MORALE? Bisogna essere «buoni» e non «cattivi» … Semplice no. Invece …

Della «morale» tutti conservano dall’infanzia una concezione più o meno precisa, ma che si può riassumere così: ci sono cose che si devono o non si devono fare, perché «è bene» o «è male», e bisogna essere « buoni » e non « cattivi »…

Effettivamente, la morale è sempre un insieme di regole, di comandamenti e di divieti che ognuno deve rispettare. Essa formula dei doveri. In base a tali regole, ciascuno giudica l’agire degli altri e i propri atti. Queste regole non sono votate o decise come leggi giuridiche; certo, possono essere scritte per aiutare l’educazione morale, ma il loro rispetto non è di competenza dei tribunali: è la coscienza individuale che si presume guidi la condotta e il giudizio di ciascuno. Tutto questo sembra semplice: bisogna fare il bene ed evitare il male. In realtà, ancora una volta le cose sono molto più complicate, non appena ci si riflette…

Intanto, cosa si intende per « bene »? Non è una cosa di per sé evidente, perché questa nozione cambia nel corso dei secoli e secondo le società o le circostanze, perfino per quanto concerne la regola morale più chiara: «non uccidere». Nell’antichità, per esempio, uccidere a sangue freddo poteva passare per una virtù virile e civile; perfino oggi, alcuni ritengono che uccidere in guerra non è immorale; tutti ritengono anche che uccidere cessa di essere immorale se si tratta di difendere la propria vita o quella di qualcun altro («legittima difesa»); infine si giudicano in modo diverso il delitto d’interesse, premeditato, e il delitto passionale, impulsivo. Come si vede, non basta dire «non uccidere » per giudicare.

Questo vale per tutte le regole morali. Per esempio, se tutti sono d’accordo nel ritenere che rubare non è morale, chiunque applaude Robin Hood nel momento in cui rapina i ricchi affinchè i poveri abbiano da mangiare. Ognuno condanna anche il principio della menzogna, ma loda la virtù del funzionario che, sotto l’occupazione nazista, ingannava i suoi superiori per opporsi al genocidio passando informazioni ai partigiani.

Così, se la moralità riguarda princìpi e divieti, riguarda anche il giudizio in coscienza. Il problema è che, se si ammette che la morale dipende dal giudizio di ciascuno, allora è possibile ogni malafede, e alla fine si corre il rischio che sia tutto permesso. A quel punto, non ci sarebbe più davvero una morale. Occorre dunque intendersi bene sui principi generali, anche se la moralità pertiene alla coscienza personale.

Quali criteri si potrebbero ammettere per definire il «bene» e il «male»? A prima vista, si direbbe che ognuno senta in se stesso ciò che si collega a quei principi. D’altra parte, non abbiamo in alcune circostanze una cattiva coscienza? E altre volte non sentiamo una certa intima felicità legata alla convinzione di aver agito bene?

II problema, ancora una volta, è che allora non si capirebbe perché ci sia bisogno di formulare, insegnare, apprendere i principi morali, se questi fossero innati. In più, non si capirebbe perché le morali differiscano tanto nelle varie epoche e da una cultura all’altra. Infine, non si vede perché sarebbero possibili le condotte immorali, e ancor meno come si potrebbe convincere l’immorale a diventare morale.

È senza dubbio per questo che le morali tradizionali (quelle religiose, per esempio) hanno tradotto il bisogno di dare alla morale un fondamento (Dio), criteri (la Scrittura, i comandamenti) e ragioni per obbedire (promessa del Cielo, minaccia dell’inferno).

Non si tratta d’altra parte del modo più diffuso di concepire la morale? In questo caso, comportarsi moralmente, anche se richiede sforzi e sacrifici, assicura dopo la morte una felicità eterna che fa sì che ciascuno abbia interesse a comportarsi moralmente.

Si può capire questo bisogno di ricompensa. Qualunque sia in effetti la concezione che si abbia della morale, essa presuppone regole, restrizioni in rapporto a ciò che potrei e vorrei fare. Per fare il «bene» ed evitare il «male», devo rinunciare a un interesse, a un piacere, a una disposizione, a una tendenza. Ma in nome di che cosa si esige da me che limiti in questo modo il mio piacere?

È evidente che se il bene coincidesse sempre con il piacere e l’interesse, gli esseri umani non avrebbero bisogno della morale: basterebbe che ciascuno seguisse i suoi desideri! Sarei allora programmato come una macchina, secondo leggi deterministiche: allo stesso modo in cui una boccia A fa muovere una boccia B colpendola, il vento fa muovere le foglie di un albero, la fame spinge un animale a mangiare, così i miei desideri e i miei interessi mi determinerebbero ad agire moralmente.

Il problema è che se io non facessi altro che obbedire alle mie passioni, prigioniero delle relazioni di causa ed effetto, sarei molto spesso obbligato a uccidere, rubare, mentire, abbandonare gli altri nella sventura e così via. L’idea stessa di morale presuppone che io sia qualcosa di diverso da una tale macchina, che abbia modo di sfuggire a un tale determinismo, che sia capace di giudicare, di scegliere, di comportarmi in maniera libera, in nome di principi mentali, a costo di rinunciare all’uno o all’altro piacere e interesse.

Così, si può parlare di morale quando ho interesse a fare una cosa e non la faccio, in nome di un principio superiore. È morale, per esempio, aver interesse a rubare o a mentire, e rinunciarvi perché è «male». Oppure è sapere di avere tutto l’interesse a passare con indifferenza accanto a un ferito, e imporsi di correre in suo aiuto anche se questo compromette i propri progetti. È aver voglia di mentire per evitare una seccatura, e dire lo stesso la verità perché è «bene».

Se comportarsi moralmente significa praticamente sempre rinunciare a qualcosa, senza ottenere alcuna ricompensa, come si potrebbe convincere qualcuno a comportarsi moralmente? Queste ricompense sono di un ordine diverso: la speranza dì andare in cielo, il timore della «cattiva coscienza», o ancora la preoccupazione di essere giudicati bene dagli altri («cosa penseranno di me se mi comporto così?»).

Compare allora un nuovo problema: se sono «morale» in questo modo, lo sono per interesse; si può allora parlare di moralità, dato che, ancora una volta, è l’interesse che mi determina?

(Continua)

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Di Jean Paul Jouary, “A che cosa serve la filosofia?”, Salani Editore

Foto: RETE

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