Cervelli in fuga

 

Poletti è un incapace e abituato a non informarsi o riflettere sulle cose che dice, come peraltro ormai è consuetudine fra i piddini, e forse requisito indispensabile per far carriera nel partito — a garantire il loro liberismo. Però la questione dei “cervelli in fuga”, per come è posta dai media, a me pare solo gossip, ossia una polemica che serve a suscitare reazioni emotive e non a capire la situazione o provare a risolverla.

Perché la causa primaria non sono le raccomandazioni o la corruzione, sarebbe troppo facile; la causa primaria è la globalizzazione. Non si può davvero pensare di risparmiare comprando prodotti fabbricati, tutti, in Cina o in India, o di andare in massa in vacanza all’estero, o consumare musica, spettacoli e tecnologie sviluppate negli Stati Uniti o in Nord Europa, o appassionarsi di più alle sofferenze di popoli lontani che a quelle di altri italiani (con l’enorme vantaggio di poter chiudere quella sofferenza totalmente virtuale spegnendo lo schermo), non si può insomma rinunciare a un senso di appartenenza e alle relative, concrete e quotidiane responsabilità (incluso qualche pregiudizio) senza innescare movimenti centrifughi.

Le culture e le civiltà sono meccanismi estremamente complessi, che si fondano su un patto sociale in cui gli individui, in particolare quelli più dotati o privilegiati, rinunciano a buona parte dei vantaggi che potrebbero ottenere per condividerli con gli altri, ricevendo in cambio sicurezza e identità. Non vi interessa? Preferite una visione liberista e meritocratica del mondo, in cui i vincenti hanno tutto e i deboli o i falliti non hanno nulla? In cui i comportamenti non sono dettati dalla morale e dalle tradizioni locali bensì dal libero mercato planetario? E allora non stupitevi se i giovani inseguono il successo dove lo possono ottenere. È la legge della giungla globale.

Francesco Erspamer

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