L’ABBRACCIO DI DUE DONNE

Lucia Santelli nel giorno del suo matrimonio con la nonna, Lucia Maratia

Lucia Santelli nel giorno del suo matrimonio con la nonna, Lucia Maratia

 

Lucia vive in Lombardia da tanti anni. Torna ad Orsomarso nel tempo delle ferie. Ama la montagna.  Assieme abbiamo fatto diverse camminate; quest’anno siamo andati sul Pollinello: una giornata di grazia, tra faggi, pini loricati e scenari di rara bellezza.

Le ho chiesto un contributo per ORSOMARSO BLUES.

La foto  ed il testo che segue sono suoi.

 

L’ABBRACCIO DI DUE DONNE

 

Camminavo velocemente per le vie di Milano per correre a un importante appuntamento, quando alla fermata di un semaforo un’anziana signora si avvicinò a me domandandomi, con molta irruenza e occhi persi, delle informazioni su una via della città. Mentre cercavo allo stesso tempo di spiegarle che era proprio fuori strada e che tra l’altro io ero di fretta, lei, come se niente fosse, puntando il suo sguardo dritto davanti al mio, mi disse:

 “Per favore, quando parla, mi può guardare in faccia? Perché non ci sento”.

Iniziavo proprio a spazientirmi dalla fretta e dall’irritazione del modo di fare di questa donna, quando, a un certo punto, come un flash, vidi chiara nella mia mente un’immagine: mia nonna Lucia.

Istantaneamente fui scossa e attraversata da un brivido e da un dolce senso di tenerezza. Sì, nonna Lucia!

La mia mente andò alla mia infanzia e alla convivenza con i miei nonni. Fino all’età adolescenziale ho vissuto con loro: era il periodo del boom economico e i miei genitori con i numerosi figli erano emigrati a Milano. Dovevo finire la scuola dell’obbligo e fare compagnia ai nonni che improvvisamente erano rimasti soli. Di insegnamenti di nonna Lucia ne ho avuti tanti, ma uno in modo particolare mi accompagna ogni giorno.

Ricordo che un mese di novembre di tanti anni fa nel mio paesino della Calabria dove sono nata, accadde un fatto gravissimo: una persona si era suicidata per non so quale motivo … (io, all’epoca, ero piccola e non ero tenuta a sapere i particolari dell’accaduto; nonostante questo noi bambini immaginavamo e fantasticavamo sulla scena di quel povero malcapitato).

La caserma si trovava nella stessa via dove abitavamo mia nonna e io e, di conseguenza, seguivamo tutti i movimenti e l’andirivieni dei famigliari del morto e dei carabinieri. Ricordo anche l’anziana madre, piegata in due dal dolore per la tragica scomparsa del figlio, un vento di tramontana che fischiava tra le strade grigie e i pochi mezzi per ripararsi dal freddo. In attesa di essere interrogata, aspettava in strada seduta su un gradino cercando di ripararsi dal vento gelido come meglio poteva.

Tutto il paese era in fermento e la gente stava alla larga “dalle persone che avevano a che fare con la legge”.

Ed è proprio a causa di questa “regola” di convivenza del mio paese, che mia nonna tirò fuori il suo incredibile spirito battagliero. La ricordo ancora, come se fosse ora, con la sua gonna arricciata in vita e la camicetta infilata dentro, le maniche sempre tirate su … La sento dirigersi verso di me e dirmi in tono di comando: “Bisogna portare qualche cosa di caldo a quella povera disgraziata, ci vai tu?” Mi ricordo di essere stata tentennante e di aver biascicato una risposta del tipo: “No, non posso andarci! Mi vergogno e non ho il coraggio di parlare con questa sconosciuta. “

Mia nonna senza averci pensato due volte, si avvolse nello scialle di lana e si avviò verso la poveretta (in questa scena, io sono lì dietro di lei e mi accorgo di far fatica a star dietro a quel passo forte e deciso da bersagliere).

Se ripenso a quel momento ricordo la commozione dell’incontro tra queste due donne: nonna l’abbracciò e le fece coraggio dicendole: “Il Signore è grande e non ti abbandonai”. Poi le porse del caffè bollente versandolo dalla caffettiera napoletana nell’unica tazza che possedeva. L’altra donna lo bevve con molta gratitudine, ringraziandola per aver sfidato con coraggio le dicerie della gente del paese.

Ripensando a questa storia di me bambina e di mia nonna, mi accorgo della gioia che questo ricordo mi ha dato, penso di farle piacere a pensarla così anche se non c’è più da molti anni e nonostante questo la sento ugualmente molto vicina. Sono anche contenta che abbia potuto vedere e crescere per un pò mia figlia.

Con la sua saggezza contadina mi diceva sempre: “Figlia mia, sii onesta che se ti si chiude una porta ti si apre un portone” oppure: “Male non fare, paura non avere!”. Sono stata proprio fortunata ad avere una persona così che mi ha accompagnato nella vita e di questo la ringrazio immensamente…

Ma per tornare alla signora anziana dell’inizio del mio racconto, per farla breve, davanti a questo ricordo, decisi di prendere del tempo e così l’accompagnai fino al treno della metropolitana, scrivendo e disegnando fermate, tragitto e nomi di vie. La donna anziana a quel punto stringendomi in un forte abbraccio, mi disse:

“Ma chi ti ha mandato a te stamattina sulla mia strada?”. Io le risposi sorridendo: “Nonna Lucia”.

 

Lucia Santelli

 

Questo racconto è stato pubblicato nel 2004 nel volume “Frammenti di vita” dall’associazione Nestore di Milano, di cui Lucia faceva parte.

 

 

 

 

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