Grande guerra, i fessi crepano al fronte, gli imboscati se la spassano

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La questione delle licenze si collegava direttamente a quella degli esoneri: sui criteri con i quali venivano concessi infuriò negli anni di guerra una violenta polemica, sia tra i soldati, sia negli ambienti politici.

Insieme all’accusa di non dare sufficienti mezzi di sussistenza alle famiglie, quella della parzialità nella concessione degli esoneri fu infatti uno dei principali motivi di risentimento nei confronti del governo.

«Causa non ultima di turbamento dell’animo dei soldati – rilevò anche la CI – era ritenuto il fenomeno dell’imboscamento, essendo diffusa tra la truppa l’opinione che i “signori” non facessero la guerra, alla quale si mandavano soltanto i proletari, e che solo gli operai e i contadini fornissero soldati alla fanteria».(150)  

L’opinione della truppa era fondata: mentre tre quarti dei soldati erano al fronte, l’esercito operante assorbiva meno della metà degli ufficiali esistenti; i restanti erano impiegati nei servizi, presso i ministeri, e nelle fabbriche sottoposte alla Mobilitazione industriale.(151)

Il fenomeno aveva determinato più di un indignato intervento sia sulla stampa che alla Camera,(152) cosicché infine, sospinto dalla pressione dell’opinione pubblica, nel giugno 1917, e successivamente nell’ottobre, il ministro della Guerra, generale Giardino, aveva inviato due circolari a tutti i comandi di corpo d’armata territoriali e ai direttori generali del ministero della Guerra affinchè vigilassero contro l’imboscamento. (153) Ma la situazione non aveva subito modifiche; di modo che, nel grave stato di tensione prodottosi dopo Caporetto sia al fronte che nel paese, era stato questa volta Nitti, nuovo ministro del Tesoro, ma figura politica apparsa subito come emergente in ogni settore, a preoccuparsi insistentemente del problema. «Una delle cause più amare e profonde del furore degli umili contro la guerra, specie nelle campagne – si legge in un appunto del 10 novembre 1917, conservato tra le sue carte -, è l’ingiustizia. Imboscati legali – sindaci, conciliatori, ecc. – ed imboscati illegali che tendono a moltiplicare i propri guadagni, vertiginosamente. Falsi insostituibili di false aziende. Licenze agricole a falsi agricoltori. Esoneri agricoli scandalosi. Riforme più scandalose ancora. Tutto ciò ha formato uno stato d’animo morboso che potrebbe produrre esplosioni più gravi di quelle che può produrre il difetto di grano. Sentire i contadini! ».(154)

Numerosissime erano infatti le lettere nelle quali i soldati denunciavano la palese ingiustizia di cui erano vittime: «Qui alla fronte ci sono solo il povero operaio e quei vili signori sono tutti imboscati, ed è una guerra di odio ma una guerra di distruggimento di umanità; perché il ricco si vedeva schiacciato dalla povertà e così ci ammazzano tutti poveri figli innocenti di quei vili italiani». «Bisognerebbe andare a casa e mandare i signori che facciano loro la guerra, invece tocca a noi e loro fanno il prestito nazionale».(155) Oltre a rischiare la vita, i soldati andando via da casa lasciavano senza aiuti le loro famiglie; così la rabbia per le parzialità riguardo agli esoneri si sommava a quella suscitata dalle condizioni in cui il governo teneva i parenti dei richiamati: «II signore guadagna e può spendere e pagando trova tutto ciò che vuole e noi oltre a battersi per loro bisogna vedere le nostre famiglie morir di fame. Questo è il nostro governo che permette, e per di più coi lauti sussidi che passa alle famiglie dei richiamati».(156)

Il risentimento dei combattenti era rivolto dunque contro quelle classi abbienti – i «signori», gli «interventisti», gli «studenti», i «ministri», i «profittatori» – che si erano «imboscati» negli uffici, nelle fabbriche, nelle retrovie, facendosi riformare, inventando malattie che medici compiacenti avevano riconosciuto come effettive; non erano i «veri» operai, che lavoravano nelle fabbriche militarizzate, l’oggetto dell’odio dei «fanti-contadini», come invece sostennero con molta enfasi a partire da metà 1917 alcune correnti politiche dell’interventismo. (157)

 Le prime licenze – durante le quali ai soldati, che avevano ancora negli occhi l’orrore del fronte, si erano presentate città piene di «giovanotti e signorine», che chiacchieravano ai caffè e passeggiavano per le strade – erano servite a convincerli che a combattere e a morire «per la patria» erano i «poveri», mentre i «ricchi» si divertivano nelle città.(158)

Dall’esame della corrispondenza censurata e delle fonti coeve sullo sprito pubblico, non risulta dunque che in Italia esistessero forme di avversione e rancore nei confronti degli operai militarizzati da parte dei combattenti contadini. Ovviamente, come per altre espressioni riprese interamente dalla propaganda e dalla retorica di guerra, si può trovare qualche traccia di tali sentimenti in alcune lettere; ma il fatto è estremamente raro. Al contrario, se la guerra operò una trasformazione dei rapporti tra città e campagna – trasformazione non duratura, ma effettivamente verificatasi in quegli anni -, tale processo avvenne nel senso di determinare una qualche osmosi tra popolazioni di regioni, abitudini e cultura diverse, e tra soldati contadini e cittadini; il comune sentimento che li unì fu la paura della morte e l’odio: verso la guerra, verso i comandanti, verso gli imboscati, verso il governo.(159)

Di  Giovanna Procacci

Fonte: SOLDATI E PRIGIONIERI ITALIANI NELLA GRANDE GUERRA, di G. Procacci, Bollati Boringhieri

Un bel libro, utile per capire il dramma della Grande guerra

NELLA FOTO:  Attilio Di Leone ( il terzo da dx) nel 1937 in Africa durante la  Seconda guerra mondiale

Note

150 – CI, p. 370 (cfr. anche le pp. 401-15, 421). La questione dell’«imboscamento» all’interno del paese era stata posta fin dai primi mesi di guerra, e ne era stato coinvolto anche il re: «Maggiore impressione, e certo non favorevole, desta il fatto dei soldati feriti, anche per la seconda volta, che vengono rimandati al fronte – si legge in una nota inviata all’aiutante di campo del re nel febbraio 1916 – […]. È indubitato che negli ospedali della sanità vi è un grandissimo numero di soldati che non fanno proprio niente, che nella maggior parte non sono affatto inabili ai servizi di guerra…» (nota inviata da Gino Incontri all’aiutante di campo del re, il 25 febbraio 1916, in UPAC,b. 280, f. 598).

151 – Rochat, L’esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini cit., p. 25. Mentre furono abbastanza numerosi gli esoneri nell’industria, gli esoneri per compiere lavori campestri furono in Italia assai ridotti; solo nel 1918, per ovviare alle necessità dell’agricoltura, e prevenire sommosse contadine, il governo ne fece un più largo uso, insieme a quello delle licenze. In generale sulla legislazione riguardante gli esoneri: A. De Stefani, La legislazione economica della guerra, Bari – NewHaven 1926, pp. 20 sgg.

152 – Alla Camera gli interventi più violenti si erano verificati come di norma durante le sedute in comitato segreto: cfr. ad esempio i discorsi di N. Salomone e M. Gortani, il 28 luglio 1917, S. Monti Guarnieri, il 16 dicembre 1917 («giovani professionisti tramutati in chauffeurs di colonnelli», giornalisti ecc.), e di M. Soleri, il 17 dicembre: Comitati segreti cit., pp. 68 sg., 72,178 sg., 192; cfr. anche l’intervento di L. Gasparotto, nella seduta pubblica dèll’8 dicembre 1916 (in AAPP, p. 11382); contro la discriminazione fatta dai medici, «feroci» nei confronti dei nullatenenti e «benigni » verso i milionari, si espresse N. Colajanni (seduta del 14 giugno 1918, ìbid., p. 16925; sullo stesso tema era già intervenuto F. Maffi, il 29 giugno 1916, ìbid., pp. 10915 sg.). In un promemoria non firmato, circa il problema dell’imboscamento, e sui riflessi sullo stato d’animo dei soldati, con il timbro della Camera dei deputati, pervenuto a Orlando già nell’ottobre 1916, si avvertiva che gli  imboscati si trovavano nei comandi delle grandi unità, a cominciare dal CS, «dove pullulano legioni di ufficiali, sottofficiali e truppa […] con incarichi con arte ricercati, come per uffici informazioni, per collegamenti, addetti ad uffici vari» e soprattutto interi plotoni di scribacchini; in secondo luogo gli imboscati dovevano essere ricercati negli uffici della Sanità, della Croce rossa, negli ospedali e uffici dipendenti, dove «professionisti ed impiegati […] si sottomettono ai più umili incarichi pure d’imboscarsi»; infine «schiere di giovani fortissimi, ma i più leziosi, i più viziati, i più vani» cercavano rifugio nell’automobilismo; ma, sempre secondo il promemoria, tutti gli uffici, a cominciare dal ministero della Guerra, e dai comandi territoriali, erano «gremiti di giovani Ufficiali»; era comunque possibile trovare posti sicuri anche nella stessa zona di guerra, ai reparti del genio, nei comandi di tappa, nei comandi di stazione ecc.: il promemoria, che reca il titolo di «Appunti» è del 15 ottobre 1916, e si trova in Carte Orlando, b. 95, «Aiuti al fronte italiano». Sempre nelle Carte Orlando, b. 67, si trova un elenco, senza indicazione di provenienza né data, di «Interventisti Milanesi Imboscati»: è una lista di avvocati, giornalisti (tra cui sei del «Popolo d’Italia») ecc.

153 – Nella prima circolare il ministro insisteva sulla necessità di visite sanitarie più rigide, di revisione della composizione di molte commissioni, e di attenzione alle richieste di appalto, richieste fatte spesso per potersi sottrarre al servizio militare. Le autorità avrebbero dovuto applicare le norme con fermezza, «senza tener alcun conto delle aderenze degli interessati o di pressioni o di inframettenze che i medesimi potessero provocare» (circolare del 30 giugno 1917, in CAC, b. 7). Nell’ottobre il generale era stato ancora più esplicito: dopo aver rilevato che «molti casi di “imboscamento” vengono ancora lamentati o denunciati bene a carico di persone appartenenti alle classi più elevate ed abbienti», avvertiva essere suo assoluto intendimento non tollerare che «né il nome, né il censo, né le personali aderenze possano dar modo o di sottrarsi fraudolentemente al servizio militare, o di compierlo in quei modi e in quelle località che agli interessati siano più di gradimento» (circolare u ottobre 1917, in PC, 19.4.2). Anche Marchetti afferma che l’imboscamento negli uffici era assai diffuso (II Servizio Informazioni cit., p. 243).

154 – Carte Nitti, f. 35, 2. In un altro appunto, sempre nelle Carte Nitti, non datato, ma dello stesso periodo, si legge: «Dalle campagne d’Italia le famiglie scrivono ai soldati il loro scandalo per gli esoneri truffaldini a tutte le figliolanze delle camorre e cricche locali. Manutengoli sono i sindaci e i carabinieri, informatori. Non volete proprio, dunque, trasferire il compito delle informative ai pretori? gli esoneri dei signorotti campagnoli e borghigiani esasperano il soldato contadino e la sua famiglia. E un sabotaggio alla resistenza morale»; un’altra nota, sullo stesso tema, è del 18 novembre (ibid., i. 35, 42). Gli appunti sono di mano di Nitti, o del suo segretario, il deputato Ciraolo. Nitti si era personalmente rivolto all’allora ministro della Guerra, generale Morrone, nel gennaio 1917: «Vi sono anche attualmente figli di persone autorevoli (li cerchi, li troverà) che dal principio della guerra sono nelle grandi città. Dopo i provvedimenti da Lei presi sono stati mandati fulmineamente in zona di guerra… in Puglia. Non è stato ciò comico o umiliante? […] Il problema degli imboscati si deve risolvere. Noi chiamiamo classi anziane e disorganizziamo ogni giorno la produzione. La migliore e più conveniente utilizzazione delle classi giovani forse basterebbe a tutto […]. Dobbiamo arrivare noi alle denunzie pubbliche dei figli degli uomini politici e delle persone autorevoli?». Alla lettera, del 25 gennaio, Morrone aveva risposto il 29, con generiche rassicurazioni: Carte Nitti, f. 32, i («Documenti politici della guerra»),

155 – Molti brani di lettere censurate sono riportati, come quelli citati, nel «Notiziario» n. 5 cit.; cfr. anche infra, pp. 445, 448, lettere 4 settembre 1916, 22 settembre 1916; Numerose anche le lettere anonime su questo tema, inviate al re o al presidente del Consiglio, come la seguente: «Al fronte sono sempre gli stessi che marciscono in trincea, che sfidano la morte; a colmare i vuoti si mandano quelli che non hanno protezione (né denaro per comprarle; e che non è che non si vende in Italia?) mentre un’infinità di giovani validi strappano esenzioni scandalose o si installano comodamente negli innumerevoli Uffici militari od assimilati […]»: lettera anonima del 27 dicembre 1917, da Ausonia, in AJG, 10.17.2.3; cfr. anche le lettere pubblicate da Monteleone (Lettere al re 1914-1918, a cura di R. Monteleone, Roma 1973, pp. 137-46).

156  – «Notiziario» n. 5 cit. Talora le espressioni di rabbia e di indignazione si accompagnavano a propositi di vendetta: «[…] ora facciamo la guerra agli austriaci, ma se avrò la fortuna di ritornare a casa,-faremo la guerra cogli Italiani […]»: SMC, Varese, 15 giugno 1917, in TS, b. 174.

157 –  La tesi della contrapposizione tra contadini e operai fu invece sostenuta in particolare dai nazionalisti, che erano portavoci della posizione degli industriali – fortemente contrariati dalla politica della Mobilitazione industriale, che stava loro imponendo concessioni salariali, e decisi quindi a indurre l’opinione pubblica, e le stesse truppe combattenti, a schierarsi contro la classe operaia. Questa campagna propagandistica fu stigmatizzata poi dalla CI (CI, pp. 406, 415, 421). Negli ultimi anni il tema ha costituito un elemento di serrato dibattito storiografico. A favore della tesi della contrapposizione tra «fanti-contadini» e «operai-imboscati» si era espresso infatti Melograni nel suo volume (Storia politica della grande guerra cit., pp. 113-20, 326 sg., 358), e soprattutto in Id., Documenti sul «morale delle truppe» dopo Caporetto e considerazioni sulla propaganda socialista, in Il psi e la grande guerra, numero monografico della «Rivista storica del socialismo», 1967 [ma 1970], 32, pp. 217-25. Contro, cfr. in particolare, A. Camarda e S. Peli, L’altro esercito. La classe operaia durante la prima guerra mondiale, Milano 1980, pp. 84 sgg.

158  – «Una causa di malcontento – riferiva il commissario per l’assistenza civile di Savigliano in provincia di Cuneo nella primavera del 1918 -: numerosi operai delle fabbriche savìglianesi sono al fronte e non hanno potuto ottenere l’esonero, mentre negli stessi stabilimenti sono esonerati numerosissimi operai improvvisati, venuti da ogni parte d’Italia per imboscarsi». «I nostri soldati non mancano di fede – scriveva a sua volta il commissario di Casamassimo, Bari -. Deplorano i numerosi casi di imboscamento e le ingiustizie nella concessione delle licenze ordinarie ed agricole. I benestanti sono in gran parte esonerati e quelli ancora in servizio militare sono in distaccamento nei paesi vicini e sono veduti spesso passeggiare in paese. Si reclama giustizia, perché questi esempi abbassano il morale dei soldati»; cfr. anche i resoconti dei commissari di Porlezza (Lombardia), Rovigo, Noli (Savona), Arezzo, Frosinone: le relazioni sullo spirito pubblico dei soldati e popolazioni civili nel 1918 inviate dai commissari a Comandini, commissario generale per l’Assistenza civile e la propaganda interna, sono state pubblicate da Melograni, Documenti sul «morale delle truffe» dopo Caporetto cit., pp. 247-63, che non da tuttavia rilievo a questo tipo di dichiarazioni.

159 – Possibile invece che fosse diverso lo spirito dei combattenti francesi, data la radicata avversione della campagna francese nei confronti di Parigi: Audoin-Rouzeau, Les combattants des tmncbées cit., pp. 107-43.

 

 

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