Trump, Macron e i ricchi.

 

Wall Street è euforica perché il miliardario Trump abbasserà le tasse alle multinazionali (incluse le sue) dal 35% al 15%, così neanche dovranno fare lo sforzo di spostare le sedi nei paradisi fiscali; regalando trilioni (ossia migliaia di miliardi) ai ricchi e ai loro eredi (parole del New York Times), ai danni dei poveri, dei bisognosi, dei deboli, e dell’intera classe media. La borsa di Parigi è euforica perché il banchiere Macron farà anche lui favori ai ricchi e alle grandi imprese. I liberisti sanno esattamente quello che vogliono, lottano con ogni mezzo (incluse menzogne, ricatti, bluff e violenza) per ottenerlo e appena ne hanno la possibilità si prendono tutto.


La sinistra, invece, ha rinunciato non solo alla violenza ma anche alla lotta e alla politica; quando per caso rischia di trovarsi in una posizione di conflitto o di forza, rinuncia subito a trarne vantaggio. Ormai in effetti si limita a reagire alle sollecitazioni mediatiche, senza un piano, senza un’ideologia, senza neppure una chiara coscienza dei propri interessi reali e di quelli dei lavoratori e del popolo che dovrebbe rappresentare.

Se le dicono che Le Pen o Salvini o anche Grillo sono una minaccia, si mobilita in nome di un antifascismo datato, confuso e che fa comodo soprattutto al neocapitalismo; in altre parole, invece di stare a guardare lo scontro fra la destra sociale e la destra liberista per poi approfittare delle loro divisioni e contraddizioni, interviene a favore dei miliardari, li aiuta a superare le crisi. In parte perché guidata da dirigenti che anch’essi come unici valori hanno la crescita economica e della borsa, la meritocrazia (che è cosa ben diversa dal merito), la visibilità. Ma in parte perché ha rinunciato alla politica e alla morale (che sono sempre locali e concrete, fondate su reali rapporti sociali) in cambio di deliri universalistici che servono soltanto a giustificare la peggiore globalizzazione, la più oscena ineguaglianza economica, il saccheggio delle risorse naturali, l’omogeneizzazione culturale.

Francesco Erspamer

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