Arrivano i Romani e per la Calabria comincia la discesa agli inferi

 

Il processo di generale decadenza della Calabria, già cominciato col sopraggiungere della pressione bruzia sulle città italiote, e accentuato nel periodo annibalico, si completò dopo la conquista romana, e non ebbe più soste: pur dando per scontata qualche esagerazione, è certo che tutte le fonti del tempo, dagli scavi alle epigrafi, dai testi di Cicerone e Livio a quelli di Strabene e Dione Crisostomo, sono concordi nella sconsolata constatazione dell’avvilimento dell‘ager Bruttius, su cui i romani avevano dispiegato soprattutto un’attività di saccheggio delle risorse per fini militari e logistici: si pensi all’obbligo, imposto ai non greci, di assicurare il servizio di posta dello stato, e alla norma che i bruzi — come peregrini dediticii, cioè stranieri arresisi a discrezione – non potessero essere alleati e nemmeno soldati di Roma, ma solo servi, e come tali adibiti a mansioni umilianti agli ordini dei funzionari inviati nelle lontane province dell’Impero: donde l’accusa, condotta per deduzione e fiorita dal Medioevo in poi, che i flagellatori di Cristo non potessero essere stati che dei calabresi, in quanto servi di Pilato. Se i bruzi non vennero deportati fu, probabilmente, perché — al contrario degli altri casi, come quello dei picentini – ne sarebbe risultato un loro avvicinamento a Roma, e non un allontanamento. Ma sant’Agostino (De civitate Dei, III, 17) avrebbe indicato nei bruzi, insieme con sanniti, lucani ed etruschi, quei popoli d’Italia ferocemente ridotti in soggezione da Roma, nonostante la fierezza e il vigore della loro resistenza. […]

Mantegna, Crocifissione,_Louvre . In basso sulla destra l’artista ha raffigurato alcuni soldati che si disputano con i dadi le vesti del Cristo.

La tradizionale politica romana, di sostenere in ciascuna città gli ottimati e i ricchi proprietari, affidando loro il controllo politico e sociale del territorio, ebbe la conseguenza di concentrare più soggetti e più forme di sfruttamento sulle risorse a carico di un medesimo contesto socio-economico. Le piccole e medie proprietà lentamente scomparvero a vantaggio dei latifondi a manodopera servile, appartenenti alla classe senatoria ed equestre — naturalmente assenteistiche -, appaltatrici delle terre dell’ager: sì che Plinio avrebbe potuto dire che erano stati i latifondi a perdere l’Italia: Latifundia Italiam perdidere: e, organica al latifondo, risorse la remotissima connotazione pastorale della Calabria. I termini pastores e servitia sono sempre più frequenti nelle documentazione del tempo; e non è un caso che testimonianze indirette concordino sul processo di degradazione economica e culturale della Calabria classica: nelle epigrafi e negli itinerari, a partire da questo tempo, parecchi antichi centri scompaiono, non più citati, né se ne aggiunge alcuno nuovo. Sensibile alle sorti delle città magno greche, madri di cultura, poteva notare Cicerone nel 44 a.C.: «La Magna Grecia è ormai completamente distrutta» (De amicitia, IV, 13); e delle popolazioni bruzie, già ai tempi di Augusto scriveva Strabone: «Nulla resta della precedente-organizzazione comunitaria, per nessuno dei popoli, e si sono dileguati costumi e tradizioni, dialetti, armamento e abbigliamento e simili cose; a prenderli separatamente, anche i loro insediamenti sono oscuri». E come non credergli? […]

Intanto, gran parte della Siila e degli altri boschi calabresi erano diventati ager publicus e, con l”avvio dei tagli indiscriminati, colpo mortale all’assetto oroidrogeolqgico della penisola calabrese, venivano sottratti allo sfruttamento agro-silvo-pastorale delle piccole aziende familiari dei bruzi: i saltus, vasti tenimenti a bosco e soprattutto a pascolo brado, erano assoggettati a un regime che naturalmente avvantaggiava gli esponenti dell’aristocrazia senatoria e i grandi percettori di rendite assenteistiche, e parassitarie legati, a Roma, e molto spesso residenti nella metropoli; tutti vennero ulteriormente sottoposti a controllo grazie alle colonie dedotte, e alla romanizzazione dei centri preesistenti.

Ma controllo e repressione ebbero nella Calabria romanizzata un .carattere fortemente selettivo’: si registrò il ribadimento del potere romano, diretto ed esclusivo, sui bruzi, fino ad estinguerne tradizioni e lingua, e invece di tipo assimilativo, alquanto rispettoso di tutta la civiltà precedente, nei confronti dei centri magno greci: i quali continuarono a fornire, parallelamente alla civiltà ellenistica, molti elementi per la formazione della cultura greco-romana. Il dominio di Roma, poi, si consolidò durante l’età imperiale, mentre la degradazione economica, civile e culturale della penisola .calabrese raggiungeva gli ultimi stadi, e la ripartizione augustea (Regio III Italica, Lucani et Bruttii) confermò il puro assoggettamento della Calabria a Roma e alla sua oligarchia latifondistica, che nella regione possedeva terre e schiavi in gran copia. Fu facile per l’elemento vincitore ribadire per la regione calabrese quel carattere di arretratezza e di estraneità, anzi di separatezza dal consorzio civile, che già Ennio aveva adombrato quando aveva parlato di bruzi bilingui. […]

Così il dissesto oroidrogeologico e la degradazione economica cominciarono a stringere la regione calabrese in un circolo vizioso senza fine, caratterizzato da un arretramento dei mercati e delle linee di traffico verso l’interno; a questo aveva dato un poderoso avvio la costruzione della via Popilia, creata per esigenze militari verso il 132 a:C, e procedente da nord a sud attraverso-una serie di passi e di fondivalle assolutamente interni, con avvicinamento alla costa solo in rispondenza di porti destinati al carico del legname bruzio e, comunque, con un orientamento che, tutt’al più, privilegiava gl’insediamenti a ridosso della costa tirrenica e abbandonava del tutto, soprattutto in balia della malaria, l’ampio versante ionico: itinerario rimasto intatto ed esclusivo fino a tempi molto recenti.

L’arroccamento delle popolazioni e l’abbandono delle coste si accompagnavano ai diboscamenti – soprattutto a danno delle conifere assai abbondanti nella regione — dovuti ai bisogni  romani di legname e pece per case e navi, e alla messa a coltura nelle alte valli, per le necessità alimentari dei nuovi venuti provenienti dalla costa. Ne conseguiva la degradazione del territorio, il lento smottamento delle zone alte non più protette dal manto arboreo, il conseguente dilavamento delle terre acclivi, con la sottrazione di elementi nutritizi trasportati dalle acque piovane al mare, l’aumentata rapidità e ingovernabilità di fiumi un tempo giudicati addirittura navigabili (ne è elenco in Plinio), l’ostruzione delle relative foci per il materiale trasportato a valle, l’allagamento sistematico delle pianure e il propagarsi della malaria in molte zone costiere. Da qui l’incremento dell’esodo da queste stesse zone (ma già quasi, tutti gli artigiani se ne erano andati ai tempi delle guerre), nuovi arroccamenti sulle cime e a mezza costa, nuovi guasti ai boschi e al restante paesaggio, l’abbandono di ogni attività marinaresca: pesca, commerci, porti, cantieri. Questo totale, obbligato distacco dal mare, dalla sua economia, dalla sua cultura— che da allora in poi avrebbe caratterizzato la regione calabrese fin quasi ad oggi —, sarebbe stato altrimenti impensabile in una regione per larghissima parte bagnata dal mare: ne conseguì il prevalere di un universo, fisico e mentale, del tutto legato alla montagna: dai prodotti alimentari ai manufatti, dai valori ai comportamenti, fino alla stessa tradizione folklorica e letteraria, tutti connessi a un esclusivo carattere montanaro (con la sola eccezione  del comprensorio reggino) e per nulla a quello marittimo: caratteri strutturali accentuatisi nel Medioevo e nell’età moderna, e che hanno fortemente condizionato, fin quasi ai giorni nostri, l’evoluzione economica, civile e culturale della regione.

 

Fonte: A. Placanica, “Storia della Calabria”, Donzelli Editore.

Un libro da leggere, un viaggio, a volte doloroso, nella storia della nostra regione

Foto RETE

 

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