ORSOMARSO ed il suo diletto: CIMURRO, CUCCONE, CURRIA, CHIANGA

 

Vocaboli del nostro dialetto che derivano dal greco

 

Cimúrro

Forte raffreddore.

 

Il termine è usato in tono scherzoso, essendo il “ciamurro” proprio dei cavalli.

Da chamái (a terra) + reo (scorro).

Si deve notare, però, che il vocabolo è comune a molti dialetti e lingue indoeuropee: italiano “cimurro”, francese antico “chamoire” ecc.

 

Curria

Cinghia

Da cata (intorno) reo (scorro)

 

Cuccone

Il punto in cui il femore si unisce all’osso sacro.

 

Da (cochóne) perineo.

 

Chianga

Macelleria, beccheria.

 

Da una forma popolare (fálanga) derivata, a sua volta, dal termine classico (falangs) che indicava un pezzo di legno rotondo. Il significato dialettale è venuto, certamente, dall’uso di spezzare la carne su un grosso tronco di quercia.

Nei tempi passati, a Sant’Arcangelo, come del resto, in tutti i paesi dell’Italia meridionale, I’uso della carne era quasi un lusso; le macellerie erano piuttosto rare e la carne si mangiava quasi  solo nei giorni di festa, fornita, anche in queste occasioni, più, dai pollai delle singole famiglie che dalle beccherie pubbliche. La carne più comune era quella di pecora e di capra. La capra, macellata dinanzi allo stesso negozio, veniva distesa, pancia all’aria, sulla schiena. Il macellaio praticava un foro su una zampa e vi infilava una cannuccia nella quale prendeva a soffiare a pieni polmoni. Quando l’animale era ben gonfio, l’operatore cominciava a batterlo forte, con una verga, sul ventre rigonfio, per far staccare la pelle dalle membra; poi, appeso l’animale ad un gancio, cominciava a scorticarlo aiutandosi soprattutto con il gomito e con il pugno chiuso.

E, finalmente, l’animale, così preparato, era pronto, e, perché tutti potessero vedere che c’era carne da vendere, restava appeso, all’aperto, dinanzi alla porta della bottega.

Si vendeva anche il sangue dell’animale macellato. Molti anziani, certamente, ricordano ancora, a Sant’Arcangelo, i piattini di terracotta grezza esposti in lunga fila sul muretto della Piazza di Marrocco: c’era dentro il sangue dell’animale ucciso, molto richiesto perché venduto a prezzi popolari; serviva a preparare un tipico piatto della cucina dei poveri, “u sanghiciddo il sangue coagulato, tagliato a pezzi veniva prima bollito e poi soffritto in olio con molta cipolla.

La carne si dava, ai rari avventori, non avvolta nella carta, ma infilata a uno stelo di ginestra; così, mentre si portava via, bisognava stare attenti ai tanti cani randagi che, spesso, seguivano l’avventore, passo passo, fino a casa.

 

Molti detti popolari sono nati riguardanti la “chianga” ove si vendeva una delle cose più desiderate dai poveri che solo raramente potevano averla.

 

Ecco alcuni proverbi:

 

U cane d’a chianga

muorte di fame e lurde di sanghe

 

per indicare una persona che di date cose o situazioni ha solo gli svantaggi e nessun profitto.

 

Chi vo’ sanghe

jess’ alla chianghe

 

cioè ogni cosa si trova al suo posto.

E questa è una canzonetta popolare in cui si sente, in un tono di triste ironia, tutta la tristezza della povertà: viene Natale, dice il povero sorridendo amaramente, chi ha terre al sole è tranquillo, chi ha possibilità di comprare il capretto può pensare a piatti succulenti, ma io la carne l’ho vista solo al macello, meglio se non venisse un Natale così triste!

 

Vene Natale cu le bone feste

chi tene la massaria ca li reste

e chi s’accatt’a carne ca l’arrusta!

Pover’a mme c’alla chianghe l’agghjiu vista

Non vinesse nu Natale com’a quiste!

 

Solo raramente, quando qualche animale cadeva ed era, ormai, inutilizzabile nei lavori d’aratura, si mangiava carne vaccina a basso prezzo. I poveri mangiavano anche la carne di animali uccisi quando il padrone si accorgeva che stavano per morire, e persino la carne di animali appena morti per cause naturali; questa carne si chiamava “mesa” e si cucinava con molti peperoni, peperoncini e cipolla, per non sentire il naturale odore cattivo.

C’è da notare, però, che in tutte le case, a meno che non fossero veramente nella miseria più completa e a meno che non ci fosse un lutto recente, durante l’inverno si uccideva il maiale che, oltre a permettere alcuni giorni di festosa abbondanza, forniva carne e condimento a tutta la famiglia per l’anno intero.

 

Tutto il materiale che trovate in questa “categoria” è frutto del lavoro e dell’intelligenza di don Luigi Branco, un prete di Sant’Arcangelo di Lucania.

Io mi sono limitato a prendere quanto serve a spiegare l’origine greca di alcuni vocaboli del dialetto orsomarsese.

A don Luigi ed ai giovani che l’aiutano nel suo lavoro tutta la mia gratitudine.

Nota: le parole greche sono scritte in caratteri latini.

 (Continua)

 

Nella foto vedete (da sx) Isidoro Forestieri, Michele Laurito, prof Sortino, Cosma Di Leone, Ciriaco Regina; seguono   Gregorio  De Paola,  Vincenzo Bloise,  Giovanni Carlomagno e Angelo Di Leone 

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