Monachesimo italo-greco tra ascesi e prassi, di G. Mazzillo

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Premessa

Il mio non è un intervento tecnico su aspetti generali o particolari riguardanti il tema specifico, ma per come posso e per come mi è stato richiesto, riguarda la dimensione fondamentale, direi sorgiva del monachesimo italo-greco e del monachesimo in generale. Direi di più: è sulla struttura stessa della sequela Christi, ragione ultima di una scelta fondamentale. Appunto sorgiva per ogni monaco, come per ogni cristiano, che voglia vivere la radicalità evangelica e le beatitudini di Gesù.

Procedo in tre punti: 1) Vivere in maniera radicale l’appartenenza a Dio e alla propria terra; 2) Carità e profezia; 3) Attualità e importanza del monachesimo italo-greco.

1) Vivere in maniera radicale l’appartenenza a Dio e alla propria terra

All’inizio una chiamata: vivere con consapevolezza la propria vita e il legame con la propria terra. È la stessa chiamata: riguarda i monaci moderni, al pari di quelli antichi. La propria terra significa questa nostra terra, ma significa anche il mondo intero, avvertito come patria senza confini, senz’altro provvisoria e tuttavia come luogo di massimo impegno.

Un riferimento importante sulla materia: un testo proto-cristiano, la Lettera (o Discorso) a Diogneto. Qui troviamo una chiave di impostazione generale dell’esistenza cristiana e, a fortiori, dell’ascesi anacoretica o cenobitica: vivere da stranieri in casa propria e a casa propria in terra straniera. La formulazione è paradossale, risale a Gesù (“siete nel mondo ma non del mondo”) ma l’impostazione è riaffiorata anche in epoca moderna come esigenza intramontabile della Chiesa¹. Tale estraneità e comune cittadinanza impegnano a migliorare la terra, quanto essa contiene ed ogni tipo di relazione interumana. Contengono un principio di trascendenza nei riguardi della storia e tuttavia racchiudono anche la motivazione dell’impegno tutto da svolgere sulla nostra terra, nella nostra storia.

Ecco il testo:

«[ I cristiani] … pur vivendo in città greche o barbare – come a ciascuno è toccato – e uniformandosi alle abitudini del luogo nel vestito, nel vitto e in tutto il resto, danno l’esempio di una vita sociale mirabile, o meglio – come dicono tutti – paradossale. Abitano nella propria patria, ma come pellegrini; partecipano alla vita pubblica come cittadini, ma da tutto sono staccati come stranieri; ogni nazione è la loro patria, e ogni patria è una nazione straniera […]. Vivono nella carne ma non secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi vigenti, ma con la loro vita superano le leggi»².

Su questa base spirituale, ma che chiamerei storico-esistenziale, è da intendere il monaco cristiano, sebbene «monaco» a quanto ci viene detto, abbia la sua radice in «monos», solo, per cui monàzein significa «vivere da solo». Tuttavia, alla luce di quanto detto, la definizione vale fino ad un certo punto, perché il monaco non è un misantropo, ma uno che ama più degli altri la vita, l’uomo, la terra, la bellezza della natura. Ama con grande intensità tutto ciò, perché ama Dio che ne è l’origine e il compimento.

Un esempio tratto dal Bios di San Saba il giovane¸ immediatamente dopo l’incipit:

«In verità, quando i doni, che superano ogni bene posseduto e ogni desiderio, si accumulano per questi uomini, rendendoli, in breve tempo, degni di emulazione per tutti gli uomini e molto illustri, allora tutti, messa da parte ogni forma di debolezza, si volgono con desiderio alle cose celesti, per seguire una retta condotta di vita che è l’unica buona e beata. Certamente nel momento stesso in cui saranno narrate le vicende di Saba, uomo santo, che come la stella del mattino risplendette per le sue virtù, moltissimi saranno folgorati dal desiderio di vivere secondo la vera sapienza e si sentiranno spinti ad opere buone»³.

Al di là del tono aulico, emergono due elementi di fondo: 1) il «desiderio alle cose celesti», ma anche ed in forza di ciò, 2) «seguire una retta condotta di vita che è l’unica buona e beata».

Ma di quale «retta condotta di vita» si tratta? Solo di ciò che attiene la cura della preghiera e del proprio mondo monastico? No, di certo.

San-Saba-Archimandrita

San-Saba-Archimandrita

Nello stesso Bios, al cap. VI, si narra che in una situazione sociale drammatica, dovuta all’incursione degli «Ismaeliti» e ad una fame tale da arrivare all’antropofagia, il venerabile Saba, avendolo saputo, «fu colto da un’amara tristezza». E ancora:

«In quell’occasione, allora, il santissimo Saba pensò non solo alla salvezza dei suoi cari, ma anche di molti altri e, guidandoli attraverso i luoghi deserti delle montagne, li spinse ad occupare dei luoghi fortificati e dopo aver lasciato in quel luogo una moltitudine, si diresse con i genitori in Calabria, viaggiando per mare e arrivando nella regione dei Caroniti fu accolto benevolmente da alcuni suoi parenti».

Pensare «non solo alla salvezza dei propri cari, ma anche di molti altri», anche quando si tratta di “salvezza” terrena può essere considerato emblematico per ciò che scaturisce dalla contemplazione di Dio e influisce direttamente sull’agire sociale, o, se si preferisce, sulla prassi storica.

2) Carità e profezia

A partire da queste semplici osservazioni, si può individuare una seconda dimensione, che è quella contemplativa, ugualmente determinante sia per il monaco eremita (anacoreta) sia per ch vive un’esperienza monastica (cenobitica). È la dimensione profetica, direttamente collegata alla pratica della carità. Questa, gioverà ricordarlo una volta per tutte, è una dimensione strutturale e non una modalità etica. Appartiene alla consacrazione del monaco, che si fonda sulla consacrazione messianica di Gesù, da lui stesso evidenziata come costitutiva della sua missione, come riporta il Vangelo di Luca:

«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).

Nel Bios di San Nilo di Rossano un episodio si può considerare esemplare a questo proposito. È quello in cui il Santo, che prima si è spogliato dei suoi abiti, per farne dono a un ex suo domestico, venuto a visitarlo nel monastero di San Nazario, affronta direttamente il «tirannello, chiamato “conte”» , vero e proprio «despota arrogante suo pari», che, si era impadronito e aveva fatta sua schiava «la povera anima della moglie di uno degli addetti al monastero». All’uomo che non si converte, ma diventa più insolente, il santo preannuncia, profeticamente, una sciagura imminente, che di fatto si realizza in un’insurrezione cruenta da parte di quanti ne avevano subito le angherie e termina con la decapitazione del suo cadavere, che infine è gettato in pasto ai cani.

L’episodio, che ricorda casi simili narrati dalla Bibbia, non è l’unico nel suo riferimento alla protezione e alla cura amorevole che i santi di ogni genere e i nostri in particolare hanno sempre praticato, ben sapendo di servire Dio stesso nella persona dei poveri.

La dimensione peregrinante della vita è stata, da Abramo in poi, nella tradizione giudaico-cristiana, la ragione primaria dell’accoglienza dei poveri e dei pellegrini. A questo proposito gioverà ricordare quanto prescritto già in Esodo 22,20 «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto». Il pensiero è ripreso, in un contesto più ampio, nella Lettera agli Ebrei: «L’amore fraterno resti saldo. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli. Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che sono maltrattati, perché anche voi avete un corpo» (Eb 13,1-3).

Al seguito di un’ennesima e devastante scorreria saracena, che aveva provocato l’irruzione di una folla affamata al monastero dove San Saba viveva in vita cenobitica, questi intervenne per rimproverare prima l’economo che aveva drasticamente ridotto i viveri e poi per sopperire alla loro effettiva penuria con il suo intervento taumaturgico (Bios di San Saba, cap. XIX).

Un episodio vicino a questo è quello narrato nel cap. XV, in cui il Santo riempie di grano il sacco del ladro che si era intrufolato nel monastero e lo riprende amorevolmente, tanto da suscitare il suo pentimento e la sua conversione.

Una citazione a sé merita un altro episodio di intervento dello stesso uomo di Dio, non fosse altro che perché si parla esplicitamente di questo nostro territorio, con la menzione dell’eparchia di Aieta, infestata all’epoca dalle cavallette (cap. XVI). Ma ecco la suggestiva ricostruzione dell’episodio, ripresa direttamente dal Bios, che inizia parlando di un compito ricevuto dall’alto, in sogno, dal beato Saba:

«Una volta, le cavallette, che avevano già funestato l’Egitto, erano sopraggiunte nella regione di Mercurio, a causa dei peccati degli abitanti. Il venerabile Saba era a capo del monastero dell’Arcangelo Michele, quando, in sogno, di notte, gli apparve un uomo splendente e bello non solo nel volto, ma anche nel modo decoroso di vestire, il quale gli disse queste cose: “Svegliati, indossa la tua corazza e ingaggia una lotta contro la moltitudine che si appresta a devastare questa terra.” Si svegliò e capì che lo stormo di cavallette, nel sogno, era stato paragonato a una moltitudine di persone, definizione quanto mai appropriata, perché le cavallette, proprio come un popolo nemico, devastano qualsiasi regione raggiungano».

La reazione del Santo fu di radunare i monaci e di inviarli nei luoghi colpiti da tale calamità, nella regione del Mercurio, affinché debellassero le schiere delle cavallette con la sola forza della preghiera, la quale risultò essere efficace, ma ahimè, a danno di Aieta, dove tutte le cavallette sembravano essersi date convegno:

Il racconto continua così:

«Immediatamente, le schiere di cavallette, percosse come da una frusta dalla voce di Saba, furono volte in fuga e si spostarono nel territorio di Aieta, poiché la volontà di Dio aveva fatto in modo che tutti vedessero che era Suo desiderio distogliere dai peccati gli abitanti della regione. Quelli, in seguito alla diffusione della notizia, vennero a sapere del miracolo e si precipitarono da lui, pregando, tra le lacrime, affinché li liberasse con le sue preghiere dal terribile flagello. Saba non riuscì a sopportare che quelli fossero in preda a un’indicibile sofferenza e, desiderando sottrarsi alle lusinghe della gloria effimera, non accettò di andare nella loro terra, ma convocò i santi uomini insieme a un’adunanza di Siracusani»4.

In realtà, ottenuta la conversione degli aietani dell’epoca, le cavallette, grazie all’intervento orante del santo, in sinergia con la preghiera dei monaci inviati, ottenne l’autodistruzione del flagello, che finì subissato nei flutti del mare.

Il tempo a noi assegnato non ci consente di andare oltre, ma vogliamo concludere invitando tutti a non lasciarsi fuorviare dal tono agiografico e sovente miracolistico di testi simili, ma a cercarvi l’essenziale.

San Nilo

San Nilo

3) Attualità e importanza del monachesimo italo-greco

Infatti, al di là delle modalità narrative di ciò che ci resta nelle vite dei santi che ci interessano, occorre badare a quella che abbiamo indicato come una delle risorse fondamentali del monachesimo in genere e di quello italo-greco in particolare: il doppio, intenso e inscindibile legame: 1) a Dio e alle sue Scritture, da cui tutto muove (inclusi molti episodi dei bioi) e 2) ai poveri che ne sono stati e ne restano ancora come il suo sacramento visibile sulla terra.

Ma che cosa può portare a tutto ciò se non la contemplazione del mistero, riscoperto e realizzato grazie alla magia insuperabile che Cristo ha esercitato e continua ad esercitare? La ritroviamo nel linguaggio suggestivo del Bios di Cristoforo e Macario:

«Nei diversi secoli e tempi, avvicendandosi varie generazioni di uomini, piacque a Dio sempre che individui illustri che lo servirono sempre con lealtà per mezzo delle opere della virtù e con il loro modo santo di vivere si distinguessero nel mondo, lo indirizzassero e fossero di esempio. I primi, certamente, furono i cori dei martiri del nostro Salvatore Gesù Cristo, che, imitando la sua santa e salvifica Passione, non esitarono ad andare incontro alla morte, volgendo gli occhi alla beata ed eterna felicità. Successivamente, seguirono il loro esempio le moltitudini dei santi che affrontarono persecuzioni, pericoli e sofferenze e lasciarono numerose testimonianze della loro forza e del loro valore nelle sofferenze per Cristo e nel suo amore, anche attraverso il martirio della loro volontà, cosa che è di gran lunga più faticosa e duratura. Ogni giorno si mostrarono come immolati, infatti leggiamo: “Poiché per te siamo uccisi ogni giorno”. Questi, con un simile modo di vivere, guidarono e illuminarono gli uomini e sembrò che fossero simili a lampade viventi, perché moltissimi, grazie all’ardore del loro ministero, alla pietà e alla virtù dell’azione devota, si avvicinarono alle dimore divine»(5).

Nel testo riaffiora la motivazione più vera del cammino del mistico come del monaco, che spesso coincidono nella stessa persona: l’avvicinamento alle “dimore divine” e cioè il richiamo irresistibile del cielo.

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Ma in questo richiamo la terra non è disprezzata, né sono sottovalutati gli uomini che ci vivono. Al contrario, l’una e gli altri sono sublimati dalla contemplazione della preghiera. È proprio questa che dà alimento, spessore e forza alla prassi, quella abituale necessaria a vivere nelle asprezze naturali e quella di natura sociale. Occorre sempre tenerlo presente, per entrare in una spiritualità che perviene alla mirabile armonia di tenacia e flessibilità, e di esigente eppure benevola misericordia. È una spiritualità che non rifugge asprezze e contrarietà, che nella nostra terra sono presenti sia nella conformazione oro-geografica del territorio, sia nel carattere dei suoi abitanti. E nonostante ciò, tale conformazione “aspra e selvaggia” (C. Pavese) è concausa di una spiritualità che non si tira indietro né si arrende. Anzi successivamente, con un altro grande mistico e “visionario”, capace di intravedere in pieno medioevo un nuovo sviluppo della storia, l’abate Gioacchino da Fiore, arriva a sognare l’insperato e tenta di forzarne l’avvio già in questo mondo.

Ma tutto questo traccia anche un percorso, che sarà quello poi ripreso da San Francesco di Paola(6). Deve essere sempre presente, anche oggi, in quanti non si rassegnano all’asprezza, al limite e alla marginalità, ma ne fanno – ne dobbiamo fare – gli strumenti di una tipicità, difficile eppure benedetta.

Dobbiamo amare, custodire e valorizzare questa nostra realtà, la sua memoria storica e la sua perenne attualità. La nostra realtà, che offre profondità di cielo nei suoi panorami incantati e offre storie di santi noti e nascosti, nell’asperità di una terra solitaria e abbandonata, ma non ulteriormente da abbandonare.

Don Giovanni Mazzillo

Intervento al Congresso di Studi su “La Civiltà Bizantina nel Mezzogiorno d’Italia” (29-30/09/2016)

Note

1 Cf. COMMISSIO THEOLOGICA INTERNATIONALIS, Themata selecta de ecclesiologia occasione XX anniversari conclusionis concilii oecumenici Vaticani II, 7.10.1985, EV 9, 1696.

2 «Discorso a Diogneto», in G. CORTI (a cura di), I Padri apostolici, Città Nuova, Roma 1966, 364-365.

4 Molto probabilmente si tratta di un monastero di Scalea, detto “dei Siracusani”, provenienti dalla Sicilia.

5 «Vita e fatti dei nostri Santi Padri Cristoforo e Macario, I», traduzione Dr. Rossella Tirone, in fase di pubblicazione.

6 Cf. G. MAZZILLO, «Francesco di Paola: sulle tracce di Cristo alla ricerca dell’uomo» (Praia a Mare, 6-08-16),

in http://www.puntopace.net/Mazzillo/FrancescoDaPaolaForesta6-8-2016.pdf

 

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