NOSTALGIA e FOLKLORE, entrambi nascono in un contesto preromantico o romantico…

nostalgia

Pensavo oggi a come nel passaggio dalla mondo della tradizione a quella che chiamiamo modernità siano stati coniati due dei più belli e affascinanti, controversi e diffusi, termini della modernità.
Il primo.
«Nostalgia» da nóstos (ritorno, ma anche andata) e álgos (dolore) entra nel vocabolario europeo grazie al giovane studente di medicina alsaziano dell’Università di Basilea, Johannes Hofer, (1688) che conia il termine greco per indicare la malattia di cui si ammalno i militari svizzeri. Il termine sostituisce «mal du pays», «Heimweh», rimpianto, saudade.
Il secondo.
«Folklore» da “folk” (popolo) e “lore” (sapere) viene adoperato, per la prima volta, da William John Thomps nel giornale letterario, artistico e scientifico “Atheneum” nel 1846.
Sono due termini nuovi che indicano sentimenti, esperienze, concezioni già esistenti che non avevano una denominazione “scientifica”.
Entrambi nascono in un contesto preromantico o romantico, di passaggio e di definizione di nuove “malattie” o “emozioni” o “atteggiamenti” con una preoccupazione antiquaria, con una sorta di riferimento al passato e, nel tempo, finiscono con il diventare motivi del tempo presente, della contemporaneità, perdendo la loro originaria connotazione negativa per assumerne una positiva, oppositiva, non restauratrice di un mondo perduto, ma rivolta al futuro.
Pensavo oggi che, alla fine, ho passato moltlo tempo della mia vita per studiare i due termini, il contesto di riferimento, le loro accezioni, i mondi evocati. (Ci sono poi altri termini di conio relativamente recente come demologia, demoiatria, demopsicologia che non hanno avuto la fortuna degli altri due).
E così, divagando, tra una nostalgia e l’altra, mi è sorto il tormento di vedere come i termini inventati oggi non abbiano il fascino e la potenza di quelli di ieri. Ma, nel dire, questo, non vorrei apparire nostalgico o apocalittico. La lingua, come le culture e le tradizioni, muta, si rinnova, e muore. A ogni tempo le sue parole, le sue idee, i suoi racconti.
Certo pensando alla vicenda del termine «petaloso», che nasce da un errore di un ragazzo delle scuole elementari, di Copparo, provincia di Ferrara, poi ripreso dalla sua maestra e, naturalmente benedetto dal nostro premier, di cui si è occupata anche l’Accademia della Crusca ho avuto una sorta di “spaesamento” e di “turbamento” che cerco di dominare per non cadere nell’errore di considerare negativo quanto accade oggi, insomma per non apparire catastrofista.
Da ogni sentimento dolente e sofferto nascono a volte considerazioni indulgenti e giocose, gioiose. E, davvero, per gioco, per divertimento, confidando sull’indulgenza di linguisti, filologi, glottologi, italianisti, antropologi, pensando all’inquietante cronaca politica quotidiana, mi è venuto in mente, quasi senza volerlo, e me ne scuso, la parola nuova:

Rottaformismo (Rottatrasformismo, rottamismo).

Rottaformismo: il trasformismo, il clientelismo, il gattopardismo, il familismo all’epoca (e con l’alibi) della rottamazione e del renzismo (e spiace perché un po’ ci avevamo sperato e creduto).
Ovverossia: la rottamazione come ultima ed ennesima incarnazione del trasformismo dei ceti politici e dirigenti nazionali e locali.

Gurdatevi intorno (senza andare lontano) e vedrete una folla muta o clamante, questuante e petulante, di rottaformisti.
Fanno tenerezza anche perché credono di essere invisibili, trasparenti, senza velo e senza voce, eteri ed angelici e per questo parlano liberamente al telefono. Si sentono adatti allo spirito del tempo e restano stupiti quando vengono individuati e indagati, loro che hanno la coscienza a posto e agiscono sempre per fini superiori, in buona fede.
Carlo M. Cipolla, nel suo saggio sulla stupidità, ci ricorda che gli stupidi sono equamente distribuiti tra gli analfabeti, i letterati, gli intellettuali, i professionisti.
E anche i rottaformisti sono ben distribuiti nel mondo della politica e delle professioni, nella società e nelle univeristà, nei paesi e nelle città.
Tutti sono accomunati dalla tendenza italica a “tenere famiglia” (marito, fidanzato, moglie, padre, nipote, amante) e altro che crisi della famiglia tradizionale. Siamo al trionfo e all’apoteosi della famiglia proprio nell’epoca della crisi e della fine dell’antica famiglia patriarcale.
Del rottaformismo (o rottamismo) fanno parte (in nome di un comune ritrovato interesse) sia i rottamatori sia i rottamandi, sia i nuovisti che gli arretrati. Tutti uniti affettuosamente per la loro causa, per la loro casa. La casa. Le case, le ville, i palazzi, due, tre, cento, speso a loro insaputa. Perché alla fine, bene o male, le famiglie si sono allargate, separate, modificate. E qualcuno tiene molte famiglie.
Ci sono rottamisti bisognosi e per necessità che si adeguano allo stato delle cose e seguono la corrente, e ci sono i rottamisti di professione, gli intoccabili, gli insaziabili, i fameleci senza pudore e senza vergogna.
Vorrei scusarmi di questi erratici pensieri. Ho ricordato la nobiltà dei “rottami”, degli scarti, degli ultimi e degli avanzi.
E poi, i “rottami” sono le varie forme di pasta, spezzata e mescolata, che si adoperano con i ceci (come nella Cicerata di Maida che si è svolta ieri) o i fagioli e una grande nostalgia dei “rottami” pasta avevano i farsari di Carnevale nel paese della mia infanzia. Pazienza. Vada per rottamismo o per rottasformismo, che in qualche modo rende più garbati e più tollerabili anche quelli che lasci in un posto e li trovi in un altro o quelli che, beati, loro sono in tanti posti contemporanemente e felicemente. Non siamo nel migliore dei mondi possibili? Come il nostro premier e i suoi rottamatori e rottamandi-rottamati pentiti e ritrovati ci vanno assicurando quotidianamente a viva voce, sui blog, sulla rete, in televisione, sui giornali.

Di Vito Teti

Fonte: dalla pagina facebook dell’autore

Foto RETE

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