I vecchi

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Gianneo offre una fetta di anguria ad alcuni vecchietti seduti vicino la chiesa in Piazza Municipio

Guardo i vecchi in un altro modo da un po’ di tempo.

Mi piace chiamarli vecchi e non anziani. Sembra che dire anziano sia più gentile, più rispettoso. Io invece credo che dire vecchio è riconoscere il grande valore di chi ha un passato. E tutti i vecchi ce l’hanno.

C’è in loro tanta vita. Vita buona, vita sofferta, vita cattiva ma sempre vita. Cammino intenso e continuo in quelle che sono le vicissitudini dell’essere.

Gioie, dolori, perdite, nascite, momenti di tutto e di niente, spazi per ricominciare, per piangere, per andare avanti o ripartire da zero. Nonostante tutto.

I vecchi.

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Ora li guardo con rispetto e devozione. Mi incanta vederli incedere con le loro spalle curve, i loro passi incerti, i loro bastoni tra le mani. Atttezzi a cui aggrapparsi quando forse non c’è nessuno che li possa accompagnare. Eppure vanno.

Li ascolto i vecchi. Con curiosità e stupore. Parole stentate, frasi incominciate e spesso non finite dietro alle quali c’è un mondo da immaginare.

I vecchi.

Da dx: Battaglia, De Angelis e Marchese, accosciato Celentano. Mi scuso con il signore di sx, ma non ricordo il nome

Li osservo di nascosto, a volte, e scopro la poesia che c’è in loro quando si incontrano e si sorridono. E non si sentono vecchi.

I vecchi.

Li guardo dentro, in quei loro occhi stanchi quando ci parlo, con attenzione, per trasmettere il mio sincero interesse per quello che mi stanno raccontando. Anche se si perdono nei loro mondi, quelli che noi non possiamo vedere né capire.

E penso a cosa loro pensano sapendo che “quel” momento è vicino, forse dietro l’angolo. Eppure continuano a combattere e a cercare attimi di felicità. Sempre. Fino alla fine. Accontentandosi di sorsi di vita sempre più piccoli.

Vorrei chiedere loro scusa per tutte le volte che mi sono spazientita suonando il clacson e pensando che non dovrebbero più guidare. Per quando non capivano o non sentivano. Per quando mi infastidivano se puzzavano, se brontolavano, se dimenticavano.

Non esisteva altro al di fuori di quello che ero io, che sentivo io, che interessava a me. Ma ero solo giovane. E non sapevo. Ed ero così lontana da loro e da quel loro traguardo.

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Ci sono voluti tanti anni per comprendere. E anche tanta fatica. Ora sono cambiata. Sono più paziente, più attenta, più disponibile.

Sorrido a tutti i vecchi che incontro, apro loro le porte dei negozi e porto le loro borse della spesa in quinto piano anche se io devo andare al primo. E attraverso la strada al loro fianco, a volte fingendo di non essermi accorta della loro difficoltà per non ferirli. Ma intanto fermo le macchine. O mi alzo in autobus lasciando libero il posto, fingendo di dover scendere anche se sono appena salita.

Riconosco in ognuno, in tutti quelli che vedo e che incontro, la loro straordinaria unicità. Il loro valore. La loro fatica silenziosa. Il loro inalterato bisogno d’amore. E la saggezza di chi ha smesso di correre per arrivare non so dove. Il loro traguardo è già là.

Intravedo nella loro carne sofferta le ferite di un’esistenza che se ne sta andando, e nel loro sguardo, per qualche frazione di secondo, riconosco il mio.

Ma ora che mi sto avvicinando a loro, mi sento molto più leggera, più libera dalle costrizioni, in grado di distinguere ciò che conta da ciò che non ha nessuna importanza. Se dovessi tornare indietro vorrei solo il mio corpo più fresco e più agile ma non cambierei la mia anima o il mio cuore.

Perchè invecchiando si perde la forza fisica ma si conquista l’infinito.

Di Daria Cozzi

Fonte: http://www.lundici.it/2015/12/i-vecchi/

Foto RETE

 

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