I mulini di Orsomarso

 

Per secoli, ad Orsomarso, come in tante altre piccole comunità del pianeta, si è cercato di produrre tutto quello che serviva per vivere.

La chiamano “economia di sussistenza”. È un’economia povera, provvede solo al necessario.

Moneta ne circolava poca, i conti, quando era possibile, venivano saldati in natura. Braccianti, operai, artigiani ricevevano olio, vino, grano, fagioli, patate come compenso delle loro prestazioni. Oppure si scambiavano ore di lavoro: tante giornate a zappare per un paio di scarpe o per il debito col bottegaio.

I mugnai prendevano farina.

Fino agli anni Sessanta ad Orsomarso c’erano quattro mulini: uno a Santo Linardo, uno in via Porta la Terra e due vicino al Ponte del Mulino

Tra chi vi lavorava c’era una certa gerarchia.  Mulinara/o era colei che era addetta a controllare il mulino: regolava tempi e modi di lavorazione. Poi c’era a mulinaredda: era la donna che andava a prendere il grano nelle case e poi consegnava il macinato. Per ogni partita riceveva una junta (quantità contenuta nelle due mani unite a coppa) di farina. Al controllo delle macine provvedeva un uomo. Periodicamente, quando le pietre diventavano lisce e non svolgevano bene la molitura,  sollevava quella superiore e con uno scalpello  creava piccoli avvallamenti.

Una manutenzione costante richiedeva il fosso con il quale si convogliavano le acque al mulino.

Ora i  mulini rimangono solo come toponimi: Macchia ru Mulino, Capumulino, Mulina, Ponte ru Mulino, ecc.

L’ultimo a chiudere  è stato quello di Santo Linardo. La nuova proprietà, subentrata a Dommicinzino, l’ha tenuto in vita fino agli anni Ottanta. Ma non c’erano più né mulinara né mulinaredda. Il mulino veniva gestito direttamente dai proprietari ed il grano lo portavano gli stessi contadini

Nella foto, un po’ sbiadita,  vedete il mulino di via Porta la Terra. Apparteneva alle famiglie Capparelli, Laino e Leone. Quello di Santo Linardo era di Dommicinzino. Quelli  al Ponte del Mulino appartenevano: uno a Vincenzino Candia e Maria Papa (moglie di L. Paravati); l’altro a Eugenio Salerno, che lo lasciò alla figlia, Maria, l’ex direttrice dell’ufficio postale.

Se volete saperne di più leggetevi  il bell’articolo di Giovanni Russo “LA VALLE DEI MULINI”.  Vi regalerete un momento di buona lettura. CLICCA QUI

A dx la Chiesa di Santo Linardo, sotto il mulino
Mulino di Santo Linardo, ormai in disuso
Ponte del Mulino, portava l’acqua a…
questo mulino, che apparteneva a Maria Salerno.

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