Il Monachesimo nella Lucania bizantina

Santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno

Ancora nel XVI secolo ci sono tracce del culto cristiano bizantino nei territori del Sud Italia, se un vescovo di Policastro, Ferdinando Spinelli, è costretto ad ingiungere alle chiese ed ai sacerdoti greci, di uniformarsi al rito latino! Insomma il cristianesimo bizantino aveva vissuto a lungo nei territori meridionali, fino a lasciare le sue tracce ben oltre la fine del suo controllo diretto. La religione costituiva infatti per i Bizantini – come del resto per le altre forze politiche delle civiltà medievali- un forte catalizzatore di identità culturale ed uno strumento affilato di dominio militare ed amministrativo.

I Bizantini se ne servivano per la loro comunicazione interna e per la mediazione amministrativa nei Temi d’Italia. Il ruolo degli esponenti religiosi si ampliava spesso anche nelle questioni per così dire internazionali, e si trasformava così in un ruolo di mediazione, nelle ambasciate e nella vita diplomatica. Per la Basilicata antica vanno identificati due areali di diffusione: una prima zona direttamente in mano bizantina, che comprendeva la parte orientale e meridionale della regione e che confinava con la Puglia e la Calabria-; una seconda zona era definita dai territori occidentali e nord-occidentali, mai sotto il controllo diretto dei Bizantini,ma territori longobardi. Il monachesimo bizantino aveva infatti conosciuto diverse strade di penetrazione:la prima, era quella del controllo diretto del’amministrazione, che favoriva la diffusione e la formazione di comunità monastiche all’interno dei territori controllati; la seconda strada era quella della fuga e dell’emigrazione, fenomeni frequentissimi nel mondo antico, dove avveniva spesso che comunità perseguitate si spostassero in nuovi territori;infine una terza via era quella dell’ “infiltrazione culturale”, che Bisanzio operò , con una certa continuità, nelle zone in mano ai Longobardi. Attraverso questa infiltrazione, forse, Bisanzio preparava una definitiva conquista e, sicuramente,mediava con la cultura latina. Queste ultime “vie” spiegano così la presenza religiosa anche nei territori non amministrati direttamente dai Bizantini,l’areale di cui parlavo sopra e relativo ai territori longobardi del beneventano.

Eraclio-porta-la-Vera-Croce-a-Gerusalemme.

Eraclio-porta-la-Vera-Croce-a-Gerusalemme.

Per il resto l’ortodossia cristiana dovette essersi diffusa in Basilicata già a a partire dalle prime campagne in Italia di Belisario e Narsete, durante la guerra gotica. Sul finire del VI secolo si erano poi registrati arrivi dalla penisola balcanica, soggetta a quel tempo ad un’invasione avara. Nel VII secolo avvennero alcuni cambiamenti, nella politica mediterranea e nell’atteggiameto religioso bizantino, che risultarono molto interessanti per l’Italia meridionale: da un lato l’Islam si espandeva, in Egitto e in Siria, spingendo molte comunità ortodosse di queste regioni ad emigrare, e tra le zone scelte ci fu spesso l’Italia meridionale. Dall’altro lato l’Imperatore di Costantinopoli, Eraclio, appoggiò l’eresia monotelita, facendola diventare il credo ufficiale dell’Impero d’Oriente. Essa ribadiva l’Unità della Natura divina, affermando che “una sola è la volontà (enérgheia/thèlema) da cui pervade ogni operazione divina ed umana”…le cause di questa scelta,naturalmente, sono tutte fatte di complicatissimi motivi di politica interna, intrecciata ad una comunicazione religiosa legata a sua volta alla teologia, e continuamente in cerca di una definitiva legittimazione; ma tra i risultati ci fu anche la fuga di monaci da Oriente ad Occidente. Le politiche imperiali, infatti, non comportavano una particolare tolleranza religiosa, e del resto erano uno degli strumenti preferenziali con cui gli Imperatori cercavano di procurarsi una sudata e spesso minacciata compattezza culturale e politica interna.

Leone III

Leone III

Fu questo il caso della persecuzione iconoclasta, nata nell’VIII secolo in seguito all’editto con cui l’Imperatore LeoneIII – salito al potere grazie all’appoggio degli eserciti a cui questo divieto era molto gradito ed impegnato ad arginare il costante pericolo arabo- vietava il culto delle immagini. Il divieto iconoclasta ebbe validità su tutti i territori bizantini dall’anno in cui fu promulgato -il 730 d.C.-, fino a quando venne abrogato, nell’843 d.C.,quando il culto delle immagini fu definitivamente reintegrato e riconosciuto come elemento culturale ed identitario del cristianesimo ortodosso. I monaci fuggiti dai territori bizantini non potevano quindi rifugiarsi in nessuna delle province in cui l’editto veniva applicato, e si diressero anzi dai derritori bizantini, nelle zone più vicine dove avrebbero potuto continuare la loro confessione. In questa circostanza quindi ci fu un nuovo afflusso nei territori longobardi, dove le comunità monastiche, raccomandate da Bisanzio, venivano tollerate dai duchi e dai principi. I monaci che raggiunsero così le zone occidentali della Basilicata provenivano non solo dalle regioni orientali, ma anche dalla Calabria e spesso da altri monasteri meridionali in cui non c’era stata la volontà di uniformarsi al rito iconoclasta. Ma in cosa consisteva la vita delle comunità monastiche in Basilicata? Sicuramente la preghiera ed il lavoro erano le attività principali del monachesimo, che si era diffuso a partire dai territori orientali del Mediterraneo,la Siria e,appunto l’Egitto, dove er praticamente sempre esistito come fenomeno religioso. A partire dal X secolo d.C. si diffonderà ulteriormente in tutta l’Europa, fino a divenire un tratto costitutivo della cultura europea medievale. Vi erano forme diverse di monachesimo a cui poter aderire.

Molti monaci vivevano in completo isolamento, immersi nella natura e nella solitudine di luoghi inaccessibili,ed erano per questo chiamati “eremiti”, abitanti delle grotte, o anacoreti. Alcuni piccoli gruppi potevano scegliere di vivere isolati, ma in prossimità di un monastero o,infine, integrarsi completamente nella vita del monastero stesso: erano questi ultimi i “cenobiti”, che vivevano in una severa regola di comunità, con una forte gerarchia religiosa. I monasteri accrebbero progressivamente i loro possedimenti, così da costituire e attirate anche comunità agricole e sicuramente, nei secoli, divennero il luogo della diffusione della cultura religiosa -e non solo- scritta. Una cultura per necessità di diffusione anche poliglotta: si pensi ai numerosi manoscritti che tramandavano in greco ed insieme in arabo i Vangeli! Così le comunità monastiche (alcune -le più famose- basiliane, da San Basilio Vescovo di Cesarea vissuto nel IV secolo d.C.,altre non afferenti a vere e proprie “regole”) si diffusero in tutto il Sud e conobbero figure di grande spicco, come gli eremiti Nilo di Calabria ed Elia detto lo Spelaiòtes,che visse per lungo tempo,tra l’altro, ritirato ad Armento. Con loro molti altri…monaci dediti alla preghiera ed al lavoro, ma anche alla trascrizione dei manoscritti ed allo studio delle erbe medicinali. Le loro biografie ci fanno capire lo spirito del tempo, e la natura in fondo unitaria della cultura medievale che inizierà a definirsi proprio a partire da questi secoli: sono vite consumate nella necessità dell’ascesi e del pellegrinaggio, vissute a cavallo tra oriente ed occidente. Oscillanti spesso tra l’opposizione all'”altro” e la conoscenza dell'”altro”, ma sempre costrette,proprio come questo “altro”, ad una inevitabile e naturale convivenza.

Per approfondire:
M.Gallina,”Potere e società a Bisanzio”, Einaudi, Torino 1995

Su www.Lucanianet.it (nella sezione Sulla Lucania)

Fonte: http://www.ortodoxia.it/Il%20Monachesimo%20nella%20Lucania%20bizantina.htm

Foto RETE

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articoli correlati

Articoli più letti

Archivio articoli
Categorie
Close