Come mai in Italia abbiamo tanti cognomi?

Francesco Ferraro

 

La ricchezza del patrimonio cognominale italiano è attribuibile a vari fenomeni. Da un lato, il ritardo con cui si è imposta – rispetto ad altri Paesi — una lingua nazionale ha favorito processi solo parziali di regolarizzazione e standardizzazione delle forme. Ogni regione o subregione aveva il suo modo di esprimere un concetto. Dall’altro lato, l’usanza di assegnare a membri della stessa famiglia uno stesso nome distinto solo per il suffisso, e l’oggettiva ricchezza della morfologia della lingua italiana, ha garantito una pluralità di forme che ha riscontro nell’onomastica di poche altre lingue.

Un’altra ragione che giustifica la varietà delle nostre forme cognominali va individuata nella ricchezza dei nomi di battesimo italiani e nel costume di ridurne il corpo fonetico attraverso fenomeni di cui s’è detto, come l’aferesi, la sincope e l’apocope, determinando nuove serie parallele di nomi.

E perché, ci si può legittimamente chiedere, ci sono cognomi rari e cognomi frequentissimi? La domanda è solo apparentemente banale. Che cosa ha fatto la fortuna di un cognome rispetto agli altri? Ragionando in una prospettiva moderna, saremmo portati ad affermare che la prolificità delle famiglie e dunque l’ampiezza di una discendenza debba ritenersi casuale, cioè non collegata al cognome che si porta.

Tuttavia, in passato il cognome era anche il segno di uno status sociale, economico e professionale e pertanto non si può escludere che, per esempio, famiglie agiate abbiano trasmesso più facilmente il nome del casato. D’altro canto, nuclei familiari poveri potevano mettere al mondo più figli, ma cambiavano più facilmente i nomi aggiunti al primo (soprannomi, nomi di mestiere, ecc.) e perciò rendevano la discendenza meno legata a un cognome come noi lo intendiamo oggi. Di fatto, elementi di statistica, demografia  genealogia, medicina, storia del costume, economia, s’intrecciano al punto che questa strada, per quanto affascinante, ci dice solo la complessità del problema senza offrire, al momento, soluzioni definitive.

Volete comunque qualche spiegazione? Cominciamo dalla motivazione plurima. Il più diffuso cognome italiano, Rossi, ha molte origini, come vedremo tra poco; Colombo, il 7° per frequenza in Italia, è nome di battesimo ma anche soprannome simbolico, e inoltre e stato imposto a trovatelli. Proseguiamo con la polietimologia.  Corti può risalire tanto dall’aggettivo corto in chiave soprannominale, quanto più spesso a un nome di luogo, Corte;  Cabras, Falcone e Gioia possono rappresentare rispettivamente, un mestiere, un soprannome o un nome personale, oppure tre riferimenti a un luogo (rispettivamente in Sardegna, Sicilia e Puglia).

Poi c’è la diversa rilevanza statistica, storica, culturale, politica,sociale dei referenti etimologici. Nell’aspetto fisico, erano ovviamente i tratti meno comuni o quelli addirittura rari ad attirare l’attenzione e a far coniare nomignoli, con funzione distintiva o più spesso con valore ironico e denigratorio: i «rossi» erano meno frequenti dei neri o dei biondi, gli «zoppi», i «sordi» o i «muti» più rari di coloro che deambulavano, udivano o parlavano in modo normale;  i «mancini» meno numerosi dei destri.

Al contrario, i nomi di mestieri e professioni rispecchiavano l’importanza e la diffusione delle varie attività: i «fabbri» e i «ferrari» occupavano nella scala sociale un ruolo più apprezzato dei «caprari», dei «pecorari» o dei «vaccari» (pur largamente rappresentati nell’onomastica moderna). Lavoravano il ferro e dunque fabbricavano strumenti d’ogni tipo: le armi, le chiavi delle case e delle porte della città medievale. Per questo erano più portati a mantenere e a trasmettere il loro titolo professionale.

Un’altra spiegazione dell’alta o bassa frequenza di un cognome sta nel rapporto lingua-dialetti e oralità-scrittura. La voce ferraro, che appartiene ai dialetti di quasi tutta l’Italia, ha una diffusione nazionale più larga delle voce fabbro, che nel Nord-Est è divenuta spesso favaro o favero, in Sardegna frau e così via, con relativi alterati e varianti.

I cognomi derivanti da Giovanni, nonostante si tratti del nome maschile più diffuso in Italia dall’inizio del Medioevo al XVIII secolo, non occupano nessuno dei primi 250 posti nella graduatoria italiana, perché si sono frammentati nelle varie famiglie dialettali che hanno all’origine i vari Gianni, Zanni, Nanni, Ianni: Vanni, Scianni, ecc.

 

Da “Dimmi come ti chiami e ti dirò perché” di Enzo Caffarelli, Laterza

Nella foto vedete Francesco Ferraro, fratello di Erminia e zio di Isidoro Forestieri

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