BASILIANI (Prima parte)

SCALEA – Chiesa di San Nicola dei greci

L’espressione ordo sancti Basilii indica convenzionalmente le comunità monastiche italo-greche dell’Italia meridionale e della Sicilia e pare derivi da un inciso dell’ultimo cap. della Regola di s. Benedetto relativo alla “Regula sancti Patris nostri Basilii” (SC, CLXXXII, 1972, p. 672). È peraltro a partire dall’età di Innocenzo III (1198-1216) che essa compare con frequenza crescente nei documenti, in specie nelle bolle pontificie, tanto da far ipotizzare che si tratti di una denominazione creata dalla curia romana per i monasteri di rito greco dell’Italia meridionale e della Sicilia (Enzensberger, 1973). Ma in ogni caso, anche se la definizione è tarda, il monachesimo italo-greco ha origini ben più antiche. Per il periodo fra la prima e la seconda conquista bizantina dell’Italia meridionale si hanno scarse informazioni sulle fondazioni monastiche italo-greche.

Appare meglio documentata la situazione nella Sicilia nordorientale a partire soprattutto dalla metà del sec. 7°; il monaco greco Zosimo, per es., egumeno del monastero di S. Lucia a Siracusa, divenne vescovo della città (642-649), riproponendo in tal modo la figura del monaco-vescovo peculiare dell’Oriente cristiano. È in questo periodo che si registra inoltre, a causa delle invasioni persiana e araba, un’intensa immigrazione di siropalestinesi ed egiziani, fra cui Massimo il Confessore al tempo del suddetto Zosimo. Anche durante il periodo arabo la situazione appare solo di poco meglio documentata in quest’area, dove era prevalente la popolazione greco-cristiana (Falkenhausen, 1983); ma di questa prima fase del monachesimo bizantino in Sicilia non rimangono – a quanto risulta – testimonianze artistiche.

A seguito delle invasioni arabe della Sicilia, nel sec. 9° e soprattutto nel 10°, si registra un movimento migratorio di monaci italo-greci dalla Sicilia verso la Calabria e la Lucania e i Bíoi, le vite di questi santi monaci, siciliani e calabresi soprattutto, forniscono preziose notizie sia sul piano storicosociale – si pensi alla vita di s. Nilo di Rossano (Falkenhausen, 1986) – sia sui modelli di vita monastica attestati in quest’area. L’età d’oro, a tutti i livelli, del monachesimo italo-greco si pone dunque fra i secc. 9° e 10°, in sincronia con la c.d. seconda colonizzazione greca dell’Italia meridionale, almeno per quanto riguarda Calabria e Lucania, mentre per ciò che riguarda la Sicilia araba le notizie sono più rare. Diversa è la situazione in campo monumentale, dove le testimonianze artistiche più significative sono da mettere in relazione ai Normanni, i quali, per motivi anche di politica religiosa, non solo non latinizzarono le fondazioni monastiche bizantine – la c.d. Rekatholisierung infatti interessò le sedi vescovili -, ma promossero al contrario la fondazione di quelli che sono considerati i monasteri italo-greci più importanti dell’Italia meridionale e della Sicilia.

ORSOMARSO – Eremo di San Nilo

Per il periodo fra i secc. 9° e 11°, dunque, si hanno numerose notizie sulle fondazioni monastiche bizantine dell’Italia meridionale – a eccezione della Puglia – ma, ancora una volta, le testimonianze artistiche relative alla loro ubicazione, dedicazione e committenza sono assai scarse. È noto, per es., che all’attività di s. Fantino (m. a Tessalonica verso il Mille), maestro di s. Nilo di Rossano ed egumeno di un monastero del Mercurion, si lega la fondazione di numerosi monasteri (Follieri, 1969). Non è dunque casuale che l’immagine più antica del santo monaco (sec. 11°) sia stata recentemente individuata in un piccolo edificio di culto a Scalea in Calabria, forse dedicato a s. Nicola, che rappresentava lo sbocco sul mare del Mercurion (Falla Castelfranchi, 1985; 1989). Alcuni dei monasteri ricordati in queste vite costituirono inoltre il nucleo di quelli ricostruiti su ben più vasta scala fra i secc. 11° e 12° e in parte ancora esistenti, come per es. l’euktípion dei Ss. Adriano e Natalia presso San Demetrio Corone, dove si stabilirono s. Nilo e s. Vitale da Castronuovo. Sicuramente essi ebbero modeste dimensioni, a giudicare dalla loro connotazione nelle fonti, e spesso gli stessi monaci ne furono i costruttori. Ciò è confermato, del resto, dai rari esempi di edilizia religiosa superstiti in Calabria, soprattutto del sec. 10°: la chiesa di S. Marco a Rossano, con cupola, quella analoga presso San Luca, oggi in gran parte distrutta, e gli edifici a pianta basilicale di S. Giovannello a Gerace e di S. Nicola (già ‘dello Spedale’) a Scalea, tutti edifici di modeste dimensioni.

ORSOMARSO – Chiesa di Santa Maria di Mircuro

In Calabria vanno anche ricordati il monastero fondato dal siciliano s. Luca di Demenna (m. nel 975) e quello dei Ss. Elia e Anastasio di Carbone, noto anche per il suo attivo scriptorium. In Sicilia, per il periodo prenormanno è celebre il monastero di S. Filippo di Agira presso Enna (Borsari, 1988), ricordato in testi agiografici del sec. 10°, dove iniziarono la loro vita ascetica alcuni santi monaci dell’Italia meridionale: Cristoforo da Collesano e i suoi figli, Saba e Macario, Luca di Demenna e Vitale da Castronuovo (Da Costa-Louillet, 1959-1960).Come il monachesimo bizantino, anche quello italo-greco conobbe ogni tipo di esperienza monastica, illuminato in questa sua complessa realtà dalle vite dei santi (Pertusi, 1974; Morini, 1977).Una significativa analogia con il mondo orientale in relazione alle grotte esicastiche dell’Italia meridionale si coglie nell’ideologia della grotta – quale emerge dalle opere di Gregorio di Nissa (Daniélou, 1964) -, che ritorna in alcune vite di santi italo-greci (Continua)

Fonte: /www.treccani.it/

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