), utilizzati dal governo centrale per rafforzare il controllo sul territorio e per mascherare in parte la miseria delle popolazioni meridionali, godendo al contempo sul piano economico nazionale dei vantaggi delle rimesse degli emigranti. Molti intellettuali e politici di parte democratica, non solo meridionali, si impegnarono per denunciare il problema, analizzarne le cause e proporre soluzioni, il più delle volte in aperto contrasto con le classi dirigenti, non solo del sud.

Tra i primi P. Villari, L. Franchetti e S. Sonnino negli anni settanta dell’Ottocento, nonché G. Fortunato nel primo decennio del Novecento, pur tra le polemiche, coltivavano la speranza che il governo si convincesse a effettuare investimenti infrastrutturali intesi a sollevare le regioni del sud. Lo storico socialista G. Salvemini denunciò invece la funzionalità dell’arretratezza del Mezzogiorno al tipo di decollo economico avviato nel nord soprattutto da Giolitti (da lui definito ministro della malavita per il cinismo con cui approfittava della stagnazione del sud per raccogliervi equivoci consensi). Egli polemizzò anche con il Psi e con la Cgl accusandoli di favorire la classe operaia settentrionale, in accordo con gli industriali, a danno dei lavoratori della terra meridionali.

Questa analisi fu ripresa e arricchita da A. Gramsci nel primo dopoguerra e divenne il sostegno della sua strategia mirante all’alleanza tra operai del nord e contadini del sud come strumento della rivoluzione socialista italiana. Mentre il fondatore del Partito popolare, il siciliano L. Sturzo, proponeva un rafforzamento dei poteri locali per dare alle popolazioni meridionali i mezzi per la loro riscossa, il fascismo si limitò in sostanza a proseguire con strumenti più aggiornati la politica dei governi precedenti. Nel secondo dopoguerra Pci, Psi e Cgil organizzarono nel sud grandi masse di braccianti per l’occupazione dei latifondi incolti e per richiedere un “piano del lavoro” basato su misure infrastrutturali.

Dal canto loro i governi a guida democristiana, non meno coinvolti di Giolitti e del fascismo in alleanze equivoche, da un lato repressero con la violenza i moti popolari e favorirono un’altra grande ondata emigratoria, dall’altro seguirono la strategia dei meridionalisti cattolici come P. Saraceno, A. Segni, G. De Rita, imperniata su una limitata e gracile riforma agraria (1950) e soprattutto sull'”intervento straordinario”, primo strumento del quale fu la Cassa per il Mezzogiorno. Ne conseguì di fatto un intreccio sempre più stretto, di tipo clientelare, tra elite locali e ceto politico di governo, che corruppe ulteriormente il tessuto sociale meridionale. Esemplare al riguardo fu il fenomeno delle “cattedrali nel deserto”, come vennero chiamati dalle sinistre gli insediamenti infrastrutturali e industriali favoriti da pingui incentivi statali e incapaci, per loro limiti intrinseci, di suscitare intorno a sé ulteriori iniziative economiche, culturali e sociali.

Ulteriormente aggravato il distacco tra nord e sud, milioni di persone, chiusi gli sbocchi dell’emigrazione all’estero, si trasferirono tra gli anni cinquanta e settanta dal Mezzogiorno, e in genere dalle campagne, nelle grandi città, soprattutto del nord. Ciò, mentre contribuì a far maturare nelle regioni settentrionali il miracolo economico italiano, finì col depauperare ancor più il sud, che in tal modo veniva maggiormente esposto alla circolazione di denaro di origine pubblica, gestito privatisticamente dai gruppi di potere locali.

Con gli anni ottanta si aggravò l’intreccio tra politica e affari, favorito dalla partitocrazia e dall’impunità goduta di fatto dalla malavita organizzata. Ne derivò una trasformazione della società meridionale, vittima non più degli aspetti secolari della miseria quanto piuttosto degli aspetti peggiori del disordine e dell’incuria delle civiltà urbane contemporanee (quindi anche dello stesso nord del paese), oltre che di un nuovo declino delle campagne, in parte indotto dalla politica agricola della Cee. L’insieme di tali fattori venne mutando completamente i termini della questione meridionale, richiedendo nuovi strumenti di analisi e d’intervento.

G. Petrillo

Fonte: http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_mod/q/q017.htm

Foto RETE

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