Restituire al sud l’antica dignità di soggetto del pensiero

sud

 

Se si vuole ricominciare a pensare il sud sono necessarie alcune operazioni preliminari. In primo luogo occorre smettere di vedere le sue patologie solo come la conseguenza di un difetto di modernità. Bisogna rovesciare l’ottica e     iniziare a pensare che probabilmente nel Sud d’Italia la modernità non è estranea alle patologie  di cui ancora oggi molti credono che essa sia la cura.

Per iniziare a pensare il sud è in altri termini necessario prendere in considerazione anche l’ipotesi che normalmente si scarta a priori: la modernizzazione del sud è una modernizzazione imperfetta o insufficiente o non è piuttosto l’unica modernizzazione possibile, la modernizzazione reale?

Liberare la modernità dalle sue responsabilità considerandola sempre e soltanto dal lato dei rimedi conduce a commettere due errori complementari che si rafforzano a vicenda: da un lato si ricorre ad una terapia che spesso aggrava le patologie, dall’altro si sopprime in radice la possibilità di rovesciare il rapporto: non pensare il sud alla luce della modernità ma al contrario pensare la modernità alla luce del sud. Pensare il sud vuoi dire allora che il sud è il soggetto del pensiero: esso non deve essere studiato, analizzato e giudicato da un pensiero esterno, ma deve riacquistare la forza per pensarsi da sé, per riconquistare con decisione la propria autonomia.

Pensiero meridiano vuoi dire fondamentalmente questo: restituire al sud l’antica dignità di soggetto del pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato da altri. Tutto questo non vuoi dire indulgenza per il localismo, quel giocare melmoso con i propri vizi che ha condotto qualcuno a chiamare giustamente il sud un «inferno».

Al contrario un pensiero meridiano ha il compito di pensare il sud con maggior rigore e durezza, ha il dovere di vedere e combattere iuxta propria principia la devastante vendita all’incanto che gli stessi meridionali hanno organizzato delle proprie terre. In questa vendita all’incanto, in questo assalto volgare e trasformistico alla modernità si sono venute affermando le due facce oggi dominanti del sud: paradiso turistico e incubo mafioso. Queste due facce in apparenza antitetiche sono invece complementari perché rappresentano la faccia legale e quella illegale dell’inserimento subalterno del sud nello sviluppo, ai suoi margini, laddove i modelli seducenti che si irradiano dalle capitali del nord-ovest si decompongono fino a diventare deformi.

Esauritasi già venti anni fa la spinta illuministica che pensava di poter diffondere in modo uniforme al sud la civiltà industriale, negli anni successivi abbiamo assistito ad una complementarizzazione marginale del sud allo sviluppo. Ci si è modernizzati rendendo tutto vendibile e rendendo sistematico l’osceno, prostituendo il territorio e l’ambiente, i luoghi pubblici e le istituzioni.

La mobilità sociale si è esercitata in forme perverse attraverso la crescita delle attività, malavitose e criminali che hanno espresso le loro élites emergenti laddove la ricchezza non riusciva ad arrivare nelle sue forme legali.

Questo destino è comune a rutti i sud del mondo che pagano il loro ingresso (quando di ingresso si può parlare) nelle zone fragili e sporche della ricchezza attraverso un’autentica prostituzione di quote rilevanti della propria popolazione. Ecco qui la radice di quella complementarità:

da un lato il sud come fuori rispetto allo sviluppo, come l’ideale del vacuum della vacanza. E quindi il Mediterraneo dei club Mediterranee, i paradisi esotici in offerta speciale alle truppe del turismo di massa, un sud come fondale del mese d’aria delle ricche plebi della civiltà industriale. Dall’altro lato la vendita trasformistica delle classi dirigenti, la loro corruzione sistematica, una furbizia estorsiva più raffinata e trasformistica nei gradi più alti e più violenta ed evidente nelle classi più povere. Qualcosa della antica rabbia di queste ultime è rimasto, ma l’antica spinta egalitaria è affogata nell’anemia generalizzata, nella perdita del riferimento ad un’altra forma di vita.

Un pensiero del sud, un sud che pensa il sud, vuoi dire guadagnare il massimo di autonomia da questa gigantesca mutazione fissare criteri di giudizio altri rispetto a quelli che oggi tengono il campo, pensare un’altra classe dirigente, un’altra grammatica della povertà e della ricchezza, pensare la dignità di un’altra forma di vita. Significa non pensare più il sud o i sud come periferia sperduta e anonima dell’impero, luoghi dove ancora non è successo niente e dove si replica tardi e male ciò che celebra le sue prime altrove.

 

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Fonte: “IL PENSIERO MERIDIANO”, di Franco Cassano, Laterza

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