Il Risorgimento tradito : la battaglia di Calatafimi. Eroismo o tradimento? Battaglia o pagliacciata?

 

 

Se il 15 maggio 1860 il generale Francesco Landi avesse calato la testa ai suoi soldati pronti all’ attacco, forse l’ epopea dei Mille sarebbe finita lì, sui fianchi sassosi di Pietralunga, nella collina del Pianto dei Romani coltivata a terrazze, a due passi dalle rovine di Segesta. Il fatto è che la vittoria piombò addosso ai garibaldini inaspettata, preceduta dalla tromba borbonica che suonava la ritirata, proprio quando meno se l’ aspettavano. I Mille non credevano alle loro orecchie, molti non capirono neanche che cosa stava succedendo, e in quegli attimi di sbigottita euforia qualcuno gridò perfino al miracolo.

Un passo indietro. Il 14 maggio, domenica, mentre Garibaldi proclamava Salemi capitale d’ Italia nel nome di Vittorio Emanuele, lo stato maggiore dell’ esercito borbonico ordinava al generale Landi, acquartierato ad Alcamo, di andare incontro agli invasori. Così Landi aveva lasciato Alcamo con le sue truppe e si era fermato nei pressi di Calatafimi per fare riposare i soldati, inviandone alcuni in ricognizione verso Salemi.

Intorno alle nove del mattino seguente, i due schieramenti, separati da una vallata, si guardarono in faccia per la prima volta. Il maggiore Michele Sforza, che comandava una delle tre colonne, aveva 800 uomini con due cannoni e quaranta cavalleggeri. Da lontano esaminò gli avversari: non portavano divisa, sembravano galeotti, combattenti da strapazzo. Stessa impressione ne ricavò Landi, al quale, quando vide apparire i garibaldini sulla testa delle colline di fronte, venne in mente di fare compiere alle sue truppe dei movimenti in ordine chiuso: escamotage psicologico per impressionare il nemico.

Dopo uno scambio di messaggi sonori, Garibaldi ordinò di issare il tricolore e impartì gli ordini di battaglia ai suoi uomini schierati alla bersagliera: niente fuoco a distanza, il fucile è solo l’ impugnatura della baionetta, per vincere in guerra l’ importante è volerlo e via dicendo. Così senza rispondere agli spari, le camicie rosse risalirono la collina coltivata a terrazze, inseguendo il nemico. A ogni sbalzo riprendeva la lotta a colpi di schioppi e di pietre.

Garibaldi combatteva in prima linea, con la sciabola sfoderata, e nel frattempo incitava i suoi. Un volontario, Daniele Piccinini, lo coprì col suo mantello per nascondere la camicia rossa che attirava le fucilate. E un altro, Augusto Elia, gli si mise davanti quando si accorse che un soldato borbonico lo stava prendendo di mira, e fu ferito gravemente. Del resto i fucili dei cacciatori napoletani dell’ ottavo reggimento coprivano una distanza di mille passi e quelli dei garibaldini trecento. In ogni caso, più che di uno scontro ordinato si trattò di un’ orgia di attacchi e contrattacchi isolati. Un polverone fatto di estenuanti corpo a corpo, senza uno straccio di logica e di strategia, uno scontro senza né capo né coda.

La confusione fu tale che a un certo punto perfino l’impavido Bixio, con l’ uniforme da colonnello piemontese tutta coperta di polvere, suggerì a Garibaldi di ordinare la ritirata. Ma pare che l’ eroe tuonò: «Qui si fa l’ Italia o si muore». Comunque i Mille riuscirono a spezzare la prima linea del nemico e continuarono a procedere in avanti. Garibaldi, a piedi, rifiutò di salire sul cavallo del colonnello.

Man mano che le sue truppe avanzavano, con la lingua di fuori e le gambe di ricotta, quelle regie salivano più in alto. Si andò avanti così per un po’ . Certo i borboni, che dall’alto cominciarono a far rotolare massi e pietre, non si aspettavano una resistenza tanto rabbiosa. Ma le file delle camicie rosse, stremate e senza più cartucce, si muovevano a casaccio. E, nonostante fossero state infittite da un nugolo di volontari attardatisi nelle retroguardie, i napoletani erano comunque numericamente superiori. Ed erano proprio sul punto di schiacciare definitivamente il nemico, sulla cima del colle, quando accadde l’ incredibile: i soldati del Re abbandonarono in fretta le loro posizioni e s’ incamminarono verso Palermo, lasciando sul campo trenta morti e 150 feriti.

Nel caos uno di loro domandò in dialetto al suo comandante se avessero vinto oppure perso. E addirittura il maggiore Sforza credeva che Garibaldi fosse morto (l’ aveva scambiato per Schiaffino, biondo come lui). Ma Garibaldi era vivo e vegeto. Abbattuto soltanto dal fatto di dovere contare 32 caduti, i migliori, un mucchio di feriti (tra cui Menotti, colpito a una mano, e Bandi, che addirittura venne dato per morto tanto era sfigurato in volto) e una decina di morti e una quarantina di sfregiati tra i picciotti.

I borbonici rientrarono a Calatafimi. Landi decise di abbandonare la posizione, anche perché aveva ricevuto da Palermo l’ ordine di rientrare, terrorizzato dalla partecipazione del popolo: numerose bande si erano via via accumulate nei dintorni del luogo della battaglia, tutta gente di montagna con le facce da sgherri, abili a stare in sella, con lo schioppo di traverso sulle spalle e pugnali e rivoltelle nella cintura dei pantaloni. Insomma, l’ Italia si fece ma la domanda rimane:

perché un esercito ben addestrato se la svignò a gambe levate davanti a dei giovanotti stanchi morti e male armati? E il vecchio Landi, 67 anni, che il magnanimo Re Franceschiello aveva lasciato in servizio nonostante fosse in età da pensione: fu un traditore o era solo un fifone e un incapace?

Alcuni propendono per la seconda: l’ ufficiale borbonico era un vigliacco, e Garibaldi un eroe: capace di capovolgere da solo una situazione disperata. Sarebbe stata infatti la sua voce a risuscitare le forze spente di quei ragazzi. Non solo: l’ ufficiale napoletano era pieno d’ acciacchi, tanto che per battere qualche decina di chilometri aveva impiegato sei giorni e per di più era arrivato in carrozza sul luogo del combattimento (durato in tutto poco più di quattro ore). Inoltre sarebbe stato proprio lui a demoralizzare le truppe regie, offrendo un pessimo esempio ai suoi soldati.

Addirittura, a quanti protestarono chiedendo a gran voce di combattere, Landi avrebbe risposto minacciando di fucilarli a uno a uno. E in ogni caso, pare che il generale napoletano fosse rimasto a corto di munizioni perché non aveva messo nel conto una difesa tanto accanita da parte di quegli “straccioni”, “carognoni” e “malandrini”.

Resta il fatto che all’ indomani dei fatti di Calatafimi una commissione militare ne dispose la degradazione e la collocazione a riposo: così Landi venne confinato a Ischia in attesa di un processo che con il crollo del regno di Francesco II non fu mai celebrato.

Altri insistono invece sulla storia del tradimento. Perché nel marzo dell’ anno successivo, dunque a cose fatte, ad annessione avvenuta, il generale si presentò al Banco di Napoli per riscuotere una polizza di 14 mila ducati: tanto sarebbe costata la ritirata ordinata a Calatafimi. Ma: colpo di scena (e per Landi non solo di scena). All’ atto di incamerare il “bottino” – la notizia venne riportata anche dalla rivista dei Gesuiti “La Civiltà Cattolica” e dal giornale “Il Cattolico” di Genova – un impiegato della filiale del Banco si accorse che la cedola era sfacciatamente falsa. Nel senso che di ducati ne valeva 14 e non 14 mila. Una miseria. Che all’ anziano ufficiale costò il brutto ictus che lo portò alla morte. Anche se prima di andarsene imprecando contro “quel ladro di Garibaldi”, il generale fece in tempo a lavarsi lo stomaco confessando di avere ricevuto il titolo dall’ Eroe dei Due Mondi in persona. La rivelazione fu poi smentita da un figlio di Landi, Michele, che scrisse a Garibaldi e, naturalmente, fu smentita dallo stesso Garibaldi.

 

SALVATORE FALZONE

Fonte: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/05/15/la-battaglia-di-calatafimi.html

 

Foto RETE

 

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